di Tiziana Pasetti
Trama – Själ, in svedese, vuol dire anima. Själö è un’isola nel Mar Baltico, in Finlandia, qui re Gustavo fece erigere una costruzione dedicata ad accogliere i lebbrosi. Correva l’anno 1600. E per un lungo secolo mantenne quella funzione. Poi fu convertito in manicomio e tra il 1890 e il 1962 ospitò quasi solo donne, donne ritenute inguaribili, affette da ‘menti deboli’, donne che venivano allontanate dai loro contesti sociali, dai loro mariti, dai loro genitori, dai loro figli. Johanna Holmström è partita dalla storia vera di una delle centonovantadue pazienti ricoverate a Själö per malattia mentale, Amanda, da un registro medico con appuntati tutti i suoi sintomi. Da quel documento si apre il mondo del verosimile e arrivano le storie, i racconti: Kristina e i suoi due bambini lasciati andare a fondo nel fiume. Lasciati andare perché? Cosa era scattato nella sua mente, la mente di una madre innamorata dei suoi figli? E poi Olga, Gretel, Martha, Karin, Elli. E le infermiere, Sigrid e Manna. E fuori, oltre il mare gelido, un’altra debolezza: il mondo in guerra.
Un assaggio – La storia delle donne di Sjȁlö non comincia con Amanda. Non comincia nemmeno nel 1889, quando l’ospedale su quella remota isoletta divenne un luogo destinato unicamente alle donne. In realtà comincia negli anni Cinquanta del Settecento con un istituto in Francia, dov’è un medico di nome Pierre Pomme prende appunti accanto a una vasca da bagno. Nella vasca siede una donna. Il suo nome è ignoto. Tutto ciò che so di lei e che è isterica. Questo prima che Jean-Martin Charcot fondasse il suo teatro dei nervi nel manicomio della Salpêtrière di Parigi, dove nella seconda metà dell’Ottocento presentava le sue famose pazienti, Blanche e Augustine, davanti a platee stracolme. E anche prima della psicanalisi di Sigmund Freud e dei test d’intelligenza di Alfred Binet. (…) La medicina moderna posa su fondamenta fatte di ossa e corpi morti, di indicibili sofferenze umane, e la domanda che possiamo porci è se questi sacrifici siano stati in sostanza positivi, dato che hanno permesso di comprendere meglio le malattie e di poterle curare. Lo stesso atteggiamento è arrivato a plasmare i rapporti con le malattie spirituali. Le malattie della mente. Quelli che un tempo venivano acclamati come profeti o veggenti sono stati trasformati dal sigillo della modernità in isterici o schizofrenici, e sono stati rinchiusi. Si è stabilita una linea di separazione tra sano e malato e si è interrotto ogni contatto con la lingua dell’estasi, della confusione e della predicazione. L’uomo razionale non è più stato in grado di comprendere o interpretare questa lingua, ed essa è diventata una lingua della malattia, una lingua del silenzio. Così il filosofo francese Michel Foucault descrive l’intrusione della psichiatria moderna nell’esistenza umana. Allo stesso tempo si è perso qualcosa di essenziale. Foucault dice che dobbiamo imparare ad ascoltare. Dobbiamo praticare un’archeologia del silenzio per cercare tutte queste voci dimenticate e riportarle in superficie. Solo allora potremmo penetrare la natura della follia e trovare ciò che vi si nasconde.
Leggerlo perché – Quando si parla di malattia mentale, soprattutto nelle donne, la storia ci racconta di obblighi comportamentali che, se non rispettati, venivano bollati come devianza. Una devianza comodamente etichettata come malattia, come esperienza di vita da silenziare e relegare. Ancora oggi, nonostante il “progresso”, per molte donne è difficile, se non impossibile, dare voce alle proprie emozioni, dire no, scegliere, cambiare. Leggere queste pagine addolora. Ci sono dolori necessari, però, per capire la violenza del genere (dis)umano. Leggere spesso è un atto dovuto.
Johanna Holmström, L’isola delle anime, Neri Pozza
Traduzione dallo svedese di Valeria Gorla
















