Negli scaffali dei supermercati è in atto una piccola rivoluzione silenziosa. Tanti yogurt, dessert, barrette, pane, pasta, latte, gelati e snack sfoggiano orgogliosamente la scritta “high protein”, spesso accompagnata da colori scuri, vistosi caratteri grafici e richiami al fitness. Il messaggio è semplice e potente: più proteine uguale più salute. Ma, come spesso accade in nutrizione, la realtà è meno immediata e decisamente più complessa.
Partiamo da un punto fermo, che va chiarito senza ambiguità: l’apporto proteico è fondamentale. Mi hai sentito tante volte dire che le proteine sono essenziali per la salute muscolare, il metabolismo, il sistema immunitario e il mantenimento della massa magra, soprattutto con l’avanzare dell’età. E in molte persone – anziani, soggetti sedentari, chi segue diete ipocaloriche o sbilanciate – l’introito proteico è effettivamente sottostimato. Su questo, la letteratura scientifica è chiara.
Il problema nasce quando un’esigenza reale viene intercettata dal marketing. I cibi “high protein” industriali non sono semplicemente alimenti naturalmente ricchi di proteine, ma prodotti a cui vengono aggiunte proteine isolate o concentrate, come siero del latte (whey), caseina o il loro mix (indicato sulle etichette come proteine del latte), o proteine vegetali da soia, pisello o frumento. Sono ingredienti aggiunti per aumentare il valore proteico, certo, ma ottenuti tramite processi industriali e inseriti in alimenti che spesso non nascono per essere naturalmente proteici.
Non è un dettaglio secondario: molte delle proteine utilizzate in questi prodotti derivano da sottoprodotti dell’industria alimentare. Il siero del latte, ad esempio, è una frazione residua della produzione casearia, un tempo considerata uno scarto e oggi trasformata, tramite filtrazione e concentrazione, in ingrediente ad alto valore commerciale. Lo stesso vale per molte proteine vegetali isolate, recuperate dopo l’estrazione di amidi o oli. Non si tratta di “rifiuti”, intendiamoci, ma di frazioni che l’industria ha imparato a valorizzare, trovando nei cibi “high protein” una collocazione ideale e nei loro consumatori un pubblico da spremere a piacimento.
Dal punto di vista più squisitamente nutrizionale, il vantaggio proteico reale offerto da questi prodotti è spesso limitato. In certi casi si parla di solo 3-5 grammi di proteine in più per porzione rispetto all’equivalente tradizionale (ad esempio, in molte versioni high protein del pane comune). Un incremento che raramente è determinante, soprattutto se l’alimentazione complessiva è già adeguata.
Un altro aspetto non di rado ignorato riguarda la qualità complessiva dell’alimento. Molti cibi “high protein” rientrano a pieno titolo nella categoria degli ultraprocessati: liste ingredienti lunghe, presenza di aromi, stabilizzanti, dolcificanti e texture costruite in laboratorio. L’aggiunta di proteine non compensa una matrice alimentare povera o eccessivamente raffinata.
C’è poi una criticità verificabile e concreta: il costo. I prodotti “high protein” hanno prezzi mediamente più elevati rispetto alle versioni convenzionali, talvolta anche del 50-100% in più (come in alcune marche di pasta, gelato e pancake proteici), a fronte di un beneficio nutrizionale modesto. Il sovrapprezzo non riflette tanto il valore biologico del prodotto, quanto il suo posizionamento commerciale.
E non manca l’effetto psicologico: l’etichetta “proteico” induce una percezione di salubrità che può favorire un consumo eccessivo e poco consapevole, facendo passare in secondo piano porzioni, contesto e reale fabbisogno individuale.
La conclusione è semplice, ma scomoda: le proteine non sono il problema, lo è l’idea che debbano arrivare da prodotti costruiti appositamente per venderle. Nella maggior parte dei casi, aumentare l’apporto proteico è possibile attraverso alimenti comuni, poco processati e già presenti nella dieta quotidiana. La nutrizione non migliora aggiungendo slogan, ma scegliendo con criterio.
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