Storia vera di Luciana A. raccolta da Mariù Safier
Mentre raggiungo il negozio a grandi falcate, penso che ultimamente sono spesso distratta. Spero che questo non penalizzi la nostra attività, che si occupa di articoli da regalo. Io, mia madre e le mie sorelle gestiamo una specie di bazar dove si trovano tantissimi accessori, dagli occhiali da sole ai guanti, dall’incenso agli scialli.
Le nostre mansioni sono numerose: indirizzare i clienti e capirne le esigenze e i gusti, per esempio. Mostrare i prodotti in vendita in maniera accattivante, magari allestendo vetrine colorate, è il compito che mi si adatta meglio.
«Lucy, da qualche giorno trovi facilmente parcheggio» osserva compiaciuta mia sorella Romina, appena entro in negozio.
«Vero. Il fuoristrada se n’è andato con un tempismo perfetto».
«Magari aspetta proprio che arrivi per partire» insinua.
«Illusa, è una casualità».
«Sembra che stia diventando un’abitudine» mi stuzzica lei. È la piccola di casa ed è anche la più romantica. Infatti m’incalza mentre inserisco una capsula nella macchinetta per l’espresso posizionata vicino all’ingresso del negozio. È strategico: a volte offrire un buon caffè aiuta a chiarire le idee ai clienti.
«Che tipo è?» insiste Romina.
«Mai visto. Ha i vetri oscurati».
«Intrigante» sospira.
«Magari è una donna, chi può dirlo» borbotto, soffiando sul caffè.
«È un’auto maschile» decreta Barbara, l’altra mia sorella, arrivata alla macchinetta all’improvviso. Poi nostra madre ci ricorda che il lavoro ci aspetta.
M’immergo nelle mie attività: di solito cambiare la disposizione degli oggetti mi assorbe completamente, allontanandomi dalla realtà. Realtà fatta di bilancio da far quadrare, ansia per il futuro.
Continuo ad abitare nella stessa casa dove ho vissuto con Emilio e riesco a pagare la parte di mutuo condiviso grazie alla mia famiglia, che mi corrisponde uno stipendio generoso. Rimane, però, la preoccupazione per l’avvenire, emersa con la fine del matrimonio. L’oppressione peggiore riguarda l’amore: mi sento insicura, destabilizzata.
L’unico punto fermo della mia vita è Viola. Su di lei converge il mio mondo. Per il resto, so di essere una donna cauta e diffidente, mi sono rifugiata in un porto sicuro e non intendo riprendere il largo.
Le allusioni di Romina, però, hanno aperto un varco, se non altro di riflessione: devo riconoscere che mia sorella forse stavolta ci ha visto giusto. Da un paio di settimane, appena imbocco il vialetto il fuoristrada mette la freccia e comincia a muoversi lentamente, concedendomi il tempo di arrivare. Come se aspettasse me. Davvero quell’uomo (sempre che sia un uomo) s’interessa a me? Comincio a fantasticare e, quasi senza volerlo, a elaborare un piano. Resterò nel negozio oltre l’orario di chiusura per cercare d’intercettare la persona misteriosa. Viola stasera dorme dai nonni paterni, devo approfittare dell’occasione per togliermi la curiosità.
La giornata trascorre in fretta e arriva la sera: quando gli ultimi clienti vanno via, offro a mia madre di occuparmi della chiusura. Lei accetta con sollievo, Romina e Barbara escono dal negozio con lei.
Poco dopo, la strada del quartiere si è svuotata. Spengo l’insegna, abbasso le luci delle vetrine. Il negozio assume un’aria di mistero, piena di ombre. Sono titubante. Resterò delusa dal mio piano? Telefono ai miei suoceri, la piccola mi racconta dei giochi nuovi che ha trovato ad aspettarla. Provo un misto di tristezza e senso di colpa e sto per rinunciare al mio progetto: cosa mi assicura che lo sconosciuto arrivi proprio adesso? Magari rientra a notte fonda. Sono stata stupida a lasciarmi suggestionare. Raccolgo giacca, borsa e chiavi per le serrande elettriche e comincio a far scorrere la prima delle due, quando una voce maschile alle mie spalle esclama: «Sono arrivato tardi!».
Mi giro sorpresa, con il batticuore. Un uomo sta scendendo dal solito fuoristrada, stavolta parcheggiato dietro la mia utilitaria. Lo fisso ammutolita, intanto lui si avvicina e spiega impacciato: «Cercavo un regalo».
Rispondo sforzandomi di essere disinvolta: «Torni domattina».
«Volevo un consiglio da lei, non riesco mai a incrociarla» afferma precipitoso.
«Non mi occupo delle vendite» chiarisco confusa.
«Lo so, ammiro la cura che dedica all’allestimento del negozio. La vedo spesso, abito in questa strada. Rientro a casa la sera, gestisco un’agenzia immobiliare» dice tutto di un fiato.
Lo scruto: l’aspetto piacevole, l’aria gentile, i modi cortesi. Titubante, indago: «A che tipo di oggetto pensava?».
«Non ne ho idea» confessa, un po’ imbarazzato.
È evidente che ci stiamo arrampicando sugli specchi per prolungare l’incontro. Cerchiamo entrambi di trovare qualcosa di intelligente da dire.
«Potremmo prendere un aperitivo al bar all’angolo, se non deve tornare subito dalla sua bambina» m’invita con un sorriso timido.
«Quante cose sa di me» sorrido, sorpresa. Ma soprattutto molto lusingata.
«La osservo da mesi, ho parlato con le sue sorelle. Lei, invece, non si è accorta di me».
«Sì, invece: mi lascia sempre il suo posto macchina» sorrido.
«Speravo lo notasse, per poterla avvicinare.»
Ho paura di scottarmi ancora, ma sento una corrente di simpatia e interesse sincero.
Lui mi tende la mano: «Sono Corrado, posso chiamarla Lucy?».
Faccio cenno di sì, mentre le nostre mani s’incontrano in una stretta calda, che mi restituisce un po’ di fiducia nella vita.
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Testo pubblicato su Confidenze 6/2026
Foto: Istock
















