Storia vera di Donika A. raccolta DA Alessandra Mazzara
Io salgo. Vado a sedermi nel primo posto che capita. Sono già stanca.
Il treno riparte dopo pochi secondi e alla sua velocità corrono anche i miei pensieri. Speriamo che Milo si svegli in tempo per accompagnare a scuola sua sorella… Oggi Tea ha il compito di matematica, avrà studiato bene ieri? Devo prendere un’altra scatola di cartone per i libri di Milo. Ieri sera è avanzato dello sformato, stasera mangeremo quello per cena. Ho già pagato la bolletta della luce? Dovrei passare anche dalla farmacia, più tardi. Ma ce n’è uno, di pensiero, che da mesi non mi dà tregua. Una decisione che ho già preso e che so che determinerà il mio futuro e quello dei miei figli. È il pensiero dominante, che schiaccia gli altri e li fa diventare piccoli piccoli.
Finalmente, il treno si ferma alla mia destinazione. Di nuovo, c’è chi scende, c’è chi sale. Io scendo. Con quel pensiero incollato su di me come un adesivo indelebile.
Il cielo su Milano è grigio. Arrivo a destinazione che sono già le sette del mattino. È tutto così diverso qui. Il quartiere è ricco, elegante. La gente che lo abita veste abiti raffinati e manda i figli nelle migliori scuole private. Dove vivo è già tanto che le case abbiano le porte e i nostri figli, se vanno a scuola (quando vanno a scuola), è solo perché altrimenti finiamo in galera.
Il portinaio è già al lavoro, nella sua divisa blu con il cappellino e i guanti bianchi. Tutto in questa città è preciso, puntuale, perfetto. Disumanamente efficiente.
«Buongiorno, Donika» mi saluta sorridendo. «Fa freddino oggi, vero?».
«Buongiorno a lei, Antonio». Scambio sempre quattro chiacchiere con lui, prima di salire su. «Già, parecchio».
«Si dice che in serata il cielo la butterà giù pesante»
Sorrido: «Che faccia pure. A Milano abbiamo tutti le spalle di ferro, la pioggia ci scivola addosso».
Lascio il portinaio ridere di gusto alla mia battuta e prendo l’ascensore di questo palazzo storico con i fregi alle finestre e i tetti alti.
Arrivata al piano, apro le porte, le richiudo, tiro fuori dallo zainetto il mazzo di chiavi e apro la porta.
«Adelaide, sono io, Donika» grido per farmi sentire, poi mi chiudo la porta alle spalle, mi spoglio di giubbotto, sciarpa e quant’altro e sistemo tutto sull’imponente appendiabiti a parete degli anni Trenta.
«Donika, tesoro! Sei arrivata, cara. Ti aspettavo affacciata alla finestra».
Eccola, già vestita di tutto punto, con il filo di perle attorno al collo, i lunghi capelli bianchi raccolti in un elegante chignon, gli occhi azzurri come il cielo di giugno e quel profumo che la segue ovunque vada.
«Allora» mi dice poi, mettendo le mani sui fianchi. «Hai riflettuto bene sulla mia proposta? Sono mesi che aspetto una risposta, cara».
Adelaide, 85 anni di eleganza, cultura, raffinatezza e generosità. Adelaide. La donna che 13 anni fa mi ha dato un volto e una dignità. Che mi ha teso la mano quando nessuno voleva più stringerla. Che ha strappato i miei figli a un destino che li voleva figli di nessuno.
Adelaide. Che li ha salvati. Che mi ha salvata.
Avevo sette anni quando con mia madre e mia nonna lasciammo l’Albania. Era il 1994, la guerra dei Balcani infuriava già da qualche anno. Di quegli anni ho ricordi troppo sbiaditi, persi in quei corridoi della memoria che non vogliamo mai attraversare. L’Italia fu per noi l’America, la Puglia divenne presto la nostra nuova casa. Mamma si diede subito da fare. La sera lavava i piatti in un ristorante, la mattina puliva i bagni in un asilo privato, al pomeriggio faceva la donna delle pulizie per varie signore. Non c’era mai a casa. Passavo intere giornate con nonna, che adoravo. E che mi adorava. Nonna era sempre con me. Mi accompagnava a scuola, con lei facevo la spesa, guardavo la tivù. Poi, al momento dei compiti, mi si sedeva accanto. Ma non era lei ad aiutare me. Ero io a insegnarle l’italiano. Quella lingua che avevo imparato a parlare prestissimo, amandone i suoni fin dal primo momento. E che nonna desiderava tanto capire, utilizzare. «Insegnami a parlare come parlano qui» mi supplicava nell’unica lingua che si parlava in casa, l’albanese.
Io le mettevo sotto il naso il mio libro di grammatica e le dicevo questo si legge così, quest’altro si scrive così, questo si dice così, quest’altro si pronuncia così. Fui una brava maestra. Nel giro di un anno, nonna riuscì ad apprendere le basi, diventando sempre più sicura di sé quando andava al mercato o quando le capitava di fermarsi a fare due chiacchiere con una vicina. Di errori ne faceva a bizzeffe, ma riusciva a capire tutto quello che le si diceva e a farsi comprendere senza troppi sforzi. Seduta accanto a me, presenza silenziosa mentre studiavo, assorbiva quello che riusciva con le sue capacità. «Lo studio salva dalla miseria, Donika» mi ripeteva sempre.
Morì che non aveva ancora neanche 70 anni per un cancro al seno senza pietà. Andavo alle medie e da quel giorno la sedia accanto a me al pomeriggio rimase vuota. Persi interesse per lo studio. Non c’era più nonna a dirmi che studiare mi avrebbe cambiato la vita e salvata dalla miseria. I miei voti peggiorarono. Nonna mi mancava, mi sentivo sola. Mamma, distrutta da quella perdita, si lasciò andare e a me cominciò a tremare la terra sotto i piedi. Mamma perse un lavoro, ne trovò un altro, ci sfrattarono da una casa, ne affittammo un’altra, perse un altro lavoro e poi un’altra casa. Nonna, il nostro muro portante, non c’era più e ora stavamo andando tutte alla deriva. Mi bocciarono due volte. A 16 anni lasciai la scuola e iniziai a fare piccoli lavoretti nei bar, nelle pizzerie, come baby e dog sitter.
La vita con mamma era ormai senza punti fermi né sicurezze. Eravamo due isole vicine che non si toccavano, a galla sullo stesso mare troppo agitato. Mamma morì quando io avevo da poco compiuto 18 anni. Lo stesso tumore che si era preso nonna. Rimasi sola.
In quel periodo conobbi un ragazzo al bar in cui lavoravo come cameriera. Era in Puglia in vacanza, ma viveva a Milano. Mi innamorai. E per lui lasciai la Puglia. Del resto, in quella striscia di terra non avevo più nessuno. A Milano, trovai lavoro come aiuto parrucchiera. E rimasi incinta. Ma allora lui non ne volle sapere più niente né di me né del bambino che aspettavo e se ne andò lasciandomi sola col pancione, scomparendo come non fosse mai esistito.
Milo nacque una mattina di maggio del 2005. Ero giovanissima, vivevo in un bilocale condiviso con un’altra ragazza. Un bilocale che non potevo più permettermi perché, alla notizia della gravidanza, mi avevano licenziata. Non avevo nulla, se non quel frugoletto tra le braccia. Chiesi aiuto a una casa famiglia, ci accolsero per breve tempo. Giusto qualche settimana, in modo che io mi trovassi un lavoro stabile. Lavoro che trovai qualche mese dopo come donna delle pulizie, dividendomi tra case, studi legali e medici. Come mia mamma. E, come lei, senza neanche uno straccio di contratto.
Con quanto mettevo insieme, riuscii ad affittare un appartamento in un quartiere di periferia non proprio raccomandabile. Potevo permettermi solo questo. La mattina e il pomeriggio lavoravo con le pulizie, la sera come ragazza immagine in una discoteca. Milo restava da una vicina. Di certo, non potevo portarmelo dietro. Quel lavoro mi serviva per arrotondare.
Fu in discoteca che m’innamorai per la seconda volta. Non sono mai stata brava nello scegliere gli uomini giusti. Lui era un perdente, beveva e giocava alle macchinette quello che guadagnava come muratore. Ma mi facevo andare bene tutto perché i suoi soldi, uniti ai miei, servivano per i bisogni di Milo.
Nel 2008 scoprii di essere nuovamente incinta. Mi licenziarono tutti. Tea nacque nel febbraio del 2005. Suo padre, l’uomo che credevo di amare, era dentro da otto mesi per spaccio. Non lo cercai mai più. Non mi cercò mai più. Finì anche lui, insieme al padre di Milo, nei bui meandri di quella memoria che non vogliamo ricordare.
Avevo due figli da crescere, ero sola, senza più una casa né uno straccio di lavoro. Chiesi di nuovo aiuto e il nostro caso fu affidato ai servizi sociali, che furono più che chiari: ci avrebbe accolti un’altra casa famiglia, ma avrei rischiato di perdere i figli se non avessi radicalmente cambiato vita, trovato un lavoro stabile e in regola e chiuso con gli uomini sbagliati. Bastò quell’atroce idea per farmi aprire gli occhi. La posta in gioco era alta. Il prezzo da pagare ancor di più.
Era il 2012. Milo aveva sette anni, Tea ne aveva tre.
La signora Adelaide arrivò nelle nostre vite in un pomeriggio di gennaio, mentre eravamo in fila alla parrocchia del nostro quartiere. Era un giovedì, quel giorno i volontari avrebbero distribuito alle famiglie più bisognose vestiti usati. Una bella signora curata sulla settantina si avvicinò a Tea. «Ciao, piccolina» sussurrò alla mia bambina. «Ho qui una cosa che credo sia proprio perfetta per te». Da un sacco aveva tirato fuori un pellicciotto bianco e morbidissimo. «E per te, giovanotto» continuò indicando Milo, «ecco qua» disse, estraendo come un prestigiatore dal cilindro un piumino di Superman. I miei figli scoppiarono a piangere. Lacrime di riconoscenza, che avevano il sapore di cose desiderate e mai avute. La signora elegante li aveva, poi, abbracciati e, alzato su di me lo sguardo, mi chiese quanti anni avessero e i loro nomi.
«E tu?» mi domandò poi con dolcezza.
«Io, cosa?».
«Come ti chiami?».
«Donika» risposi.
«E come stai, Donika?».
A quel punto, piansi anch’io.
E non per quel maglione color porpora che mi era toccato in sorte. Piansi perché mai nessuno, dopo la morte di mia nonna, mi aveva più chiesto come stessi.
La signora Adelaide divenne il nostro incontro fisso del giovedì. Metteva da parte per noi le cose più belle, i giocattoli migliori. «Dove vivete?» mi chiese un pomeriggio, davanti a una tazza di tè bollente. Ci aveva invitati a prendere qualcosa al bar vicino alla parrocchia, aveva fatto riempire il nostro tavolino di torte, biscotti e due tazze di cioccolata calda per Milo e Tea.
«Al momento, ci ospita una casa famiglia» avevo risposto. «Ma devo trovare al più presto un buon lavoro, tra poco dovremo andare via da lì».
Adelaide capì e fu davanti a quel tè e a una fetta di Sacher che ci salvò. Mi assunse come domestica a tempo pieno in casa sua, in uno dei quartieri più ricchi di Milano. Quelli della casa famiglia mi tennero d’occhio per un po’ di tempo. La paga era più di quanto avessi mai guadagnato con i tanti lavori che avevo fatto. Trovai presto un bilocale in affitto in periferia e quando presentai la mia prima busta paga, i servizi sociali mi liberarono dal loro giogo. Nel frattempo, Milo e Tea divennero per Adelaide due nipotini da viziare. Li riempiva di regali, di cose belle. Milo iniziò basket, Tea danza. Le rette le pagava lei.
«Non posso accettare tutto questo, è troppo» le dissi un giorno, imbarazzata.
«E perché mai?» mi rispose lei. «Forse i tuoi figli non hanno anche loro il diritto di essere felici? A proposito di felicità» continuò poi, con la sua aria di eterna bambina. «Che ne dici, Donika: e se prendessimo anche un bel gattone? Un bel persiano bianco, magari con gli occhi azzurri…».
Non la finiva mai con la storia del gatto, me lo proponeva ogni giorno. Fu l’unico no deciso e secco che riuscii a imporle.
In brevissimo tempo, io, i miei ragazzi e Adelaide diventammo come una famiglia.
Milo e Tea erano i nipoti che non aveva, io la figlia che aveva tanto desiderato, ma mai avuto.
«Non sempre tutti i desideri si avverano, Donika cara. Il mio è stato un matrimonio triste…».
Il tempo passò. Milo si diplomò con il massimo dei voti, Tea fu scelta come prima ballerina per l’ultimo saggio di danza.
«Voglio andare all’università, mamma» mi disse mio figlio poco prima di andare a letto, una sera di luglio. Faceva un caldo soffocante, neanche le finestre aperte riuscivano a darci un po’ di respiro. Passai la notte seduta al tavolo della cucina cercando di far quadrare i conti. Con qualche piccolo sacrificio avrei potuto farcela. Ma non avevo tenuto conto di Adelaide: lei volle che Milo facesse richiesta per una tra le migliori università private della città. Sarebbe stata lei a pagare la retta. Anche quella.
«Adelaide, non posso chiederle di farlo».
«Non mi sembra tu me l’abbia chiesto, Donika. L’ho semplicemente deciso io».
Capitolai. Per Milo, certo. Per mio figlio. E perché difficilmente, ad Adelaide, puoi dire un no.
Solo quando diceva «gatto» e «persiano» riuscivo a impormi.
«Hai due figli meravigliosi, Donika. Vai via da quel brutto quartiere in cui abitate» mi ha detto qualche mese fa. Ero appena arrivata in casa, ancora sulla soglia. «È da tanto tempo che ci penso e credo che sia giunto il momento di fare questo passo».
«E dove dovrei andare, Adelaide? Io non posso permettermi altro».
«Trasferisciti qui».
L’ho guardata come se non capissi: «Qui dove?».
«Qui. In questa casa. Sono quasi 200 metri quadri. C’è spazio per tutti».
«Ma…».
«Non c’è nessun “ma”, Donika. Continuerai a lavorare per me, non cambierà nulla. Semplicemente, non dovrai più alzarti alle quattro del mattino per arrivare qui alle otto e toglierai i tuoi figli dai rischi di quel quartiere. Pensaci».
Quell’offerta mi ha spiazzato, è cresciuta come un pensiero gigante nella mia testa. Ho passato notti insonni. Ma mi è bastato guardare i miei figli negli occhi per decidere. Ho detto loro dell’offerta di ospitarci di nonna Adelaide (è così che la chiamano) e abbiamo deciso di comune accordo che sarei stata io a darle la notizia, quando mi sarei sentita pronta.
Oggi quel giorno è arrivato. «Allora? Hai preso o no una decisione?» mi dice Adelaide, le mani ancora sui fianchi.
Dalla finestra filtra un debolissimo raggio di sole che, di sbieco, le illumina il volto. Per un attimo, un infinitesimo attimo, mi sembra di vedere in lei mia nonna e questa cosa mi strozza la gola, mi toglie le parole e mi riempie gli occhi di grosse lacrime. Allora me ne sto zitta e allargo le braccia. Adelaide mi raggiunge a passi lenti. Ci abbracciamo. E non servono parole per capire che non occorre il sangue, a unire le persone. Che solo l’amore, questo potente sentimento che muove sole e stelle, può cambiare le cose, i cuori, i destini.
«Hai fatto la scelta giusta, figlia mia» mi sussurra all’orecchio Adelaide.
«Grazie» è la sola parola che riesco a dire, soffocata dai singhiozzi.
La stringo forte a me. È lei la nostra vera casa. Poi, Adelaide si stacca dall’abbraccio e in un attimo si ricompone perfettamente. Sistema il filo di perle attorno al collo e allo specchio controlla che il suo caschetto sia impeccabile.
Poi si gira verso di me. «Ok tesoro. Ora però andiamo a prendere un gatto». E così è arrivata. È una persiana bianca, soffice che pare fatta di zucchero filato, vivacissima, gli occhi azzurri e lo sguardo birichino. Milo e Tea l’hanno adorata subito, Adelaide per lei stravede.
Io sto quasi affezionandomi, nonostante tutto quel pelo svolazzante. L’abbiamo chiamata Dila. Il nome di mia nonna.
La vita mi ha tolto tanto.Ma l’amore mi ha ricompensata in abbondanza.
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Testo pubblicato su Confidenze n 5/2026
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