I sogni al tempo del Coronavirus

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"Ho appena aperto un agriturismo sulle colline umbre, ci ho investito tutta me stessa, ora per un po’ dovrò rassegnarmi a non vedere clienti". Ecco la storia di Susanna Trugenberger, pubblicata su Confidenze in edicola

Ho appena aperto un agriturismo sulle colline umbre, ci ho investito tutta me stessa, ora per un po’ dovrò rassegnarmi a non vedere clienti. Come farò? Mi affiderò alla natura e ai suoi ritmi

Storia vera di Susanna Trugenberger raccolta da Rossella Boriosi

Avete presente il “momento-agriturismo”? Probabilmente sì. I miei amici chiamavano così quel momento in cui, dopo una cena abbondante e con tanto vino in corpo, ci si toglieva la maschera e si confessavano desideri tenuti sopiti dalle urgenze quotidiane. C’era chi dichiarava di voler scappare dalla città per ritirarsi a vivere in campagna, chi affermava di voler lasciare il lavoro in ufficio per dedicarsi all’agricoltura, e chi desiderava abbandonare Ala carriera costruita con anni di sacrifici per abbracciare uno stile di vita più sobrio, ma più creativo e appassionante. La differenza tra me e i miei amici è che io tutte queste cose le ho fatte, ho realizzato il mio sogno. Oggi gestisco un’azienda di agricoltura biologica e sono la proprietaria di un agriturismo di charme incastonato nel verde dei pini e dei cipressi delle colline umbre, a due passi da Gubbio. «Ma come ci sei riuscita?» chiedono gli ex colleghi a cui spedisco il miele purissimo e l’olio biologico dei miei ulivi. E, quando glielo spiego, subito dopo aggiungono: «Ma questo cambio di rotta, proprio adesso?». Già, perché adesso tra me e il mio sogno si è infilato questo incubo, maledetto virus che ha costretto le persone dentro le proprie case e ha bloccato viaggi, progetti, sogni. Proprio ora che stavo aspettando la stagione turistica con la stessa ansia e partecipazione di quando si aspetta un figlio, ora che non chiedevo altro che vedere come sarebbe andato nel mondo questo mio nuovo “bambino”, la pandemia mette tutto in stand-by.

Quando ripenso alla mia vita penso alla straordinaria forza d’animo che una donna sa trovare quando deve affrontare tutto da sola, riconosco di avere rifiutato di farmi piegare dagli eventi, di avere superato fin troppi ostacoli e di avere avuto la forza di reinventarmi a un’età in cui la gente inizia a contare quanto manca per mettersi in pensione e dunque, di certo, non posso arrendermi adesso che, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sento a casa.

Già, ma cos’è che si può chiamare “casa”? A questa domanda anche i miei nonni avrebbero avuto difficoltà a trovare una risposta. Certamente l’avrebbe avuta mio nonno, tedesco, che ebbe la sventura di innamorarsi di una ragazza

italiana e di sposarla, proprio quando Italia e  Germania diventavano nemiche nella Prima guerra mondiale. Finito il conflitto, lui e la nonna si trasferirono in Svizzera. Lì nacque mio padre, un vero uomo del nord per il quale la Svizzera non era solo un Paese, ma una fede. E cosa poteva fare un uomo del profondo nord, se non innamorarsi di una siciliana?

In realtà mia madre era palermitana tanto quanto mio padre era svizzero, per caso fortuito. Figlia di una nobildonna inglese venuta in Italia a studiare il bel canto, poi rimasta irretita delle atmosfere arabe e delle ville gattopardesche nei cui saloni aveva ballato, la mamma aveva vissuto un’infanzia principesca e, allo stesso tempo, proiettata in una dimensione internazionale grazie ai terreni che la sua famiglia possedeva in Libia, prima che venissero espropriati da Gheddafi.

Questa commistione di piccole storie che si inserivano nella Grande Storia, di esistenze che deviavano dai percorsi a cui sembravano destinate, avevano fatto della mia famiglia un luogo incredibile di contaminazione culturale  in cui magari si parlavano lingue diverse, ma si esprimevano gli stessi valori.

Da ragazzina avevo sognato un lavoro coerente con quel mondo di profonda cultura, aperto all’ascolto dell’altro, e pensai che ci sarei riuscita diventando psicoterapeuta. Così, incoraggiata dalla commistione di nazionalità e culture in cui ero cresciuta, finii per laurearmi a Lubiana. Dopo la laurea svolsi regolarmente il mio tirocinio ma, quando già ero pronta a sostenere l’esame di stato, scoprii di non averne accesso. Tuttavia, non ebbi tempo per disperarmi, perché si era presentata un’urgenza più pressante: ero infatti diventata madre di un bambino. G G enitore unico, per giunta, il che significava mettere da parte sogni di carriera e cercare lavori che mi permettessero di avere un’entrata economica immediata.

Ero fresca di laurea e di master ma le ambizioni non sempre vanno di pari passo con la realtà così, quando mi venne offerto un lavoro come centralinista, lo accettai con entusiasmo, considerandolo una buona opportunità per inserirmi nel mondo lavorativo. Presto però sentii che, date le opportunità che mi erano state offerte e la preparazione acquisita tramite gli studi, questo non era un gran risultato. Iniziai così a fare colloqui di lavoro per ottenere delle promozioni e degli aumenti di stipendio che mi consentissero di mantenere da sola la famiglia in una città impegnativa come Milano, e ci riuscii. Passai dal ruolo di centralinista a quello di assistente di direzione, poi di alta direzione, poi altissima. Le Una vista dall’alto dell’agriturismo “La Panoramica Gubbio – Maison de Charme”. mie responsabilità crescevano e così lo stress. Mi ritrovai a lavorare fino a 18 ore al giorno, e cercai un aiuto. Assunsi una tata peruviana, Carmen, che si trasferì a vivere da me per stare con mio figlio nei pomeriggi e nelle sere in cui restavo in ufficio. Insieme creammo una bella squadra. Scherzando la definivo “mia moglie” perché si godeva il bambino e la casa mentre io lavoravo tantissimo e guadagnavo per tutti. Infine venni assunta in un’azienda multinazionale tra le più importanti al mondo entrando nel tourbillon dei lavori di alta responsabilità: la persona di cui ero assistente doveva viaggiare attraverso più continenti in pochi giorni e bisognava che i suoi impegni fossero organizzati al minuto. Per sfuggire all’adrenalina del lavoro avevo trovato una camera di decompressione: una piccola,  piccolissima casa di montagna in pietra che sembrava quella delle favole, vicino ai boschi e immersa nella neve in inverno. L’avevo comprata facendo grandi sacrifici pensando di godermela nel tempo libero e i miei amici, che amavo ospitare, l’adoravano. Io andavo lì ogni fine settimana per ricaricarmi e quando dovevo rientrare a Milano, piangevo. Il mio lavoro, quello per cui avevo tanto combattuto, non mi piaceva più. Per esempio mi piacevano la bellezza e la i rituali del milanese in carriera, gli aperitivi, Non reggevo più lo stress inutile, non amavo le chiacchiere vuote, la competizione. Era arrivato il momento di riorganizzare la mia vita, rendendola più simile a me. Per una volta smisi di pensare a quello che dovevo fare per pensare a quello che mi piaceva. condivisione. Mi piaceva la creatività. Mi piaceva la natura. Mi piace ricevere. Sommai queste cose e il risultato fu l’agriturismo.

Decisi che mi sarei trasferita in centro Italia, nei paesi dove la gente cammina con un altro passo, e mi misi a cercare delle strutture per iniziare la mia attività. Niente sembrava andare bene: le case che trovavo erano magari bellissime, alcune già perfettamente ristrutturate, ma io cercavo un posto speciale, dotato di anima, il cui stile mi assomigliasse. E testarda come sono sempre stata, non mi arrendevo di fronte alle difficoltà del mio progetto.

Infine un giorno accadde, trovai il casolare che andavo cercando, o forse fu lui che trovò me. Si dice che è così che funziona con il grande amore: lo vedi e sai che è quello giusto, senti una sensazione di appartenenza. Io non sono esperta di grandi amori, ma di case dove si sta bene e ci si rigenera, sì. Quel casolare era immerso nel verde e si affacciava su uno dei paesi più suggestivi che avessi visto, con edifici di pietra bianca e una storia millenaria. Così, spinta dalla forza propulsiva di quel posto che mi aspettava, mi reinventai. Diedi finalmente libero sfogo alla creatività che avevo trattenuto per impiegarla nel progetto architettonico, nel seguire la ristrutturazione, nell’organizzazione degli spazi e nella scelta degli arredi.

Ho creato un posto magico, pieno di attenzione e di amore e curato nei dettagli e ho immaginato i miei futuri ospiti e, con il pensiero, ho dedicato a loro e costruito una piccola oasi di equilibrio e serenità nella magnificente campagna umbra. Oggi sono un’imprenditrice agricola specializzata in agricoltura biologica, le mie arnie e i miei ulivi producono miele e olio, gli ospiti possono soggiornare nelle casette e negli appartamenti in cui non voglio che si sentano turisti,ma parte integrante del territorio. E qui, tra queste mura, torno a sentirmi anch’io parte di un retaggio familiare in cui si prestava attenzione a tutto ciò che di bello e buono la vita può offrire. Per questo ho fatto confezionare le lenzuola e un artigiano fiorentino, scelto asciugamani di buona grammatura e voluto una piscina i cui colori si fondono nel panorama circostante.

«E adesso, col Coronavirus, come farai?» chiedono gli ex colleghi. Farò come i contadini che mettono i campi a maggese affinché la terra esausta recuperi forza e diventi fertile; farò come le mie api che si mettono a riposo per trovare nuove energie. Lavorerò al mio sito, curerò il marketing, pianterò nuove rose. Aspetterò l’estate e, con quella, la fine dell’incubo e l’arrivo degli ospiti. Mi riposerò, adesso che posso, perché sento che saranno tanti. .

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