39 anni di piena gioia

Cuore

39 anni pieni di Gioia di Mariella Loi, pubblicata sul n. 50 di Confidenze, è la storia vera più votata sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Faccio la volontaria per la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. Ho aiutato tante persone, accogliendo le loro emozioni come avrebbe fatto una sorella. E so di avere ricevuto, oltre che dato

Storia vera di Maria Cantoni raccolta da Mariella Loi

 

Il mio percorso inizia nasce nel 1980 quando ancora non esisteva il volontariato ospedaliero. Ho scoperto l’esistenza della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori per caso, leggendo una locandina. Alla fine del 1979 ero ritornata a vivere a Milano dopo quattro anni trascorsi a Bari. Ci eravamo trasferiti per seguire il lavoro di mio marito. 

Fino a poco tempo prima, lavoravo come segretaria di direzione in una grande azienda. Era un lavoro che mi piaceva molto e dal quale mi sentivo valorizzata. Al rientro in città, non avevo trovato un’occupazione altrettanto gratificante e, dato che il tempo libero non mi mancava, mi ero resa disponibile per l’associazione.

Sono cresciuta in una famiglia animata da grandi valori. Mio padre era un uomo onesto, un medico rimasto vittima di una vendetta meschina. Per non aver rimandato al fronte in Russia dei soldati in condizioni di salute cagionevoli, ci avevano mandato lui.

Alla fine della guerra, il suo nome figurava tra i dispersi e per molti anni abbiamo continuato ad attendere il suo rientro. Mia madre aveva cresciuto me e mia sorella da sola potendo contare solo sull’aiuto di mia nonna: insieme si erano inventate un lavoro che avevano portato avanti per molti anni. Sono cresciuta serena, in casa nostra non si parlava mai di soldi e direi che ho avuto una giovinezza senza intoppi se non fosse stato per la rosolia. All’epoca non c’erano i vaccini e la mia doveva essere una forma grave perché ha compromesso entrambi i nervi ottici, facendomi perdere la vista. Per fortuna avevo accanto mia nonna che è stata la mia guida, il mio bastone. Grazie a lei non ho perso un solo giorno di scuola. Quei problemi sono durati tre anni, poi per fortuna un oculista conosciuto al mare ci ha raccontato di un caso simile al mio trattato con successo in Giappone.

L’intervento è durato quattro ore, ma, grazie a Dio, ho recuperato totalmente la vista del primo occhio e qualche anno dopo anche del secondo. Non saprei dire quanto quell’esperienza drammatica abbia contribuito a rendermi disponibile verso il prossimo, ma è possibile che quello sia il seme da cui è germogliato il bene che è venuto dopo.

Sono sempre stata impegnata in ambito sociale: ho iniziato con il doposcuola dell’oratorio, ho fatto parte del Consiglio pastorale e per molti anni mi sono occupata degli interventi a favore dei più poveri con le Dame di San Vincenzo.

I primi tempi come volontaria alla Lilt mi occupavo di compiti strettamente operativi, poi, nel 1982, emerse l’idea di un servizio di volontariato nei reparti dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. L’iniziativa nasceva dall’esigenza di dare sostegno ai malati e alle loro famiglie: molto spesso venivano da lontano e vivevano con grande disagio il confronto con una città così estesa e dispersiva come Milano.

Era un esperimento e furono scelti sei volontari, tra i quali c’ero anche io. Non nascondo che quando me lo proposero ebbi non poche perplessità: temevo di non essere in grado di stare a contatto con i malati e un corso di formazione di quattro ore non fu sufficiente a fugare i miei timori.

 

Non potrò mai dimenticare il mio primo giorno in reparto perché è collegato al sorriso e allo sguardo dolce di Maria Elena. Aveva 16 anni ed era ricoverata da un mese e mezzo. I suoi genitori avevano tre figli più piccoli e un lavoro che non permetteva loro di assentarsi: dunque avevano potuto solo accompagnarla e le telefonavano due volte a settimana. Rimasi a chiacchierare con lei per più di due ore e mi chiese se potevo tornare a trovarla il giorno dopo. Lo feci per 29 giorni e lei mi accoglieva sempre con un sorriso. Un martedì mattina, entrando nella sua stanza trovai il letto vuoto. Era morta la sera prima e quella perdita per me fu un vero shock. A consolarmi furono gli altri pazienti e la loro preghiera di non abbandonarli mi diede la forza per rimanere.

In quegli anni le degenze ospedaliere erano molto lunghe, dai 20 giorni ai tre mesi, e chi veniva da lontano spesso non aveva nessuno a fargli compagnia. Noi ci occupavamo di loro in ogni aspetto, dalla biancheria da lavare ai piccoli acquisti, li accompagnavamo a fare gli esami, li imboccavamo quando non erano in grado di farlo da soli. Ma soprattutto eravamo disponibili all’ascolto, raccogliendo le loro confidenze come avrebbe fatto un amico. Spesso ci occupavamo anche dei parenti: il problema più frequente era trovare un posto dove potessero andare a dormire. Ricordo ancora il padre di un ragazzo di Salerno che, non potendosi permettere un albergo, dormiva in macchina per stare accanto al figlio.

Negli anni il numero dei volontari è andato via via crescendo. A un certo punto ci fu anche chiesto di essere presenti al giro giornaliero dei medici per aiutare i pazienti a capire meglio quello che veniva detto loro durante la visita. A volte ci veniva chiesto di stare vicini a un malato che aveva problematiche particolari.

Un ospedale è di per sé un ambiente triste: per questo cominciammo a organizzare piccoli intrattenimenti serali nei reparti; capitava anche che i nostri figli e i loro amici si unissero a noi portando la chitarra e suonando e cantando. Del gruppo faceva parte anche don Lino, il cappellano dell’ospedale, che con la sua fisarmonica ha contribuito ad allietare non poche serate. Per rendere meno gravosa la degenza furono organizzate piccole biblioteche di reparto e una sala musica ben fornita dove i pazienti potevano suonare la pianola o giocare a carte. Tenevamo anche dei corsi di maglia e di uncinetto.

Il giorno di Natale, per far sentire meno sole le persone che non avevano la fortuna di avere accanto un amico o un parente organizzavamo una merenda. Erano momenti molto belli in cui ci si sentiva parte di una grande famiglia.

Negli anni le cose sono cambiate, per fortuna in meglio. Le degenze ospedaliere sono più brevi e anche i pazienti sono molto più consapevoli.

Nel reparto di senologia dove opero io le pazienti stanno in media tre giorni e difficilmente non hanno qualcuno che le assista. L’aiuto che diamo loro oggi è più di tipo informativo che non relazionale. Spieghiamo loro il consenso informato, le modalità per entrare a far parte di una sperimentazione clinica, li aiutiamo per le domande di invalidità. Nell’ultimo decennio l’Istituto dei Tumori con l’aiuto e il sostegno della Lilt ha iniziato un progetto importantissimo di umanizzazione dove ci si occupa non solo della malattia ma anche della globalità della persona. In collaborazione con il dipartimento di Psicologia sono state avviate importanti iniziative di sostegno psicologico per accompagnare i pazienti nel lungo percorso della malattia.

Effetti molto benefici si sono rilevati anche nell’abbinare ai percorsi tradizionali alcune discipline “alternative” come il Reiki, lo yoga e la meditazione.

Oggi, dopo 39 anni, posso affermare che le ore passate in questo istituto sono state spese bene. Ho voluto raccontare la mia storia perché possa essere di stimolo a quanti stanno pensando di aprirsi a questa esperienza.

 

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