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I tempi dell’opera

Mondo

Quando ero bambina non c'era la televisione e il melodramma era un'arte popolare. Ricordo il nonno che mi cantava Verdi e la Forza del destino

Sono nata in un paese nell’alta valle del Tevere, in un altro tempo, in un altro mondo, prima della televisione. A noi bambini invece delle favole ci raccontavano le malefatte dei nazisti, i morti sotto i bombardamenti (metà paese era ancora semidistrutto dalle bombe americane, fin da allora intelligentissime), o ci minacciavano coi tormenti dell’inferno.

Non c’erano grandi vie di fuga.  Il nostro riscatto era l’Opera lirica. Lì si respirava, ci si esaltava, si piangeva e si rideva. C’era più analfabetismo e meno ignoranza, anche chi non sapeva leggere, sapeva suonare uno strumento, e conosceva a memoria gli spartiti e i libretti delle opere. Ho passato l’infanzia sulle ginocchia del nonno davanti a una grande radio dal muso quasi umano (convinta che ci fossero dentro omìni e donnine a cantare), ad ascoltare l’Opera col libretto, Ernani, La forza del destino, un Ballo in maschera, la Bohème, la Tosca.

Il nonno era un uomo dell’ 800, i suoi eroi erano Garibaldi e Mazzini. E rinverdiva lui da solo la polemica fra verdiani e wagneriani, anche se erano cose di tanti anni fa, prima del tango, del fox-trot, del boogie-woogie.

Con gli amici litigava su Mozart, Rossini e Donizetti, con la veemenza con cui oggi ci si accapiglia per il calcio.  Una volta finì in rissa, che si risolse in una bevuta e in una cantata. L’opera alla radio era un grande rito, si metteva in ordine il salotto, ci voleva un po’ di solennità. Il nonno accendeva la pipa, mi prendeva sulle ginocchia che per me erano il palco di un teatro grande e invisibile. Mi spiegava tutto: tradimenti, violenze, assassini contenuti nel dramma. Erano tempi  più civili, non c’erano ancora queste legioni di psicotutto che troverebbero scorretta questa educazione.

Qualche volta si andava a Perugia, al teatro Morlacchi, tutto rosso di velluto, con un lusso che noi piccoli paesani vestiti a festa avevamo visto solo al cinema. Ma l’Opera veniva anche da noi, col Carro di Tespi, il teatro viaggiante che si fermava anche nei centri più piccoli. La nonna, che non andava in chiesa da 30 anni perché malata, si vestiva da sera, tacchi rossetto e veletta, e usciva al braccio del nonno. Il tendone veniva montato davanti alla Chiesa. La voce di Rigoletto sovrastava la piazza- cantanti troppo truccati e soprano balene, com’erano tutte allora, orchesse con voci d’angelo.

Prima della rivoluzione (anti) culturale che è venuta dopo, il melodramma era un’arte popolare. Adulti e bambini si chiamavano Aida, Norma, Gilda, Wally e perfino Radames. Poi sono venuti la tv, internet, i social…Prodigi della scienza, meravigliosi. Ma allora il mio paese contava 2.000 anime. Oggi 10.000 corpi.

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