Col fiuto di Willy

Cuore
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Quella mattina ero inquieto e scappai dal canile. Mi ci avevano riportato Walter e Viola dopo la nascita di Lorenzo. Faceva caldo, le mie vecchie zampe erano doloranti e io sapevo dove andare, anche se non capivo ancora perché

di Manuela Seletti

Mi svegliai con uno strano presentimento. Era come se avvertissi che qualcuno, da qualche parte, avesse bisogno di me, del mio aiuto. Giada ci portò la pappa molto presto quella mattina: doveva scendere in città per delle commissioni e al canile sarebbe rimasto Nino, il guardiano. Ero agitato. Ricordo che mangiai in fretta e furia e salutai i miei amici. Max, il più scaltro di tutta la ghenga avrebbe distratto Nino e io sarei riuscito a scappare dall’uscita che dava sul retro e così avvenne. Mi ritrovai a errare senza una meta precisa, in una calda mattina di fine luglio. Non sapevo assolutamente dove dovevo andare, né che cosa dovevo fare, ma il mio istinto mi diceva di camminare in quella direzione e io lo assecondai. Sono stato un bravo cane. Non bello, bravo. I cani belli so quali sono, ne vedevo parecchi per strada e al parco quando i miei padroni mi portavano a passeggio. No, io non ho nessun pedigree da vantare, sono un assurdo e bizzarro meticcio, frutto di chissà quale improbabile incrocio, anzi, più che un incrocio direi uno scherzo della natura e ora sono vecchio. I cani come me non li vai a scegliere negli allevamenti o nei negozi, i cani come me li trovi soltanto nei canili; infatti fu lì che mi presero e fu lì che mi riportarono. Dieci anni, dieci lunghi, meravigliosi anni trascorsi in loro compagnia. Ho amato tanto i miei padroni, ho vegliato su di loro, sempre fedele e loro mi hanno dato tanto: hanno condiviso con me ogni momento della loro vita, facendomi sentire uno di famiglia finché un bel giorno nacque Lorenzo e tutto da allora cambiò. Come? Cosa dite? Giusto, volete sapere la meta del mio peregrinare di quella calda mattina. Scusate, alla mia età è facile perdere il filo del discorso, ora ci arrivo, abbiate un po’ di pazienza con un vecchio cane. Ebbene, quella mattina, dopo aver lasciato il canile, imboccai il tratto della via Emilia che collega il piccolo borgo di Castel San Pietro alla zona industriale della triste periferia bolognese. Qualcosa mi diceva che era la strada giusta. C’era tanta afa e le macchine sfrecciavano veloci muovendo un vento caldo e polveroso che arruffava il mio pelo crespo e lungo con, ogni giorno, qualche filo grigio in più. Camminavo rasente il guardrail per non essere travolto dai mezzi in corsa e pensavo a quanta delusione e a quanta amarezza avevo provato quel giorno in cui Walter mi aveva riportato indietro, al canile.

Viola non era venuta neppure a salutarmi, credo fu sua la scelta di liberarsi di me. Certo, ormai il mio ruolo in quella famiglia era finito, lo capii con il tempo, ma fu dura da accettare. Walter e Viola erano venuti al canile in una fredda mattina di febbraio per scegliere un cucciolo che avrebbe provato a colmare il vuoto devastante che la perdita del loro bambino aveva lasciato nella loro casa e nelle loro vite. “Morte in culla“ la chiamano. Aveva appena due mesi il loro Luca, una tragedia immensa, potete immaginare. Viola era giovane, forte, coraggiosa: era supportata dalla sua famiglia e da una brava psicologa che la seguiva e la incoraggiava a tentare subito una nuova gravidanza. Ma lei non ne voleva sentire neppure parlare e, d’accordo con Walter, aveva deciso di adottare un cucciolo di cane, così, per potersi distrarre un po’. Poi, forse, un giorno se ne sarebbe riparlato.

 

Passarono ben dieci anni e quel giorno arrivò. Non avevano cercato quella gravidanza, era capitata e basta. Un altro maschietto, lo chiamarono Lorenzo visto che nacque la notte del 10 agosto, quando sotto la polvere di stelle le persone esprimono i loro desideri più veri. Loro volevano una famiglia, io ne facevo parte e gioii dell’arrivo di quel cucciolo umano che aveva reso così movimentata la nostra vita! I miei padroni erano felici, ma molto stanchi. Non avevano nessun aiuto e lavoravano entrambi. Un vero problema. E poi c’ero anch’io. Non sono mai stato geloso del piccolo Lorenzo, però mi rendevo conto che stavo diventando un peso per loro. Occuparsi di tutto era molto gravoso e cominciai a essere messo in disparte. Ero di troppo. Noi cani siamo esseri intelligenti, riusciamo a capire tutto di voi umani, riusciamo a sentire il vostro animo e il vostro pensiero. Non c’era più posto per me in quella famiglia e una sera infatti ascoltai una discussione animata fra i miei padroni. Parlavano di me. Viola convinse Walter a riportarmi al canile. Ricordo che quella notte non chiusi occhio e la mattina seguente Walter mi caricò in macchina con un’espressione contrita e cercò durante il tragitto di spiegarmi come stavano le cose. Non nego che in quel momento odiai il piccolo Lorenzo, ma con il passare del tempo me ne feci una ragione. Avevano bisogno di quel figlio più di quanto avessero bisogno di un cane e io avevo assolto il mio compito, dovevo accettarlo. In fondo non si stava male nel canile comunale di Castello. Avevo tanti amici e gli operatori ci rispettavano e non ci facevano mancare nulla, neppure le coccole. Mi dispiaceva soltanto non avere più notizie della mia famiglia e immaginai che Lorenzo avrebbe avuto bisogno di una baby sitter oppure di un asilo nido, dato che i suoi genitori lavoravano entrambi. All’età di sei mesi infatti, ovvero quando Viola terminò il congedo lavorativo per maternità, Lorenzo fu affidato alle cure dell’asilo nido comunale. Era suo padre a portarlo lì ogni mattina, prima di recarsi al lavoro, visto che Viola non aveva la patente. Tutti i giorni Walter faceva lo stesso tragitto all’andata, casa-asilo-ufficio, e lo stesso tragitto al ritorno, ufficio-asilo-casa. Cinque giorni su sette. Stressante, monotono, alienante, ma questa è la realtà di molte famiglie oggi. Quella mattina di luglio nella quale il mio proverbiale fiuto mi disse di percorrere quella strada, la Pianura Padana sembrava un forno. L’asfalto era bollente e i polpastrelli delle mie povere vecchie zampe si stavano letteralmente ustionando, ma io a quel punto sapevo esattamente dove andare anche se ancora non sapevo il perché. Mentre mi allontanavo dalla mia dimora, Walter lasciava la sua con il piccolo Lorenzo in macchina seduto dietro sul seggiolino rosso e assicurato dalla cintura che lo teneva fermo allo schienale.

Walter era un padre attento e premuroso. Il climatizzatore era ben regolato per non causare sbalzi termici pericolosi per la salute del bimbo e aveva con sé la borsa preparata da Viola con tutto l’occorrente: pannolini, biberon con acqua fresca, salviette igienizzanti e il pupazzetto preferito per tenerlo buono nel tragitto che durava 30 minuti, traffico permettendo. Come ogni mattina quindi Walter portò Lorenzo all’asilo e, una volta risalito in macchina, cominciò a ripassare mentalmente la miriade di cose che aveva da sistemare in ufficio prima di cominciare il suo turno lavorativo al telefono. Parcheggiò la macchina nel grande piazzale a 100 metri dall’edificio in cui si trovava il call-center per il quale lavorava e si assicurò di averla chiusa con il telecomando.

 

Accaldato e con in testa una miriade di pensieri, come ogni giorno Walter cominciò il suo stressante lavoro, ossia ascoltare le lamentele degli utenti della sua azienda e trovare soluzioni ai loro problemi. Intanto io ero arrivato in quella triste zona industriale che neppure aveva un nome, e se lo aveva, nessuno lo conosceva. Dovevo assolutamente riuscire a ricordare la stradina che portava a quel grande piazzale assolato. Girai sulla destra, ma dopo aver percorso un centinaio di metri mi resi conto di aver sbagliato strada, eppure una volta il mio senso dell’orientamento era infallibile quanto il mio fiuto. L’ansia saliva, sentivo che non c’era tempo da perdere, qualcuno si trovava in pericolo e io avevo il dovere di fare qualcosa. Finalmente imbroccai la via che portava al piazzale dove c’era il parcheggio dei dipendenti dell’azienda dove lavorava Walter. Improvvisamente una giungla di lamiere incandescenti e luccicanti mi apparve davanti agli occhi. Forse 100 automobili o anche di più e io dovevo assolutamente trovare quella del mio padrone. Erano già trascorse due ore da quando Walter aveva parcheggiato la sua vettura e presto sarebbe stato troppo tardi. Cominciai a cercare un’auto blu scuro ma ce n’erano tante di quel colore, sperai nel mio fiuto e nel frattempo cominciai a correre avanti e indietro come un pazzo abbaiando forte per attirare l’attenzione di qualcuno, ma nessuno passava di lì. Erano tutti chiusi nei loro uffici con i climatizzatori accesi e le serrande abbassate per non far entrare il sole infuocato di quella maledetta mattina di fine luglio. Gli odori, esasperati dal forte calore, si mischiavano e mi confondevano; cercai di mantenere la calma, cercai disperatamente di vincere il caldo e la stanchezza delle mie povere zampe. Chiusi gli occhi e dilatai le narici del mio grosso, umido naso nero e, come per miracolo, sentii l’odore che non avevo mai dimenticato del piccolo Lorenzo. Proveniva da destra, ultima fila, vicino al muro dove erano esposti gli orari del parcheggio.

Trovai l’auto di Walter. Appoggiai le zampe sulla portiera e allungai al massimo il muso per arrivare al vetro del finestrino. Lorenzo pareva dormire sereno, adagiato sul suo seggiolino rosso, ancora con la cintura di sicurezza che gli passava sotto il braccino. Doveva essere lì da almeno due ore buone! Cominciai a graffiare e colpire con le zampe la portiera della macchina e abbaiai con tutta la voce che mi era rimasta in gola. Povero piccolo! Possibile che nessuno sentisse il mio disperato grido d’aiuto? Dovevo tirarlo fuori da lì! Ma come? Ero solo un povero cane vecchio e malandato. Dovevo studiare un piano e non avevo molto tempo: di sicuro Lorenzo non stava dormendo, forse era svenuto, chiuso da ore dentro una scatola di lamiere e vetri arroventata, senza un filo d’aria. Decisi di tornare in quella viuzza che avevo preso per sbaglio, lì c’erano alcuni negozi, qualcuno mi avrebbe ascoltato. Entrai in un piccolo bazar abbastanza affollato e cominciai dapprima ad abbaiare e poi a guaire per attirare l’attenzione. I clienti si giravano a guardarmi, ma sui loro volti leggevo solo espressioni di commiserazione mista a curiosità. Dovevo cambiare strategia. Mi avvicinai alla cassa e con i denti afferrai il lembo della gonna di una ragazza che stava pagando la sua spesa. «Mi spiace tanto signorina, in questa zona ci sono un sacco di randagi, adesso lo mando via». La cassiera stava per rovinare il mio piano, ma la ragazza non si spaventò, anzi capì all’istante che stavo disperatamente chiedendo la sua attenzione. «Questo cane vuole che lo segua. Sono un’addestratrice, capisco il loro linguaggio, non si preoccupi. Vado con lui, forse vuole mostrarmi qualcosa, tra poco torno a prendere la spesa». Avevo avuto fiuto ancora una volta, o forse soltanto fortuna, fatto sta che la ragazza mi seguì per quasi due chilometri. L’ansia saliva, cercavo di correre per farle aumentare il passo e ogni tanto mi giravo per assicurarmi che non se ne fosse andata. Sentivo che il piccolo Lorenzo era ancora vivo, sentivo che ce l’avremmo fatta, ma non c’era un minuto da perdere. Appena fummo davanti alla macchina la ragazza spiò dentro quindi si portò le mani alla bocca, poi tra i capelli guardandosi intorno per vedere se c’era qualcuno, ma il piazzale era vuoto, soltanto macchine chiuse. In lontananza un edificio grigio con grandi vetrate scure. Corse in quella direzione e quando fu arrivata si attaccò al citofono schiacciando i pulsanti e gridando aiuto in preda al panico. Finalmente qualcuno rispose. «C’è un bambino chiuso dentro una macchina al parcheggio! Presto, qualcuno mi aiuti!».

 

La ragazza urlava e piangeva e io abbaiavo per dare ancora più forza alla sua richiesta d’aiuto. Fu dato l’annuncio e Walter, che era al telefono con un cliente, lasciò cadere la cuffia sulla scrivania e si alzò di scatto dalla sua postazione. La sua mente all’improvviso si schiarì come se un tergicristallo pulisse un parabrezza pieno di neve. Un brivido gli attraversò la schiena, il suo volto impallidì e il cuore sembrò fermarsi. Realizzò che non aveva lasciato Lorenzo all’asilo quella mattina, ma fino a quel momento era sicuro di averlo fatto. Come sempre, come tutte le mattine, cinque giorni su sette, da un anno a questa parte, sempre lo stesso tragitto, la stessa routine, come un automa: casa-asilo-ufficio, ufficio-asilo-casa. Non quel giorno, però, non quel maledetto giorno! In preda al panico e alla disperazione, Walter si catapultò all’esterno dell’edificio e corse verso il suo piccolo. Quando aprì la portiera della macchina un calore enorme lo investì. Il corpo di Lorenzo era bollente e madido di sudore, gli occhi chiusi e il suo piccolo petto non si muoveva. In lontananza le sirene di un’ambulanza riecheggiarono un suono di speranza. Gli uffici si erano svuotati, tutti i colleghi di Walter scossi e scioccati si stringevano intorno a lui per dargli coraggio. Lorenzo è un bambino forte e sano, sta bene adesso e non potrà ricordare questa brutta esperienza perché era troppo piccolo, forse non verrà mai a sapere che ha rischiato di morire per colpa di suo padre. La parola “colpa“ pesa come un macigno su chi la porta. E Viola userà mai questa parola contro suo marito? Spero non succeda. Li aiuterò a portare questo peso perché sì, sono tornato a far parte della famiglia: ho sentito Viola piangere e dire che, se non fosse stato per me, avrebbe perso un altro figlio. Tutte le sere, prima di andare a letto, lei dà un bacio sulla fronte al suo bambino e poi viene da me, mi arruffa il pelo sulla testa e stampa un bacio sulla punta del mio grosso, umido naso nero. Mancherò molto a Max e ai miei amici del canile, ma devo occuparmi di questa famiglia per quel poco di tempo che mi resta da vivere. Forse hanno ancora bisogno di me. ●

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