Gelosia canaglia

Cuore

È incredibile dove la gelosia possa portarti. A me, per esempio, ha spinto fino a...

Se vi interessa l’argomento, non perdete l’articolo Follie per gelosia sul numero di Confidenze in edicola in questi giorni. Nel frattempo, vi dico la mia. Chi mi ha letto settimana scorsa, sa che l’invidia non mi appartiene. Ma la gelosia, sì. E se non vivo costantemente in preda a questo sentimento, quando qualcosa lo scatena è l’inizio della fine.

Di base mi fido del prossimo: niente lucchetto alla moto, finestre aperte quando esco di casa, portafoglio abbandonato in redazione durante la pausa-pranzo. Ma tanta aspettativa sull’onestà altrui la riservo solo alle cose materiali. Nei sentimenti, invece, credo sia facile incontrare chi è pronto a fregarti.

A questo punto, parliamo di uomini. Mi piacciono solo quelli che mi ispirano fiducia. E poco importa cosa mi facciano alle spalle: finché non insinuano in me dubbi sulla loro fedeltà, tutto fila liscio come l’olio. Ma naturalmente negli anni qualche inghippo c’è stato.

Senza entrare nei dettagli (i tradimenti sono sempre uguali, a cambiare è la vittima di turno), vi racconto come mi sono comportata in occasione di corna talmente palesi che era impossibile ignorare. Quando ho saputo dell’altra (un nome di fantasia, perché quello che le avevo appioppato io era molto meno gentile), ogni vaga traccia di signorilità mi ha abbandonata. Così, mi sono trasformata nella parodia di Glenn Close in Attrazione fatale e sarei stata pronta a cuocere un coniglio pur di ferire il fedifrago. Invece, mi sono limitata a calpestare ogni dignità e mi sono concentrata sulle classiche mosse. Che, ricordate oggi, mi fanno ridere (e anche un po’ vergognare). Ma allora mi riuscivano del tutto naturali.

Fra queste, l’immancabile serie di appostamenti sotto un famigerato portone, con qualche chiacchiera con i metronotte per ingannare il tempo e tirare l’alba. E poi, tappata in macchina sotto a una coperta che mi rendesse invisibile (come se l’auto e la sua targa non dichiarassero la mia presenza), con sdolcinata canzone degli 883 a manetta, versando lacrime e aspettando di vedere lui uscire (ahimè, senza neppure l’aria guardinga né colpevole).

Da queste maratone tornavo a casa sfatta, avvilita e convinta di aver raggiunto un tale livello di sfigataggine impossibile da battere. Ma c’è chi ha surclassato il mio record: quando le ho raccontato come passavo le serate, un’amica mi ha risposto: «Almeno tu hai la tua macchina. Non hai idea di cosa sto spendendo io in taxi».

 

 

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