Ero come una leonessa

Cuore
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Sono dovuta crescere in fretta, mio padre ci ha lasciati che avevo solo nove anni e mia mamma era sempre depressa. Eppure da lui ho imparato la lezione più preziosa. Me la lasciò una notte comparendomi in sogno

Storia vera di Tiziana Coppola

Quando ero bambina dormivo nel lettone con mamma e papà. Non perché avessi paura del buio o dei mostri sotto il letto. Al contrario, avrei voluto dormire da sola, nel mio lettino, come i bambini coraggiosi delle favole. Ma la mia non era una favola. Era la vita, quella vera, quella che non fa sconti a nessuno, quella che ti fa crescere quando vorresti solo restare piccola.Papà stava morendo. Avevo nove anni e già conoscevo l’odore della morte: acre, sottile, capace di insinuarsi tra le lenzuola e togliere l’aria prima ancora che la vita.Lui, un uomo allegro, forte, sempre sorridente, si stava spegnendo a poco a poco. E io vegliavo sul suo respiro.Mamma, intontita dagli psicofarmaci, sprofondava in un sonno ovattato, da cui emergeva a fatica. Così toccava a me restare sveglia o almeno in allerta, e se il suo respiro si fosse fermato, avrei dovuto correre a chiamare il parente di turno che dormiva nella stanza accanto. Non è un peso che dovrebbe gravare sulle spalle fragili di una bambina.

Ricordo una notte in particolare, una di quelle che si imprimono nella memoria come cicatrici invisibili. Mi svegliarono dei suoni strani: rantolii spezzati, come se l’aria non trovasse più la strada nei polmoni. Mi sollevai di scatto.

«Papà?» sussurrai. Nessuna risposta.

Il cuore prese a martellarmi nel petto. Mi buttai giù dal letto e urlai. In pochi secondi la porta si spalancò, le ombre dei parenti si mossero freneticamente e riuscirono a mettergli la maschera d’ossigeno giusto in tempo. Anche mia madre si svegliò, nonostante il sonnifero, con lo sguardo annebbiato e gli occhi gonfi di chi ha smesso di combattere, deponendo le armi.

Fu allora che mio padre, con un filo di voce, ma con tutta la forza caratteriale di sempre, le disse parole che non ho mai dimenticato: «Devi smetterla con gli ansiolitici. Devi riprendere in mano la tua vita. Io a breve morirò, e tu devi occuparti dei nostri figli».

Lei non rispose. Scoppiò a piangere, piegata su se stessa come un ramo succube del vento.

Io restai stesa in silenzio, immobile, tra loro due.

Avrei voluto parlare, dire a mio padre di non angosciarsi, che ci saremmo presi noi cura della mamma e che era inutile farla piangere: la mamma era fatta così, fragile, perché non tutti nascono leoni. Ma non proferii parola. Quella notte imparai la mia prima, vera, lezione di vita: non importa quanto tu sia giovane, quanto faccia paura il buio o quanto tremino le ginocchia, ci sono momenti in cui devi scegliere se arrenderti o resistere, perché la vita non aspetta che tu sia pronta. Ed essere forti non è una scelta che si fa quando si cresce, ma quando non si ha alternativa.

Quella notte decisi che, qualunque cosa brutta mi fosse capitata, non sarei stata schiava degli psicofarmaci, ma avrei combattuto fino allo stremo, come mio padre. Come lui, avrei imparato a resistere, a camminare anche scalza su pietre aguzze, a non farmi sbranare dalla paura, ma a guardarla negli occhi.

Quel giorno, senza saperlo, decisi che sarei diventata una leonessa. Una di quelle che non ruggiscono per farsi notare, ma che sanno mordere la vita anche quando fa male.

I mesi passarono lenti. Arrivò Natale, ma la nostra casa era immersa in una quiete innaturale. Poi, all’inizio del nuovo anno, il 1980, successe qualcosa che parve un miracolo: papà migliorò. Con l’aiuto di mamma e di una zia riuscì persino ad alzarsi dal letto e a sedersi a tavola.

Mamma, per la prima volta dopo tanto tempo, tornò a cucinare. In casa si sparse un profumo di arrosto, di dolci, di vita. Tutti erano felici. Tutti tranne me. Non so perché, ma sentivo che quel miglioramento non era reale. Forse era solo un regalo momentaneo del destino, un ultimo sorriso prima dell’addio. E infatti, pochi giorni dopo, tutto crollò di nuovo. Papà peggiorò in fretta. Mamma non mi permetteva più di entrare nella sua stanza.

«È stanco, deve riposare» diceva.

Ma io volevo solo tenergli la mano, accarezzargli i capelli.

Arrivò anche la vigilia dell’Epifania e scrissi la mia letterina alla Befana. Non chiesi bambole o dolci. Scrissi solo: “Vorrei che il mio papà guarisse e che la nostra casa tornasse felice come prima.” Non feci nemmeno in tempo a chiuderla in busta che un grido lacerò la casa.

 

Un urlo di mia madre, acuto, disumano, che spaccò la notte. Mio padre era morto. A soli 42 anni. La morte se l’era portato via, e con lui anche la mia infanzia. Quando il giorno dopo lo seppellirono, sentii che una parte di me finiva lì, sotto quella terra fredda. Non c’era più spazio per i capricci, né per i sogni. Era arrivato il momento di diventare grande.

Mamma era distrutta. La osservavo e non la riconoscevo più: gli occhi spenti, i capelli arruffati, i vestiti indossati a caso. Un tempo era sempre elegante, profumata, curata. Ora sembrava un guscio vuoto. Vederla così mi lacerava.

Ripensai a quella notte in cui papà, pur soffrendo, aveva trovato la forza di incoraggiarla. Capii che ora toccava a me essere forte. Tornai a dormire nel lettone per non lasciarla sola, anche se stare al posto di papà mi faceva uno strano effetto. Quella notte non riuscii a dormire. Mentre mamma, stordita dai farmaci, russava piano, io restai lì a fissare il soffitto.

Ripensavo a papà, al suo sorriso, ai suoi caldi abbracci. Mi mancava da morire. Fu allora che sentii una mano calda sfiorarmi i capelli. Pensai fosse mamma, ma quando cercai di afferrarla, la mia mano toccò solo aria.

Accesi la luce: mamma dormiva, di spalle. Spensi di nuovo, cercando di convincermi che fosse suggestione. Pochi minuti dopo, però, sentii il materasso affondare dietro di me, come se qualcuno si fosse seduto. Il cuore mi balzò in gola. Cercai di convincermi che fosse solo la mia immaginazione.

Poi ancora quella carezza. E un profumo familiare mi riempì le narici: il dopobarba di papà.

Il cuore mi si fermò in petto.

«Sei tu, papà?» sussurrai. In quell’istante la luce della lampada si accese e si spense da sola.

Urlai.

Mamma si svegliò di soprassalto, confusa.

«Perché gridi così? Vuoi svegliare tutto il vicinato?». Le raccontai tutto, tremando.

«Forse stavi sognando» mormorò, già mezza addormentata.

Ma io sapevo che non era un sogno.

Restai sveglia fino all’alba, con la luce accesa. Quando finalmente mi addormentai, lo sognai. Era davanti a me, sereno, vestito con il suo completo blu e la camicia bianca. Sembrava ringiovanito. Sorrideva.

«Ciao, Tiziana. Non aver paura, non ti farò nulla».

Mi avvicinai, tremando. «Papà, sei davvero tu?».

«Certo. Mi stavi pensando e sono venuto a dirti che sto bene. Non soffro più. Veglierò sempre su di voi».

«Ma io voglio che tu resti con noi».

«Io non me ne sono mai andato, tesoro mio. Siete voi che non potete vedermi. Ti ho accarezzata proprio poco fa, ma tu ti sei spaventata».

Mi vennero i brividi. «Eri tu? Davvero?».

«Hai sentito il mio profumo, no? Quando accadrà ancora, saprai che sono lì, accanto a te».

«Papà, non è la stessa cosa…».

«Lo so. Ma un giorno saremo di nuovo insieme. Non temere per la mamma: presto si riprenderà. Noi tutti preghiamo per lei».

«Noi tutti chi?».

Lui sorrise, come faceva sempre quando voleva lasciarmi con un mistero. «Ora devo andare, ma ricordati: non sono mai lontano».

Mi svegliai di soprassalto, le guance bagnate di lacrime, ma il cuore leggero. Non so dire se fosse un sogno o qualcosa di più, ma quella presenza mi aveva restituito pace. Per la prima volta dopo tanto tempo, sentii che non ero più sola.

Da quel giorno non ebbi più paura. Non del buio, né del silenzio, né di quella stanza che fino a poco prima mi sembrava troppo grande per me.

Sapevo che papà era con me, invisibile ma vicino, e che la vita, anche quando sembra spezzarsi, continua a scorrere, ostinata, come un fiume dopo la piena.

Con il tempo, anche mamma migliorò.

Nel giro di un anno smise di prendere i farmaci e tornò a sorridere, seppure con quella tristezza dolce che resta negli occhi di chi ha conosciuto la perdita. Ricominciai a vederla con i capelli tagliati e pettinati, a sentire il profumo dei suoi vestiti, a guardarla mentre sistemava con cura i fiori sul tavolo della cucina, come se volesse riportare un po’ di bellezza nella nostra casa. Sembrava che la vita, timidamente, stesse tornando.

Ma la serenità purtroppo durò poco: dopo alcuni anni anche lei ci lasciò, silenziosamente, quasi in punta di piedi, come se avesse deciso di raggiungere papà nel luogo dove l’amore non finisce.

L’angoscia mi avvolse per la seconda volta. Mi sentii come un albero a cui avevano reciso le radici, sospeso nel vento, in bilico tra le correnti che la vita continuava a soffiare.

E ancora una volta riaffiorarono i ricordi di quella notte: la forza di mio padre, la sua lucidità anche nel dolore, il suo coraggio che non cedeva nemmeno davanti alla fine. Capii che non c’era tempo per lasciarsi andare.

Così continuai, anche se a fatica, a camminare dentro la mia vita. Col tempo ho costruito la mia famiglia, e oggi sono mamma di tre splendidi ragazzi. Mi consola pensare che i miei genitori siano di nuovo insieme, felici come un tempo. Li immagino passeggiare a braccetto nei giardini del Paradiso: papà con il suo completo blu e il fiore bianco all’occhiello, mamma con il tailleur dello stesso colore, elegante e sorridente come nei giorni più felici. Lui che racconta storielle divertenti, lei che lo guarda con quello sguardo tenero e innamorato che avevo imparato a riconoscere anche da bambina. Li vedo ridere insieme, leggeri, certi che niente e nessuno potrà più separarli.

E ogni volta che nella mia casa torna quel profumo sottile di dopobarba, quello che portava papà, o che una carezza improvvisa mi sfiora i capelli, sento che sono loro e sono con me. Il loro amore, ne sono sicura, durerà per l’eternità. E dentro di me, la bambina che vegliava sul respiro del padre continua a camminare: fiera, forte, con il cuore di una leonessa.

Perché il dolore passa, ma ciò che ci insegna resta. Ed è da quelle ferite che impariamo a brillare.

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Storia vera di Tiziana Coppola pubblicata sul n 3 di Confidenze 2026

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