Storia vera di Matteo M. raccolta da Alessandra Mazzara
Arrivò nel mio studio con un pancione così grande che temetti potesse scoppiare da un momento all’altro. Era la metà di novembre. Fuori il freddo era così intenso da gelare il fiato. La sala d’attesa era gremita di pazienti, ciascuno con il proprio acciacco di stagione. Persi un battito del mio cuore, quando lei entrò. Come sempre, avevo detto ad alta voce: «Avanti il prossimo» e mi aspettavo entrasse un vecchietto, o una madre preoccupata per la tosse del figlio adolescente…
Invece no. Entrò lei.
Non l’avevo mai vista in studio, seduta in sala d’attesa insieme agli altri miei pazienti. Fosse anche venuta una volta sola, di certo non me ne sarei dimenticato.
Era bellissima, proprio bellissima. Il biondo dei capelli ricordava il colore delle spighe di grano, il verde degli occhi due smeraldi luminosi.
Si era seduta di fronte a me. A separarci, l’imponente e austera scrivania di mogano che mio padre aveva commissionato per me da un ebanista. Era un simbolo, per babbo, quella scrivania dai piedi intarsiati e massicci, il segno visibile del suo unico figlio che ce l’aveva fatta.
Babbo era un contadino. Non aveva studiato. Nel paesino dove aveva vissuto una vita intera lavorava la terra sotto il sole d’estate e la pioggia in inverno. Non conosceva altro, della vita, se non la fatica. La mia laurea in Medicina lo aveva fatto volare così in alto da gridare a gran voce per le vie del paesino che Matteo, il suo unigenito, ora era un dottore che curava le malattie. E lo faceva con le mani sporche di fango, terra e concime, bussava alle porte dei compaesani e diceva loro che in città c’era il suo Matteo, il dottore, che aveva aperto uno studio tutto suo con una scrivania grande così, che andassero da lui a farsi curare, perché era davvero bravo, aveva studiato tanto, non ne sbagliava neanche una.
«Basta, smettila d’importunare la gente, Nicola» gli diceva sempre mia mamma.
Babbo, però, non l’ascoltava. «Mio figlio è un dottore» ripeteva fiero, e mentre lo diceva gli occhi brillavano e le mani tremavano.
Me ne stavo proprio dietro a quella scrivania, dicevo, quando lei arrivò. Era il 16 novembre del 1985.
Si muoveva con fare spontaneo, allegro, naturale. Reggendo la schiena con una mano per controbilanciare il peso, lei così magra, così sottile, e quel pancione così grosso, si era seduta su una delle due poltroncine davanti a me e mi aveva sorriso. Aveva un discreto rossore sulle guance e profumava di qualcosa che ricordava vagamente la lavanda o, forse, la peonia. Senza neanche presentarsi, aveva estratto dalla borsa una busta e me l’aveva porta. Notai subito che non portava alcuna fede al dito.
«Sono gli esiti delle analisi di mio padre» mi disse.
E io, quella busta, la presi continuando a guardare la donna, completamente perso nel mare verde dei suoi occhi. «Quindi lei, signorina, è la figlia del signor Gino e della signora Lisetta?» le chiesi leggendo il nome sulle analisi, finalmente felice di averle dato almeno un cognome.
«Sì. Ho preferito portarle io, con questo tempo è bene che restino a casa» continuò lei sorridendo.
Benedissi il gelo, il vento, la neve e la pioggia e controllai gli esami ematici. «Può dire a suo padre che le cure e la dieta che gli ho prescritto stanno facendo bene il loro lavoro» le dissi poi, ripiegando i documenti e porgendoglieli. «Conosco i suoi genitori da poco, non sapevo che avessero una figlia». Non era una frase brillante, lo riconosco. Ma avrei detto di tutto pur di allungare all’infinito i tempi della sua presenza in quella stanza, con me.
Lei aveva sorriso. «Non mi sorprende che non gliel’abbiano mai detto. Fra me e i miei genitori non corre buon sangue».
«No?» chiesi in fretta, punto da un’inarrestabile curiosità.
Lei aveva alzato le spalle. «Sono tornata da Monaco un mese fa dopo non averli visti né sentiti per quattro anni. Vedermi con il pancione li ha sconvolti. Avrebbe dovuto vedere le loro facce…». Rideva al ricordo di quel momento, i boccoli biondi le ballavano sulle spalle sottili e il suo sorriso era un fascio luminoso entrato improvvisamente a illuminare la penombra della stanza, a ravvivare le pareti bianche, i mobili scuri, le veneziane sempre ricoperte di polvere. C’era sfacciataggine, nelle sue parole.
Eppure, pur avendola colta, preferii ignorarla.
«Per carità, sono brave persone» continuò, «il problema sono io, mi hanno dato tutto il possibile e come li ho ricambiati? Lasciando l’università, andandomene a fare l’hippy in Germania e restando incinta di un perfetto sconosciuto di cui non so neanche il nome».
Arrossii. Incassai il colpo. Quella ragazza dal viso da fanciulla non era di certo un’ingenua. Davanti a tutto questo, sarei dovuto scappare. Invece, restai.
Quando si alzò per andare via, mi strinse la mano. «È stato un piacere chiacchierare un po’ con lei, dottore» mi disse colpendo i miei occhi e la mia anima.
«Piacere mio, signorina» balbettai.
Poi si girò, già sull’uscio della porta. «Me l’aveva detto mamma, che il nuovo dottore era un bell’uomo, ma non credevo così tanto».
Se ne andò in fretta.
«Avanti il prossimo» lo dissi circa dieci minuti dopo, il tempo che mi servì per tornare a respirare di nuovo. Perché di quella ragazza fuori dagli schemi e incinta di uno sconosciuto, che non tornava a casa da anni, mi ero perdutamente, follemente, irrimediabilmente innamorato come un ragazzino.
Di storie, ne avevo avute poche. Che fossi un bell’uomo, lo sapevo. Ma come ingiusto contrappeso a quel dono, vivevo una timidezza che molte donne percepivano come chiusura. Ero cresciuto in un piccolo paese, con due genitori semianalfabeti e poche prospettive. Lo studio mi aveva salvato dall’impoverimento culturale a cui ero destinato, ma non mi aveva aiutato nei rapporti con l’altro sesso. Che continuavano a essere radi, imbranati, grigi. Mi mancava, l’amore, pur non avendolo mai davvero conosciuto. E quella ragazza, dal niente e improvvisamente, me lo aveva fatto intravedere per la prima volta. Si può spiegare, forse, l’amore? Lo si può controllare, prevenire? Ci servirebbe uno scudo per proteggerci da questa forza divina e dannata che ci prende, ci scuote, ci sposta e ci trasforma. Ma davanti all’amore, non abbiamo protezioni. Così, quando arriva ci trova disarmati. E vince. Sempre.
Seppi il suo nome qualche giorno dopo quando, con una scusa banale inventata su due piedi, mi presentai a casa di Gino e Lisetta. La neve si era già sciolta e un debole sole filtrava da un cielo che si ostinava a essere grigio. Solo il vento non voleva cessare di soffiare violento. Arrivava dalla costa con raffiche pungenti come schiaffi e ululava sibilante nel buio delle notti di quel novembre giunto ormai alla fine.
«Dottore, ma che sorpresa è questa? Che cosa la porta qui da noi, va tutto bene? Non mi faccia preoccupare». Lisetta mi accolse con visibile stupore, unendo le mani come in preghiera.
«Va tutto bene, stia tranquilla. Mi sto dedicando alle visite domiciliari e ho pensato di fare un salto anche da voi» sorrisi con dolcezza. Che scusa patetica.
«Dottore, ma lei è un angelo! Entri, la prego, si accomodi pure».
Strofinai la suola delle scarpe sullo zerbino come mi aveva insegnato mamma ed entrai. Il signor Gino mi venne incontro e mi strinse la mano. Erano una coppia avanti con gli anni, entrambi piccoli di statura, dagli sguardi buoni e sinceri. Mi fecero accomodare nel salotto, Gino spense la tivù e Lisetta, emozionata come se in casa sua fosse appena arrivato il Papa e non un qualsiasi medico di base con una scusa ridicola solo per rivedere la loro figlia incinta di un altro, mi disse di prendere posto su una delle due poltrone di velluto marrone. Misurai loro la temperatura, la pressione, li auscultai. Poi, finita la visita, accettai di buon grado il caffè offerto dalla signora Lisetta. Più tempo avrei passato in quella casa, più possibilità avrei avuto di rivedere la ragazza.
«Ho incontrato vostra figlia qualche giorno fa in ambulatorio. Mi ha gentilmente portato l’esito degli esami».
«Sì, dottore. Valeria si è offerta di pensarci lei».
Valeria. Finalmente, quel volto incantevole e quegli occhi verdi avevano un nome.
Lisetta mi porse la tazzina e io cominciai a sorseggiare lentamente il caffè. Fu in quel momento che lei arrivò. «Valeria, vieni qui, guarda un po’ chi è venuto per una visita a domicilio».
Valeria si liberò del cappotto bianco, lo appese sull’appendiabiti e ci raggiunse. «Dottore, che piacere rivederla» esclamò con un sorriso meraviglioso. Indossava un vestitino di lana blu e aveva i capelli raccolti in una leziosa treccia laterale.
Quant’era bella… Mi alzai imbarazzato e goffo e le strinsi la mano, poi tornai al mio posto, il viso in fiamme e le mani sudate.
«Stavamo proprio parlando di te. Sa, dottore, la nostra Valeria è una pianista di talento. Ha studiato al Conservatorio, dove ha preso il diploma, poi…».
«Mamma, piantala» tagliò corto Valeria prendendo un biscotto dal vassoio che Lisetta aveva da poco sistemato sul tavolo. «Non è il caso che provi a riscrivere da capo la storia per farla sembrare più bella. Ho già raccontato tutto quello che c’era da dire al dottore la scorsa volta, compresa la mia fuga a Monaco di Baviera con quei mentecatti e questa cosa qui» finì indicando con gli indici delle mani il pancione.
Vidi Lisetta mordersi il labbro nervosa e Gino chinare il capo per l’imbarazzo. «La perdoni, dottore. Valeria non sempre riesce a collegare lingua e cervello».
Sorrisi, più per il nervosismo che per altro. «Non si preoccupi, Lisetta. Non sono il tipo da lasciarsi impressionare e non ho neanche l’abitudine di giudicare gli altri».
«No?» mi chiese diretta Valeria. Non c’era sfida nella voce né provocazione nello sguardo. I suoi enormi occhi verdi mi stavano scrutando come colmi di una speranza cui, forse, non era più abituata.
«No» le risposi, senza spostare neanche per un attimo i miei, di occhi, dai suoi. Occhi che, quel volto, lo avevano già imparato a memoria, come una poesia che non si scorda più.
Cominciammo a frequentarci. Che aspettasse un bambino non fu mai per me un problema. L’accompagnavo ai controlli, la invitavo a mangiare bene e a non fumare quelle dannate sigarette che lei spegnava ogni volta con una smorfia e un gesto di stizza. La sera passeggiavamo a braccetto come una coppia consolidata e innamorata, facevamo le parole crociate sul divano del salotto dei suoi dopo cena, con Gino che russava rumorosamente dalla sua poltrona e Lisetta che faceva golfini di lana per il nipotino. Mentre tutto questo accadeva, osservavo Valeria ammorbidirsi, come se il mio amore per lei stesse, piano piano, togliendo via la corazza dura che il suo carattere spigoloso e orgoglioso, folle e ribelle, le aveva costruito addosso. Mi amava, Valeria? Certo. Non poteva essere diversamente. Io l’amavo. Doveva amarmi, quindi, anche lei.
La portai giù in paese a conoscere i miei genitori dopo l’Epifania del 1986.
«Quella ragazza ti farà perdere la testa, Matteo. Ti spezzerà il cuore e poi ti lascerà solo a raccoglierne i cocci. Quel bambino, poi…» mi disse mamma.
Babbo, invece, si chiuse in un silenzio così assordante da farmi male e smise di urlare in paese il mio nome. Non tornai più da loro. Non li chiamai più.
L’amore, queste cose, è capace di farle. Ti fa scordare chi sei, da dove vieni, i valori che ti hanno mandato avanti. Tutto. È folle, l’amore. Egoista. Cieco. Sordo. Incosciente. Rossella nacque in una notte di fine febbraio.
L’infermiera l’avvolse in fasce e me la porse, mentre la piccola ancora urlava a pieni polmoni. La guardai e qualcosa dentro di me scoppiò forte, ne riuscivo quasi a sentire il rumore.
«È bellissima» dissi a Valeria. «Proprio come te»
Il nostro primo bacio avvenne in quel momento, con la piccola Rossella tra le mie braccia che la stringevano con mani tremanti. Ci sposammo sei mesi dopo. Una follia? Forse. Dentro di me, una vocina mi diceva che ci conoscevamo da troppo poco tempo, mi ripeteva di stare attento, di darmi tempo, di ricordarmi quanto volubile fosse la donna che mi aveva rapito cuore, anima e testa. Decisi di non ascoltarla, di chiudere quella vocina in un cassetto e lasciarla morire, perché non mi turbasse più con le sue mezze verità. Della mia famiglia, al matrimonio, non venne nessuno.Se mi mancavano, mamma e babbo? Come l’aria quando si sta sott’acqua per troppo tempo. Ma avevo una vita da vivere, la mia. Non la loro o quella che avevano idealizzato per me. Dopo le nozze e una breve luna di miele, ripresi il lavoro allo studio, Rossella dai nonni e Valeria impegnata nella ricerca di un lavoro. Lavoro che trovava, ma poi abbandonava. Per pigrizia. Per insolenza. Per noia. Io continuavo a spronarla, a credere alle sue fantasie, a una buona volontà che, in realtà, non aveva. Quando cominciò a essere insofferente verso i bisogni della piccola, a uscire la sera con le amiche per far tardi e a lamentarsi della vita soporifera che stava mandando avanti con me, capii che qualcosa stava per rompersi. L’affrontai con dolcezza. Le chiesi cosa non andasse. E furono urla, piatti rotti, bugie e lacrime.
Pazientai. La lasciai fare.
Mi sobbarcai la bambina in tutto e per tutto, facendomi aiutare da Lisetta nelle ore di lavoro. Mentre mi dividevo tra l’ambulatorio, i pannolini, le visite e le notti insonni, Valeria andava in giro per locali. Che cosa avrei dovuto fare? Me la tenevo stretta lo stesso. Perché preferivo averla accanto così, a modo suo, piuttosto che perderla per sempre. Alla fine fu lei a decidere per me. Rossella aveva due anni, era primavera, nel giardino di casa erano spuntate le prime margherite gialle. La lasciai andare senza chiederle spiegazioni. Non ci fu bisogno mi dicesse alcunché: glielo leggevo negli occhi, l’amore che non aveva mai provato per noi. Con Rossella in braccio che smaniava nervosa, la vidi allontanarsi e salire su un taxi che l’avrebbe portata chissà dove, in mano una valigia vuota, come vuoto era il suo cuore.
Iniziò per me il periodo più buio. In quello stesso anno, morì prima mamma, poi babbo. Andai ai loro funerali a pezzi. Nel tempo, ci eravamo avvicinati, ma niente era più stato come prima. E ora li vedevo calare giù, sotto terra, e rammentavo quanto avessero avuto ragione a mettermi in guardia. Ma il tempo, a volte, è tiranno. Ti ruba gli anni e la possibilità di rimediare agli sbagli. Quando anche Gino morì, Lisetta venne a vivere con me. Fu un gran sostegno. Se ne andò che Rossella aveva 11 anni. Da quel momento, io e la bambina restammo da soli. A farci compagnia, Laika, un setter salvato dalla strada. Abbandonato da un amore non ricambiato, proprio come noi.
Gli anni si inseguirono, inghiottendosi l’un l’altro. Avevo 66 anni quando bussarono alla mia porta quella mattina di marzo. Era il 2016.
Valeria era sulla soglia di quella casa che per troppo poco tempo ci aveva visti insieme. L’avrei riconosciuto in mezzo a milioni di altri volti, il suo. Segnato da poche, pochissime rughe, ancora meravigliosamente bello. «Sto morendo» mi disse.
Così, prima ancora di dirmi ciao. La feci entrare. E non le permisi più di andare via. Mi presi cura di lei, giorno dopo giorno, senza mai chiederle nulla. Con devozione, attenzione, cercando di dare alla sua sofferenza la dignità che necessitava.
«Riuscirai mai a perdonarmi, Matteo?» mi disse quando le mancava ormai poco per andare via. Me lo chiedeva perché Rossella, che dopo la laurea era andata a vivere a Londra, alla notizia del ritorno della madre non aveva voluto saperne di vederla.
La guardai e per l’ennesima volta mi persi nel mare verde dei suoi occhi. «L’amore perdona tutto, amore mio» le dissi trattenendo il pianto.
L’amavo ancora. In realtà, non avevo mai smesso di farlo. Valeria mi lasciò in un pomeriggio di agosto, mentre le cicale cantavano al sole il loro canto assolato e disperato e le azalee in giardino infondevano il loro profumo portato dal vento. Sono passati dieci anni.
Vivo ancora in quella casa, con le margherite e le azalee in giardino.Callas e Onassis, due setter inglesi, mi fanno compagnia nelle giornate troppo lunghe. Nel mio vecchio studio medico, la scrivania di babbo è ancora là. Dietro, adesso, ci sta Rossella. Dopo la laurea in Medicina si è specializzata in neuropsichiatria infantile a Londra, dove ha lavorato per diversi anni. Dopo la morte di Valeria, è tornata dove tutto era iniziato. Da me, che sono il suo babbo. Un babbo che per la laurea ha commissionato per lei una libreria in mogano, alta, robusta, elegante. Che grida a tutti il suo nome e che dice in giro quanto è brava Rossella, la sua unica figlia, la dottoressa.
Vado spesso a trovarla in studio, spesso le organizzo pure gli appuntamenti. I suoi piccoli pazienti, li conosco uno per uno. Mi chiamano «nonno Matteo».
Poi, la sera, quando torno a casa, insieme ai miei due amatissimi cani, c’è Valeria ad aspettarmi. Il suo viso luminoso, il suo sorriso magnetico, chiuso in una cornice, mi guarda dal comodino. E io, ogni volta che la guardo, mi perdo nel mare verde dei suoi occhi. Le do la buonanotte, mandandole un bacio con la mano. E mi addormento sereno. Come solo chi ha vissuto per amore riesce a fare.●
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Storia pubblicata su Confidenze 7/2026
















