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Italiani sempre più vecchi: bastano gli aiuti di Stato?

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In questi giorni è al cinema il bellissimo film di Paolo Virzì, Ella & John, dove una coppia di coniugi ottantenni si ribella a un destino di cure mediche, Alzheimer galoppante e accudimenti filiali, per intraprendere il loro ultimo viaggio insieme, lungo le strade d’America, a bordo del vecchio camper di famiglia.

La loro è una sfida alla vecchiaia, alla malattia e alla perdita di autosufficienza, un tema che il regista, attento ai problemi sociali, tratta con ironia ma non con leggerezza, mettendoci davanti agli occhi un problema che domani potrebbe investire ciascuno di noi.

E d’altronde che gli italiani siano un popolo di sempre più vecchi non è una novità: uno su cinque ha più di 65 anni e nel 2050 si stima che gli ultra 65enni saranno il 35% della popolazione. Oggi, stando ai dati Istat, rappresentano già il 22% e fanno del nostro Paese uno di quelli a più elevato invecchiamento al mondo. Gli ultranoventenni poi sono saliti a oltre 700.000, un numero superiore a quello degli abitanti di una città come Palermo, tanto per fare un confronto. Su chi ricade l’accudimento delle persone anziane? Naturalmente sui familiari e in primis i figli.

Su Confidenze di questa settimana, nelle pagine della psicologia, Tiziana Pasetti ci parla del peso dell’accudimento dei genitori anziani e malati e di come questo compito generi spesso nei figli insofferenza e sentimenti contrastanti. Perché oltre al naturale dispiacere e preoccupazione di vedere una mamma o un papà ammalarsi, ci si sente investiti dalla responsabilità e dal ruolo di diventare noi stessi genitori di chi ci ha dato la vita. E questo in molte persone genera un rifiuto. Non si accetta di vedere i propri genitori perdere le forze e se, come spesso accade, il peso dell’assistenza ricade solo sui familiari, vuoi perchè non tutti possono permettersi una badante, e vuoi perché a volte gli anziani fanno capricci e non vogliono estranei a casa loro, è facile che il l’amore filiale si trasformi in  malcelata sopportazione. Per questo vi chiediamo di rispondere al nostro nuovo sondaggio: Italiani sempre più vecchi: bastano gli aiutano di Stato agli anziani?

Commenti

  1. 9 febbraio 2018 / ore 10:57

    Mi ha molto colpito la lettura dell’articolo di Tiziana Pasetti ” Mia madre invecchia ed io odio la sua fragilità” perché l’ho vissuto in prima persona e ancora oggi, dopo quasi tre anni dalla morte di mia madre novantacinquenne, non sono ancora riuscita a perdonarmi. Anche per me mia madre era un mito: mi aveva avuto quando avere una gravidanza a 40 anni era da pioniere. Erano gli anni 60 ma nonostante il lavoro in negozio, la cura dei nonni e la casa, era sempre riuscita a condividere con me momenti di svago, ad essere sempre un passo avanti alle altre mamme più giovani, a non farmi mai sentire figlia unica. Per qeusto ero anche io terrorizzata dalle sue malattie: ricordo che quando aveva l’influenza io le stavo accanto giorno e notte anche se ero una ragazzina, per il terrore che morisse. Lei era forte, pensava sempre e solo a tranquillizzarmi, a farmi sentire protetta, al sicuro. Per anni, anche quando sono stata sposata e madre a mia volta, ha continuato ad occuparsi di me, cercando di dare sempre un suo contributo. ogni sabato mi faceva trovare i barattolini pieni di salsa, ragout, pesto o anche solo trito di aglio e prezzemolo per preparare qualche piatto senza perdere tempo. C’è stato per anni un viavai continuo tra le nostre due case, di fronte, di barattolini, pentole, roba stirata, vassoi di sfoglia fresca. Mi sentivo orgogliosa di questa mamma, di novant’anni, che andava a teatro a vedere di tutto e leggeva un libro alla settimana. Poi il tracollo: repentino e crudele. Una banale influenza e lei non era più la mia mamma. Era mia figlia. E io non la volevo quella figlia, io volevo continuare a sentirmi figlia e non dover badare a lei, alle sue più elementari esigenze fisiche, ai suoi esami del sangue, alle sue visite specialistiche, alla sua biancheria. Ho sopperito con badanti mercenarie che non erano capaci di provare un minimo di affetto ma mi risolvevano le questioni pratiche. Quando l’andavo a trovare, le mi si attaccava e mi diceva che la trattavano male ma io sapevo che semplicemente voleva più affetto da me, più presenza e io invece il tempo non lo avevo da dedicarle e se lo avevo non lo dedicavo a lei. Una volta mi disse “Annina ora devi badare tu a me come ho fato io conte: ora sei tu la mia mamma”. Ricordo si essermi ritratta con orrore, impaurita da questa prospettiva. Quando sentivo le mie amiche raccontare del modo amorevole e della cura che dedicavano ai loro anziani genitori mi sentivo veramente un essere immondo. Non le facevo mancare niente, è vero, ma non riuscivo a gestire la sua vecchiaia e il suo declino. Mi sentivo tradita. In quattro anni ho speso per lei tutti i miei risparmi: fra badanti, infermieri e, alla fine, una casa di riposo dove si è spenta a 95 anni. Mai avuto un aiuto economico dallo stato: solo il Comune mi ha dato una mano nella retta per la casa di riposo, ma dopo anni che avevo fatto domanda quando ormai avevo dilapidato migliaia di euro. Quando l’ho vista per l’ultima volta, attaccata al respiratore, ormai non mi riconosceva più da settimane, ho sperato che se ne andasse senza aprire gli occhi, senza riconoscermi, senza dover leggere nel suo sguardo un muto rimprovero. Le ho comprato una bellissima lapide, ho seguito alle lettera le sue indicazioni, mi sono messa il cuore in pace così. Eppure ancora oggi, dopo quasi tre anni, non riesco a perdonarmi il mio atteggiamento perché nonostante le abbia voluto un bene dell’anima, sono felice di non dovermi occupare più di lei. Ha detto bene lo psicoterapeuta Sconci. Veder sfiorire la forza di un genitore, se non supportati dalle giuste protesi della crescita e del gruppo sociale di riferimento può mandarci in crisi. Io ho fatto tutto da sola, io ho sofferto da sola tutto il suo lento declino: io aspetto con ansia il giorno in cui pensando alla mia mamma, potrò sfogarmi in un pianto liberatorio di amore e rimpianto.

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