La casa degli spiriti

Sogni
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Un racconto che ha affascinato e commosso le lettrici, il più votato tra le storie a tema misteri del n. 34

Erano passati 40 anni dall’ultima volta che avevo varcato quel portone. Zia Anita era rimasta l’unica ad abitarci «ci sono anime da salvare là dentro» ripeteva sempre, sostenendo di parlare con i morti. Toccò a me rendermi conto che le sue non erano solo fantasie, ma un vero dono

Storia vera di Sara F. raccolta da Alessandra Mazzara

 

“Mi chiamo Mena e ho vent’anni.

Vivo avvolta nel buio. Le giornate sono senza tempo, nell’attesa che qualcosa accada. Livio – vita della mia vita, cuore del mio cuore – è sempre con me. Lo stringo al petto e lo cullo, mentre gli sussurro vecchie nenie. Lui con la manina paffuta acchiappa un lembo della mia veste grigia, che non posso più togliere. Stretta al collo, punge la mia pelle come spilli appuntiti. Siamo soli, io e Livio, in questa casa. Attendiamo la luce, la verità, la pace, la salvezza.

La Vita”

 

Avevo nove anni quando mio padre decise di tagliare tutti i ponti con la famiglia d’origine per questioni che allora non capivo e che oggi mi lasciano del tutto indifferente. Le ragioni di quei dissensi e dei silenzi, se le sono portate fin dentro la tomba. Dei miei parenti dal lato paterno, oggi, non c’è più nessuno. Prima è morto il nonno, poi nonna. Poi, mio padre. E lo scorso agosto è morta la sua unica sorella, la zia Anita, dopo ottantadue anni di vita solitaria e silenziosa. Me la ricordo più vecchia degli anni che in realtà aveva. Vestiva sempre di nero, parlava con voce sommessa ed era molto religiosa. Mio padre, il suo misticismo, non lo sopportava. La chiamava “la strega”. La zia Anita, infatti, sosteneva di parlare con i morti. Un dono che le donne di quella famiglia ereditavano insieme al sangue, un misterioso legame che permetteva loro di raggiungere la vita oltre la morte.

I miei genitori, a tutto questo, non hanno mai dato credito.

“I fantasmi non esistono, Sara”, mi dicevano sempre. “La zia è solo pazza”

Eppure, percepivo qualcosa di soprannaturale tutte le volte che zia Anita, di nascosto dal fratello e dalla cognata, mi portava con sé in giro per le viuzze del centro storico della città a portare sollievo ai morti. Se c’era qualcuno in agonia, ecco che Anita si presentava al capezzale del moribondo, gli si sedeva accanto e pregava il Rosario e le suppliche alle anime del Purgatorio, che sussurrava a fior di labbra.

Che zia Anita fosse matta, io non c’ho mai creduto.

Era una donna umile, buona, quasi fuori lungo in questo mondo fatto di egoismo e miscredenza.

Dover rinunciare a lei, per me, fu per me molto doloroso.

Non tornammo più in Sicilia e gli  anni che passarono resero sbiaditi i volti, fino a chiudere Trapani, zia Anita e il suo misticismo in un passato che piano piano dimenticai.

Una volta adulta, avrei potuto ignorare i torti subiti o fatti, salire su un aereo e riabbracciarla, ma non lo feci.

Perché? Ad oggi, ancora non lo so. Non so perché continuai a mantenere le distanze.

Ma, a volte, per quanto lontano tentiamo di tenere il passato, è lui che prima o poi viene a bussare alla nostra porta…

Dieci anni dopo la morte di papà, una lontana parente chiamò mamma per dirle che la cognata stava morendo e che chiedeva di me. Mamma fu irremovibile.

“Io non vado. Con quella donna e con le sue follie ho chiuso anni fa. Ma tu, Sara, se vuoi andare, vai”

Tornai in Sicilia. Il sole bruciava le strade e l’umidità era così pesante da soffocare.

Zia era l’ombra di se stessa, segnata dal dolore per un brutto male allo stomaco. Mi vide e i suoi scuri si illuminarono.

“Sara, picciridda mia!”

La baciai sulla fronte e lei mi strinse la mano.

“Sta arrivando, Sara. È là in un angolino, la vedi?”

Feci di non con la testa.

“La morte è da ieri che mi guarda. Ma ancora non m’ha preso, perché le ho detto di non volermene andare senza prima averti rivista…”

La sua voce era un sussurro. Un paio di ore dopo, le condizioni della zia peggiorarono.

“Non dimenticarti di Mena e del piccolo Livio”, mi disse.

Le strinsi una mano. Chi fossero, quella Mena e quel Livio, non avevo idea.

Il prete le somministrò l’estrema unzione.

“Sara”, continuò a ripetere zia, “a casa di nonna… Mena… Livio…”

Morì con quei nomi tra le labbra.

Unica erede diretta, mi occupai dei funerali, che furono molto dignitosi.

“Tu devi essere Sara, la figlia di Gino”, mi disse una donna sulla settantina, finita la funzione.

Fissai lo sguardo su quella donna, cercando nella memoria qualche indizio che mi riportasse alla sua identità.

“Sì, sono io”

“Eh, lo dicevo io. Hai gli stessi occhi di tuo padre. Non ti ricordi di me?”

Feci di no con la testa.

“Sono Enrica, la figlia della signora Mimma, la vicina dei tuoi nonni”

Mi ricordai. Fu, però, come un’epifania dalla brevissima durata: una stanza con due divanetti gialli, un pendolo appeso al muro e una vecchia con lo scialle di lana addosso.

“Ah, sì”, balbettai.

“Eh! Ora ha novantotto anni, mia madre! Ma è lucidissima. Se non fosse per il cuore…”

Che quella donna fosse ancora viva mi lasciò di stucco. Dimostrava cent’anni già quando io ero una bambina.

“Non sai quanto dispiacere mi ha dato la morte di tua zia. Le volevamo bene, io e mia madre. Ma così è la vita. Saretta, vieni a trovarci, prima di ripartire, eh! A mia madre farà piacere. E sa hai bisogno di qualcosa, in questi giorni qui a Trapani, bussa alla nostra porta”

Mi venne in mente che, vista l’amicizia di lunga data che legava zia Anita e quelle donne, forse avrebbero potuto dirmi di Mena e Livio.

“Signora Enrica…Lei… saprebbe dirmi per caso chi sono…”

Lo squillo del mio cellulare m’interruppe bruscamente.

Era mia madre.

“Chiedo scusa”, dissi, rispondendo. La signora Enrica ne approfittò per andare via, quindi, ci salutammo con un gesto veloce della mano.

“Quando torni?”, mi chiese mamma.

Avrei dovuto rispondere dopodomani, come era segnato nel mio biglietto di ritorno. Ma c’era quel mistero che dovevo risolvere. Le dissi che volevo prendermi un po’ di tempo per me stessa in quella città che, nonostante tutto, custodiva i miei più belli ricordi d’infanzia. Chiamai al lavoro e chiesi altri giorni di ferie.

Quello stesso pomeriggio, dopo una doccia che tutto aveva fatto tranne che sciogliere i nodi intrecciati dai miei pensieri, feci l’unica cosa che andava fatta. Andai dritta verso la casa dei nonni in via Giudecca, la causa del litigio di papà con la sorella: lui, quella casa quasi diroccata, voleva venderla. Zia Anita, invece, si opponeva.

“Ci sono anime da salvare, là dentro”, ripeteva al fratello ogni volta che lui tornava su quel discorso.

“Tu sei solo pazza!”, era la risposta di lui.

Fino a che questo botta e risposta non era diventato troppo grande, la distanza tra fratello e sorella ormai impossibile da colmare.

Erano passati quaranta, lunghissimi, anni, dall’ultima volta che avevo varcato quel portone. La casa dei miei nonni paterni, tre stanze al primo con la maiolica per terra, le travi sul soffitto e una piccola soffitta, era come immutata nel tempo e, nell’insieme, era ancora in buone condizioni. In tutti quegli anni, infatti, la zia se ne era presa cura, finchè la malattia non l’aveva costretta a letto. Per prima cosa, accesi la luce e spalancai le finestre, in modo che l’aria ricominciasse a circolare dentro le stanze. I pochi mobili erano ricoperti da un leggero strato di polvere, così come le suppellettili e le cornici. Mi guardai intorno e sospirai, poi iniziai subito ad aprire tutti i cassetti e gli armadi per cercare un indizio che mi riportasse a quei due nomi misteriosi.

Improvvisamente, sentii scricchiolare la scala a chiocciola della soffitta.

“Fa’ che non sia un topo”, supplicai tra me e me.

Raggiunsi la scala e salii in soffitta, dove un tempo nonna metteva le conserve. Era vuota. Dalla finestrella sul tetto spiovente arrivava un fascio di luce obliquo ad illuminare il sottile pulviscolo atmosferico che volava lento, sospeso. E per mia fortuna, nessun topo nei paraggi. Quindi, tornai dabbasso, di nuovo tra armadi e cassetti, ma tra quelle cose non c’era nessuna traccia di questa Mena e Livio. Sconfitta, stavo per rimettere al suo posto la cornice che ritraeva i nonni nel giorno del loro matrimonio e che avevo spostato per meglio aprire l’anta di una madia, quando alle mie spalle sentii come un soffio leggero, un vento freddo.

Mi voltai.

“Shhh”, sentii dire a qualcuno in casa.

Non era suggestione. E neanche la mia immaginazione.

Una voce femminile in quell’esatto momento, in quella casa, aveva davvero sussurrato “Shhh”. Lasciai il salottoe mi spostai lungo il piccolo corridoio. Voltai lo sguardo alla camera da letto dei miei nonni e quello che vidi mi paralizzò corpo e pensieri. La cornice, che tenevo ancora in mano, mi cadde per terra, rompendosi in mille pezzi. Una giovane donna mi dava le spalle. Indossava un lungo abito grigio scuro e aveva i capelli castani raccolti in uno chignon basso. Si sciacquava il viso nell’antica toeletta in ceramica dipinta a mano, con gesti lenti e curati, mentre dalla finestra il vento faceva muovere il suo vestito con movimenti quasi impercettibili.

Pensai seriamente di morire di paura. Perché quella donna, seppur davanti a me, non era viva, non apparteneva alla realtà tangibile della vita.

Poi, un attimo.

Si voltò e mi guardò.

Era bellissima. Il volto giovane e puro, gli occhi grandi e verdi come l’edera di maggio. E tra le braccia, prima libere, adesso teneva un neonato.

Non ebbi alcun dubbio. Era Mena. E quel piccolino, Livio.

Sentii i sudori freddi bagnarmi la fronte, le mani, la schiena. Aprii la bocca per urlare, parlare, dire qualcosa, ma non riuscii a pronunciare alcun suono.

La donna mi sorrise, poi poggiò il dito indice sulla bocca, continuando a cullare il neonato.

“Shhh”, ripetè e quel suono rimbombò tra le pareti di casa.

Scappai come un topo inseguito da un gatto randagio. Non chiusi neanche la porta, lasciai là perfino la borsa con i soldi, i documenti, il cellulare.

Corsi fino casa della signora Mimma, la vicina dei nonni.

Bedda Matre Santissima, Sara! Che fu?”, mi chiese Enrica, preoccupata.

Le raccontai tutto.

Delle ultime parole della zia.

Dello scricchiolio della scala a chiocciola.

Dei sussurri.

Di Mena e del suo bambino.

Enrica annuì. “Siediti qua, figghia mia. Ti preparo una bella camomilla…”

“Ma io l’ho vista davvero, Enrica, deve credermi! Non sono pazza!”

“Certo che ti credo! Perché anche tua zia, la vedeva”

Mise il bollitore sul fuoco. Quando quello fischiò, tesa com’ero, saltai in aria. Enrica mise due filtri di camomilla in una tazza, poi versò l’acqua bollente e me la porse.

“Grazie”, sussurrai.

Provai a berne un sorso, ma scottava troppo, quindi poggiai la tazza sul tavolo in formica.

“Chi è quella donna, Enrica?”

In quel momento, aggrappata ad un girello, entrò in cucina la madre di Enrica, la signora Mimma. Camminava lentamente, ma il suo sguardo era vigile e presente.

“Ma’, vieni, abbiamo visite”, le disse la figlia avvicinandosi e aiutandola a mettersi a sedere. “Ti ricordi di Sara, la figlia di Gino?”

La vecchia si accomodò sul divanetto.

’Ncacerto che me la ricordo! Eri accussì graziusa!”

Avrei dovuto dire qualcosa di gentile, salutare quell’anziana donna con affetto, seppur di lei avessi ricordi frammentati. Invece, non dissi nulla. La paura mi aveva tolto ogni capacità.

“Arrivi al momento giusto, ma’”, continuò Enrica, come a voler riempire il vuoto che le mie parole non dette avevano lasciato. “Sara mi chiede di Mena e del picciriddo

“Che, forse l’ha vista pure lei?”, chiese la signora Mimma.

“Sì, ma’. Poc’anzi”

Gli occhi della vecchia si illuminarono. “Mena! Dimmi, Sara: com’era?”, mi chiese felice come una bimbetta.

Inghiottii un groppo di saliva. Avevo la bocca e la gola asciutte e le mani mi tremavano ancora. Era tutto così assurdo!

“Indossava un abito grigio. I capelli raccolti, era alla toeletta di nonna. Quando si è girata, ho visto che cullava un neonato tra le braccia”

L’anziana donna annuì, poi sospirò.

“Li teneva sempre così i capelli, legati bassi. Diceva che era così che li portavano le dive del cinema…”

“Mamà… è giunto il momento di raccontare tutto a Sara”

L’anziana annuì. Tenendo lo sguardo fisso sul muro davanti a sé, ripercorse con la forza del ricordo e delle parole una vita perduta nel tempo.

“Avevo 15 anni quando Mena sposò il figlio del mastro corallaio di via Giudecca e venne ad abitare qui, nel 1941. Era davvero una bella ragazza. Aveva tre anni più di me, quindi fu inevitabile che diventassimo subito amiche, anche perché suo marito era sempre a lavoro e quindi, mischinedda, era sempre sola. Io ci andavo per chiacchierare ogni pomeriggio. Ci volevamo bene, io e Mena, tanto. Rimase incinta un mese prima che il marito venisse chiamato in guerra, due anni dopo il suo arrivo…. Ah, la guerra…”

Fece una piccola pausa di pochi secondi, poi riprese.

“…fu lunga, quella guerra. Dolorosa. Ci impoverimmo tutti. Non avevamo più niente, solo fame e angoscia. Mena non aveva nessuno. Era orfana di genitori, con la suocera non se la passava bene, quindi stava spesso da me. Fummo io e le buon’anime di mia madre e di mia nonna che l’aiutammo a partorire la creatura. Era la fine di marzo, faceva un freddo da stare male, la città era stata colpita da diversi bombardamenti e vivevamo tutti nel terrore…

Il bambino – un maschio – nacque sano. Lo chiamò Livio… che beddo, che era… Mena se lo mangiava con gli occhi, se lo stringeva forte al petto. Vita della mia vita, cuore del mio cuore, gli diceva sempre… Enrica, per favore, dammi tanticchia d’acqua”

Enrica si alzò, versò dell’acqua in un bicchiere e lo porse alla madre. La vecchia bevve, ridiede il bicchiere vuoto alla figlia, poi continuò.

“Quel sei aprile del ‘43, come se avessi avuto un presentimento, dissi a Mena di restare con noi e di non andare a casa sua. Ma lei voleva recuperare dei merletti che erano di sua madre per farci delle copertine al bambino. “Prendo queste cose e torno, Mimma. Stai tranquilla”, mi disse. Erano le tre del pomeriggio. Me lo ricordo ancora perché ci sono cose che la tua mente non potrà mai dimenticare, che si prendono tutto lo spazio dei ricordi e non se ne vanno più. E questa, è una di quelle cose: Mena che prende il bambino, mi sorride e se ne va a casa sua. Un quarto d’ora dopo l’inferno scese su Trapani. Un bombardamento devastante, cieco e crudele ci colpì senza che potessimo far nulla, se non pregare Dio di salvare le nostre vite, le nostre case. Quando i boati, le sirene e lo scoppio sordo e cieco delle bombe terminarono, Trapani non era più la stessa. Con mia madre che mi gridava dietro come una pazza di non andare via, corsi dalla mia amica, piangendo lacrime di terrore, avvolta dalle macerie. Per le strade c’era solo la morte e un silenzio spaventoso. Arrivai a casa di Mena con fatica: le macerie erano ovunque e impedivano di camminare. I morti giacevano smembrati ovunque. Quando arrivai da Mena, la sua casa era sventrata per metà e un fumo grigiastro usciva fuori dalla terra. Come una bestia, mi arrampicai sulle macerie. Alcuni superstiti mi imitarono e come me iniziarono a scavare a mani nude, alla ricerca di una madre, di una figlia, di un padre…

Mena fu ritrovata la sera, abbracciata al suo bambino.

Piansi e mi disperai. Ma non servì a nulla. La mia città era un cumulo di macerie insanguinate, la mia migliore amica e la sua creatura erano morti, l’umanità si era imbestialita. Non c’era più niente da fare, se non aspettare che il tempo, con un colpo di vento, portasse via tutto.

E così fu.

Il marito di Mena non tornò dal fronte. La casa in cui abitavano fu ricostruita. Vennero ad abitarci i tuoi nonni e lì nacquero tuo padre e tua zia. Io, nel frattempo, mi sposai e diventai madre. Là, nei posti dove un tempo la morte aveva scatenato la sua furia, riprese a vivere la vita…

Con Anita diventammo subito amiche. Che parlasse con le anime e che le aiutasse ad arrivare a Dio, ce lo confidò in una sera d’estate di tanti, tanti anni fa. Le credetti, perché è vero che ci sono anime vaganti, in attesa del Giudizio…”

“Di Mena e Livio, invece, non ce lo disse subito…”, la interruppe Enrica, prendendo lei le redini del racconto, “…ma dopo qualche anno. Ci parlò di questa giovane e del suo piccolo bambino che le comparivano ogni volta che andava a trovare i genitori, in quella casa. Mia madre capì subito che si trattava della sua amica, così si unì a tua zia in quei momenti di preghiera. “Sono morti in disgrazia”, ripeteva sempre Anita, “Livio non era neanche battezzato. Necessitano delle nostre preghiere”. Non abbiamo mai smesso di pregare per loro. Quando tua nonna – che non percepiva quelle presenze e a cui tua zia non ha mai detto nulla per non spaventarla – morì, per un lungo tempo Anita rimase a vivere in quella che era stata la casa di Mena per stare più vicina allo spirito di quella donna. Poi, Anita si ammalò e il resto lo conosci già…”, terminò Enrica allargando le braccia.

“Voi non le avete mai viste o sentite, queste anime?”

Madre e figlia fecero di no con la testa.

“Non è da tutti. È un dono che viene concesso dal cielo. Tua zia l’aveva, così come la tua bisnonna. Ora, a quanto pare, Sara, ce l’hai anche tu”, mi disse Enrica, stringendomi affettuosamente la mano. “Mena e Livio hanno bisogno di te. Non avere paura”

“Io… io so se ce la faccio a tornare in quella casa…”

“Verrò con te, se vuoi”

Entrai in punta di piedi. Enrica, invece, sembrava essere a suo agio. Ci sedemmo in cucina, ci segnammo col segno della croce e iniziammo il Santo Rosario, poi le suppliche per la salvezza delle anime in Purgatorio che mi aveva insegnato la zia Anita. Finite le preghiere, raccolsi la mia borsa, chiusi le finestre e promisi a me stessa che sarei tornata il giorno dopo per raccogliere i cocci di vetro della cornice dei nonni che, per la paura, mi era scivolata dalle mani. Ringraziai Enrica, per non avermi lasciata sola.

“Come farò a capire se le anime di Mena e Livio si sono salvate?”, le chiesi chiudendo la porta.

Enrica mi sorrise. “Lo sentirai e basta”

Il giorno dopo, mio ultimo giorno a Trapani, tornai a casa dei nonni.

Sola, senza Enrica.

Perché così era giusto che fosse.

Perché così avrebbe voluto zia Anita.

Perché se avevo ereditato quel dono, dovevo iniziare a conviverci serenamente.

La casa era silenziosa, tutto era come l’avevo lasciato.

Mi segnai col segno di croce. Prima il Santo Rosario, poi le suppliche.

Un vento leggero mosse i miei capelli. Mi voltai.

Non c’era nessuno.

Con le gambe che tremavano, mi avviai verso la camera da letto.

Per terra, ai piedi della toeletta di nonna, trovai un vestito grigio.

Il vestito di Mena.

Lo raccolsi, ma si dissolse come cenere, tra le mie mani.

Quasi sulla soglia di casa, mi accorsi che la cornice dei nonni era intatta sulla madia.

Recitai l’Eterno Riposo, certa ormai che le anime di Mena e Livio erano state accolte dalla Grazia Divina.

Oggi la casa dei miei nonni è mia.

L’ho ristrutturata, è il mio rifugio estivo.

Nessun’anima ha più abitato le stanze di quella casa. Il mio dono non si è più manifestato. So di averlo e lo custodisco segretamente. Eppure, ogni tanto, un leggero venticello mi solletica la pelle…

In quei momenti, prego.

E mi sento in pace.

 

“Mi chiamo Mena e ho vent’anni.

Una luce ha seminato il buio che per troppo tempo mi ha tenuta prigioniera. La mia veste ora è bianca. Non mi stringe più il collo, non punge più contro la mia pelle come spilli appuntiti. Livio mi sorride e io lo stringo forte a me, mentre mi avvio verso la luce, la verità, la pace, la salvezza.

La Vita”

 

 

 

 

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