Amore tradito

Cuore
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La storia più apprezzata della settimana è “Amore tradito” di Mariella Loi, pubblicata sul n. 23. Ve la riproponiamo sul blog

 

Per una ragazza il padre è il modello maschile al quale farà sempre riferimento. Per me è stato così e quando se n’è andato di casa mi sono sentita umiliata. Non potevo far finta di niente come mia madre. Avevo bisogno di sapere perché

Storia vera di Elsa P. raccolta da Mariella Loi

 

Avevo 16 anni l’estate del 1980, quando mio padre se ne andò di casa. Senza troppo clamore, una sera, a cena, sbottò con mia madre, dicendo che la loro vita insieme gli stava stretta da troppo tempo per poter continuare a trascinarla su un binario morto.

Il tono della voce era pacato, ma fermo. Mia madre alle sue parole non si scompose affatto, anzi, fece come se nulla fosse stato detto e continuò imperturbabile a servire la cena.

Ricordo che sulla tavola quella sera c’erano gli asparagi e la frittatina con le erbette selvatiche; io non riuscii quasi a toccare cibo e per tutto il tempo mi limitai a fissare il tessuto quadrettato della tovaglia.

Mio fratello Emanuele, seduto di fronte a me, sembrava non capire quello che stava accadendo e, con le sue chiacchiere insulse da ragazzino, contribuiva a rendere maggiormente surreale il tutto.

Quella notte rimasi sveglia a lungo: sentii i miei genitori discutere fin quasi all’alba, senza mai alzare la voce, com’era loro abitudine; solo quando in casa ritornò il silenzio, mi abbandonai al sonno. Quando mi svegliai la mattina dopo, mio padre era andato via, senza neanche un saluto: mi aveva lasciato un biglietto in cui diceva che mi voleva bene e mi chiedeva di prendermi cura di mio fratello.

Ricordo nettamente l’angoscia dei giorni successivi, la sensazione perenne di vuoto che mi spingeva a dormire più del necessario, abbracciata stretta al cuscino, a ridosso del muro, come se temessi di cadere in un baratro.

Era luglio, eravamo al mare a Santa Marinella, avevo appena compiuto 16 anni e quella avrebbe dovuto essere l’estate più bella della mia vita. Invece, dal giorno in cui mio padre era andato via, non avevo più varcato la soglia di casa. Come se solo tra quelle mura, dove si era consumato lo strappo, potessi ritrovare scampoli della serenità perduta.

Riuscii a sottrarmi al gruppo dei miei amici fino a oltre ferragosto con la scusa banale di aver contratto il morbillo: una bugia grossolana che tenne lontano tutti e pose me al riparo da ogni spiegazione.

Quando ritornai a Roma, più bianca di quando eravamo partiti per la villeggiatura, ero dimagrita parecchio e i vestiti mi stavano appesi addosso come su una gruccia.

Dissi a tutti che erano gli strascichi del morbillo, gli altri sembrarono credermi o forse fecero finta. Non dissi a nessuno cosa era accaduto e nel mio tacere c’era la vergogna di sentirmi diversa al cospetto degli altri compagni e delle loro famiglie perfette: c’era anche la segreta speranza che mio padre ritornasse a vivere con noi. A ripensarci ora che tanti anni sono passati, quel che accadde non aveva nulla di anormale, era semmai una manifestazione evidente di negazione della realtà: lo avevano fatto a lungo i miei genitori come coppia, e continuavamo a farlo noi figli.

Il giorno dopo, mia madre aveva detto a me e a mio fratello che papà era dovuto partire improvvisamente per lavoro. Come se io e Emanuele non fossimo stati presenti, ci veniva servita una bugia preconfezionata che non aveva lo scopo di proteggere noi, ma, piuttosto, quello di esentare lei da spiegazioni scomode, a fronte di verità ingombranti.

 

Nessuno di noi due fece alcuna obiezione alle sue parole, tale era la paura di ricevere conferma al timore che papà non sarebbe tornato a casa. Ma la cosa più inquietante fu che, a partire da quel momento e fino al nostro rientro a Roma, mio padre non venne più menzionato. Quando ritornai a scuola, dissi ad amici e insegnanti che mio padre era andato a stare all’estero per lavoro. Nessuno sembrò prestare molta attenzione a quelle affermazioni, tranne Clara, la mia amica del cuore, che per prima ruppe il velo spesso della menzogna che stavo costruendo attorno a me.

«Piantala» mi disse, «o finirai con il diventare lo zimbello della scuola. Tuo padre è andato via di casa da mesi. Lo sapevano tutti che aveva un’altra. Credevo lo sapessi anche tu e in ogni caso non c’è da farne una tragedia».

Rimasi senza fiato e non saprei dire se in quel momento mi vergognavo più delle bugie o piuttosto della cecità che mi aveva impedito di vedere quello che accadeva. Mia madre era un muro di silenzio e non mi sentivo in alcun modo di affrontarla; era sempre stato mio padre quello a cui sottoponevo i miei quesiti, i dubbi. Decisi di cercarlo: volevo sapere se era vero quello che mi aveva detto Clara, ma, soprattutto, volevo chiedergli di ritornare a casa.

Lo aspettai un pomeriggio all’uscita dal suo ufficio, armata di determinazione. Pioveva. La mia attesa non durò a lungo. Appostata a un angolo della strada, vidi mio padre uscire dall’ufficio e salire in macchina. Lo seguii con il motorino per scoprire dove abitava, ma il suo nome non figurava sul citofono del palazzo dove entrò. Mentre ero indecisa sul da farsi, lo vidi uscire di nuovo, sottobraccio a una donna più giovane e carina che indossava uno spolverino rosso. Con il cuore in tumulto, li guardavo e l’unico sentimento che provavo era un doloroso senso di esclusione. Rimasi a osservare quell’immagine: mentre sorrideva a una donna a me sconosciuta, mio padre era il ritratto di una felicità che non avevo mai visto in lui.

Piansi a lungo nel tornare a casa. Non raccontai a nessuno quanto avevo visto. Nascosi a tutti l’accaduto come se quell’immagine di felicità a cui avevo assistito rappresentasse una mia umiliazione, come se fossi io, e non mia madre, la donna tradita.

Passarono gli anni e, come sempre accade in questi casi, le cose si aggiustarono o, forse più semplicemente, ci facemmo tutti una ragione di quanto era accaduto.

Qualche tempo dopo, mio padre chiese la separazione e mia madre gliela concesse di buon grado: mi parve quasi che la fine del loro matrimonio fosse un sollievo per entrambi.

Dopo qualche mese di assestamento, mio padre riprese a vedere regolarmente sia me sia Emanuele e, per quanto io abbia sofferto, devo ammettere che è stato un padre premuroso e presente. A divorzio ottenuto, sposò Laura, la donna che abbracciava con trasporto in quel lontano pomeriggio.

Un quadretto di felicità assoluta che io nella mia vita non ho mai provato.

 

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