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Nell’attesa che lui cambiasse

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È stata una delle storie più apprezzate del numero 31 di Confidenze. Nell’attesa che lui cambiasse di Claudia Turchiarulo. Ora potete rileggerla sul blog

Luca era molto legato alla madre, ma finché eravamo fidanzati la cosa non mi infastidiva. Dopo il matrimonio, però, ho iniziato a capire che la sua metà ideale era lei. Io, solo una tappa obbligata per allargare la famiglia

Storia vera di Arianna F. raccolta da Claudia Turchiarulo

 

Conobbi Luca in palestra. Ci andavo tutte le sere, dopo l’ufficio, per rilassarmi. Lui ascoltava sempre la musica in cuffia e non regalava sorrisi a nessuno. Eppure, sin dai primi giorni, mi osservava silenzioso, nonostante la sala fosse piena di ragazze ben più attraenti di me. Mi incuriosì al punto che, una volta, mentre correvamo sui tapis roulant gli feci segno di togliersi gli auricolari e gli domandai cosa stesse ascoltando di bello. Mi porse la cuffietta e sentii per la prima volta quella che sarebbe diventata la nostra canzone.

Ci innamorammo poco dopo, e dopo tre anni di fidanzamento mi chiese di sposarlo in grande stile. Accettai, in fondo mi rendeva felice, sebbene nel nostro rapporto vi fosse un’ombra non indifferente: sua madre.

Era figlio unico di genitori piuttosto maturi, quindi non me l’ero mai sentita di chiedergli di allontanarsi da loro.

E, in tutta onestà, mio suocero non ci aveva mai creato problemi. Era un uomo dimesso, molto silenzioso. A tenere le redini della famiglia bastava lei, Lucrezia.

Tuttora avverto una fitta nello stomaco quando pronuncio il suo nome.

Non sono mai stata un tipo litigioso, quindi mi impegnavo molto per essere la nuora ideale. Tenere i nervi saldi, però, si rivelava sempre più difficile.

Tre giorni dopo la proposta di matrimonio, Luca mi disse che ci saremmo sposati nella stessa chiesa e che avremmo festeggiato nella stessa sala ricevimenti in cui avevano celebrato le nozze i suoi genitori, perché era il sogno di sua madre e non poteva deluderla. Non diedi troppo peso alla cosa, per restare fedele al mio carattere pacifico. In fondo, quel che contava era il nostro amore, no?

Sei mesi prima del matrimonio, però, ecco la goccia che fece traboccare il vaso. Eravamo a casa dei suoceri per un classico pranzo domenicale, quando Lucrezia tirò fuori dalla dispensa un pacchetto e ce lo consegnò: «Guardate che bella! È la bomboniera che ho ordinato per voi. Ne ho richieste 50, dovrebbero bastare. Apritela».

Luca, emozionatissimo, la ringraziò, e cominciò a scartare il suo dono. Io, senza dire una parola, mi alzai da tavola e mi diressi all’uscita. Forse fu la prima volta che reagii all’invadenza e all’ignoranza di quella donna.

Mi raggiunsero chiedendo quale fosse il problema. Risposi, glaciale: «Se un matrimonio ci sarà, e non ne sono più certa, saremo solo io e mio marito a scegliere cosa regalare ai nostri ospiti, assieme a tutto il resto. Queste 50 bomboniere puoi donarle alla chiesa».

Me ne andai, sbattendomi la porta alle spalle.

 

L

uca mi raggiunse a casa, chiedendomi scusa per l’atteggiamento di sua madre e giurandomi di averle spiegato che d’ora in poi avrebbe dovuto imparare a farsi da parte, a meno che fossimo noi a coinvolgerla. Lo amavo molto e decisi di dargli fiducia, ancora una volta.

I mesi seguenti filarono abbastanza sereni, tranne che per qualche piccolo intoppo. Ci sposammo in quella chiesa e festeggiammo nel ristorante tanto caro alla sua famiglia. Per fortuna Lucrezia non si vestì di bianco, altrimenti avrebbero potuto confonderla con la sposa. Però, era onnipresente sull’altare, nelle foto, davanti ai regali. Prese persino il microfono per ringraziare gli ospiti di essere intervenuti.

La prima notte di nozze piansi. Appena entrati nell’albergo che i nostri testimoni ci avevano prenotato a sorpresa, il mio neo marito telefonò a sua madre per raccontarle nei minimi dettagli il lusso della camera e il profumo delle lenzuola.

Quegli stessi tessuti che avrebbero dovuto avvolgere la nostra passione, e che invece ascoltavano stanchi le chiacchiere di due innamorati. Perché questa era l’impressione che mi facevano loro due. Immagino che se la legge italiana non avesse vietato il matrimonio tra consanguinei, si sarebbero sposati.

Io ero soltanto una tappa obbligata per poter allargare la famiglia, coronando il loro sogno.

Non fu l’unica volta che mi nascosi per piangere, anzi. Dopo pochi mesi di matrimonio, le mie fughe in solitaria divennero sempre più frequenti.

Avevo smesso di andare in palestra per lasciar spazio a una nuova passione: lo jogging. Correre mi aiutava a scaricare lo stress e a sentirmi in pace con me stessa. Più la situazione si faceva pesante, e più io uscivo a correre. Ormai, uscivo dal lavoro e  iniziavo a correre senza neanche passare da casa. Tanto sapevo che tre sere su quattro ci sarebbe stata lei a tenere compagnia al suo cucciolo. No, non ero gelosa. Soltanto non sopportavo di essere seconda persino nel mio ruolo di moglie, perché anche solo per comprare una nuova pentola, Luca si affidava a lei e non a me.

La nostra complicità lasciò presto il posto a litigate sempre più aspre. Un motivo ricorrente era che Lucrezia aveva le chiavi di casa nostra e ovviamente ne approfittava per entrare e uscire a suo piacimento, come se fosse normale. Quella sera ricorreva il compleanno di Luca. Avevamo pranzato a casa dei suoi genitori, e prenotato una cena romantica in un ristorante sul mare.

Forse per il pranzo troppo pesante, però, verso sera decidemmo di disdire, e di restarcene a casa a guardare il nostro film preferito.

Lui avvisò Lucrezia, come d’abitudine, e ci mettemmo a letto. La passione prese il sopravvento, e ci abbandonammo all’amore quando la porta s’aprì alle nostre spalle e sua madre accese la luce.

Se penso all’imbarazzo che provai in quell’istante, mi si gela ancora la schiena. Finse di mettersi una mano sugli occhi e ridendo ci invitò a rivestirci.

«Non potevate certo trascorrere una serata così speciale in casa, dài. Vi ho portato la vostra zuppa preferita, papà sta parcheggiando. Ceniamo tutti assieme, no?».

 

N

on dissi una parola per tutta la serata, ma le idee erano chiarissime. Il giorno dopo comunicai a Luca la mia intenzione di andarmene. Non potevo più restare in quella casa, con un mezzo uomo che non riusciva a spiegare a sua madre di lasciarci vivere il nostro matrimonio senza la sua ingombrante sagoma tra i piedi.

Non mi prese sul serio. Pensò che sarei tornata dopo aver trascorso qualche giorno da mia madre, ma non lo feci. Il mio avvocato convocò sia lui che Lucrezia per informarli della mia decisione di separarmi. Avevo perso gli anni migliori della mia vita con la persona sbagliata.

Non fui affatto sorpresa nell’apprendere che lei non si oppose minimamente alla mia richiesta. Lui provò a farmi ragionare, ma senza insistere troppo. Evidentemente sbarazzarsi di me gli sembrò la scelta migliore.

Dopo due anni conobbi Giuseppe, e fu amore a prima vista. Lui viveva da solo già da tempo, nonostante fosse sette anni più giovane di me.

Sapeva del mio divorzio, dato che in paese ci conoscevamo tutti, ma non gli interessava.

Quando rimasi incinta di Teresa, però, in paese cominciò a diffondersi la voce che il mio matrimonio fosse finito per causa sua. Non potevamo più sopportarlo.

Ci trasferimmo in una città a 20 chilometri di distanza, dove rilevammo la gestione di un negozio di abbigliamento per bambini.

Tre anni dopo, ci sposammo. Teresa ci portò le fedi in Comune, e festeggiammo con un pranzo con 30 invitati, senza nessuno sfarzo, come avevo sempre sognato.

Eravamo io, Giuseppe e Teresa, felici come mai prima d’allora.

Due settimane fa ho scoperto di essere incinta. Giuseppe ci teneva tanto ad allargare la famiglia, e sebbene io non ne fossi troppo convinta ha saputo come corrompermi. Abbiamo smesso di dare spiegazioni al mondo, poiché l’amore è l’unica risposta che conta. ●

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