Che palle la lamentela continua

Cuore
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Chi fa della lamentela la propria filosofia di vita mi annoia. Ma, soprattutto, non risolverà mai i suoi problemi

«Quando qualcuno ti chiede come stai, rispondi sempre “bene”», suggeriva il mio favoloso babbut (grande protagonista dei post del venerdì). Poi, spiegava il motivo: «Se dici “male”, alla metà delle persone non gliene frega niente. Mentre l’altra metà è facile che gioisca delle tue paturnie».

Un po’ cinica come teoria, eppure piuttosto realistica. Detto questo, ci sono altri motivi per cui non mi piace passare il tempo a dolermi. Intanto, perché l’esperienza mi ha insegnato che non (sempre) tutti i mali vengono per nuocere. Ma sono anche convinta che un atteggiamento negativo sia il punto di partenza di un effetto valanga in grado di ingigantire il più piccolo contrattempo.

Infine, come sostiene Angelina, il nostro direttore, nell’editoriale Lamento-mania pubblicato su Confidenze in edicola adesso, penso anch’io che un sorriso al posto del solito piangersi addosso non risolve nulla, ma almeno rasserena.

Il bicchiere, come ormai sapete, cerco di vederlo bello pieno (non solo a metà). E se ogni ostacolo (da quello minimo all’epocale) mi scatena crisi isteriche di lacrime e panico, una volta rimesso in tasca il fazzoletto cerco di prendere in mano la situazione.

A volte mi riesce, altre meno. Ma se penso a tutto ciò che mi ha attanagliato nel passato e che poi in qualche modo si è risolto, oggi faccio uno sforzo per cercare di vivere bene o, comunque, per vivacchiare con una sorta di dignità fino al ritorno di momenti migliori.

Certo, nei periodi bui ho la fortuna di poter contare su persone adorabili che si prendono carico dell’Albie disperata (non le nomino, ma so che mi leggeranno e sapranno di far parte del tenero elencuzzo). Ma, ripeto, lamentarsi quando accade qualcosa di brutto è un conto. Ben diversa, invece, è la filosofia del piagnisteo: di una noia mortale e terribilmente irritante.

Non credo di essere insensibile né indifferente al prossimo. E se qualcuno mi interpella quando ha bisogno, non solo non mi dà fastidio: addirittura mi lusinga (se ha scelto me, significa che mi stima). Ma da qui a farmi sfracellare le palle a suon di continue recriminazioni da parte di chi (magari senza saperlo) ama darsi la zappa sui piedi è un incubo. Anche perché di solito questo tipo di persona non cerca aiuto o comprensione, ma una spalla per alimentare la propria ansia di auto-distruzione.

E no, questo giochetto non è divertente. Ringrazio quindi le mie amiche del cuore per quello che siamo riuscite a costruire insieme: un gruppetto di mutuo soccorso affidabile e disponibile ad ascoltare vicendevolmente il problema di turno. Ma anche a farci sopra una bella risata con l’interessata di turno. Perché è solo da lì che può partire il cammino verso una soluzione.

Confidenze