Gli squarci dell’anima

Cuore
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Ci sono ferite che non si rimarginano. Non solo perché hai subito violenza, ma anche perché coloro che dovrebbero darti amore e comprensione preferiscono voltare la testa da un’altra parte. Io, però, mi sono salvata

Storia vera di Sara V. raccolta da Maria Pia Di Prossimo

 

La casa di campagna dei miei nonni era uno dei ritrovi estivi più ambiti da noi nipoti. Una casa coloniale di due piani, circondata da un immenso appezzamento di terreno, colorato da una miriade di piante da frutto. Fichi, mandorli, noccioli, uva, mele, pere, limoni e aranci con il loro inebriante profumo della zagara e gli immancabili fichidindia, che davano un tocco di colore in più a quella meravigliosa tavolozza pittorica di Sicilia.

Davanti alla casa, un gelso secolare che ospitava centinaia di bachi da seta troneggiava imponente, creando una tenda naturale su tutta la facciata. Sembrava che aspettasse l’arrivo di noi bambini per accoglierci con le braccia aperte fra i suoi bassi rami poderosi. Salivo sempre con facilità nell’incavo superiore del suo tronco per  trascorrere diverse ore a giocare con la mia migliore amica, la mia bambola di pezza Lulù.

Al riparo dal sole cocente e avvolta dal profumo dei suoi grossi saporiti frutti, a cui attingevo spesso per fare merenda, mi ritrovavo a fine pomeriggio appagata e con le mani macchiate di viola per il contatto con i gelsi assaporati, avvolta come sempre nel mio grembiulino a quadretti rosa con grosse tasche, dove ero solita nascondere, per fargli le coccole, uno dei piccoli nati della gatta Sofia. Erano estati stupende in cui con il mio papà andavamo a raccogliere ceci freschi, o le lumachine che mia mamma con grande maestria cucinava, o a prendere, con i “bummuli”, l’acqua fresca al pozzo.

Un anno però, in particolare, il 1958, quello dei miei sette anni, rimbalza ancora prepotentemente nella mia testa, come quello che segnerà l’esperienza più brutta della mia esistenza.

La mia sorellina aveva quaranta giorni e mio fratello dieci anni. Quell’anno, per me iniziò un doloroso incubo che si presenta ancora oggi che ho quasi 70 anni.

Quell’anno, chiuse le scuole, prendemmo il treno per raggiungere i nonni. Si erano aggregati a noi i cugini di mio padre con il loro piccolo di due anni. Le cuccette dello scompartimento erano quattro e noi eravamo sette. In quelle inferiori si sistemarono mia mamma e mia cugina con i due piccoli, mentre in quelle superiori, in una mio fratello e nell’altra io con mio cugino, allora trentaquattrenne. Ero felice, perché lo consideravo il mio fratellone maggiore e l’idea di dormire abbracciata con lui mi rendeva euforica.

Di notte, mi svegliai di colpo. L’abbraccio era quasi diventato soffocante e la mia piccola mano era inserita, guidata dalla sua, dentro la patta dei suoi pantaloni. A quell’epoca, non avevo mai visto nessuno nudo, tranne me stessa. Erano gli anni in cui era scandaloso anche il solo vedere la propria madre in sottoveste e il sentire chiudere la sua camera da letto a chiave suscitava talmente tanta curiosità da volerla spiare dal buco della serratura.

La mia mano veniva usata per provare piacere, ma io, allora, lo ignoravo del tutto. L’abbraccio era insopportabile, molto diverso da quello abitudinario fatto di fronte ai miei, nel quotidiano. Quel gesto continuo, con la sua mano che in una morsa fermava la mia con forza, mi creava imbarazzo unito a un senso di disgusto, rendendomi nervosa. Avevo paura di svegliare gli altri però. Così in silenzio ero scesa per recarmi ai servizi igienici per lavarmi la mano. Quella purificazione era per me, bimba inconsapevole, un simbolo di negazione a quel movimento anomalo che non conoscevo, soprattutto il tatto con qualcosa di fisicamente sconosciuto, e mi portò per anni al cupo silenzio. Un bambino non sa cosa gli succede, pensa che sia la normalità, poiché fatta da una persona che ama, anche se tuo padre o tuo fratello non l’hanno mai fatto.

Quella settimana trascorsa con i cugini fu quasi un incubo.

Nella famosa 500 di allora, la mano sulle gambe, per una carezza o un abbraccio affettuoso erano all’ordine del giorno. La mia presenza era richiesta di continuo in quella scatoletta di ferro rossa. Avevo quasi dimenticato l’accaduto, pensavo che fosse nella norma, anche se un gesto inconsueto. Ma quelle affettuosità si protrassero negli anni e, ogni qual volta a casa mia si organizzava una festa, la presenza continua e invadente di quel cugino divenne normale. Voleva sempre ballare con me, facevamo coppia fissa come ballerini  e nel twist, nel cha cha cha, nel madison  e nell’hully gully eravamo imbattibili. Per me era entrato tutto nella normalità, non facevo più caso a baci e carezze.

 

Arrivò per me l’amore e il primo ragazzo, il 1968 era alle porte con il suo permissivismo e la sua rivolta. Noi giovani volevamo cambiare il mondo e quell’insurrezione globale portò anche tanti guai a noi donne, oltre alla libertà. Lo scotto di quegli anni di ribellione dei movimenti femministi, lo paghiamo ancora oggi e il femminicidio continuo ne è la prova. Non riuscivo ad accostarmi al mio lui, ma riuscii a capire che quell’esperienza dei miei sette anni, altro non era che un episodio di molestie sessuali. Il mio ragazzo decise di parlare con mio padre. Voleva, dopo aver appreso da me la verità, che allontanasse quella persona da casa nostra. La risposta arrivò come una doccia fredda ferendomi nell’anima, come se un fendente affilato mi squarciasse il cuore. Disse che mi ero inventata tutto e non mi credeva, che era passato troppo tempo e che comunque era il solo cugino che aveva a Milano e non poteva farci niente.

Mio padre fece cadere quel castello di carta che, come tutte le bambine, innamorate del proprio papà, avevo costruito, dove lui era il mio meraviglioso principe sempre pronto ad amarmi, proteggermi e difendermi. Giorni dopo, da soli, gli chiesi spiegazione di quella risposta e mi sentii dire: «Dopo tutto non ti ha violentato». I miei occhi si velarono di lacrime, ma orgogliosa come sempre, non dissi niente, chiusi dentro di me quel peso grosso come un macigno. Continuai  la mia vita rabbuiandomi e il sorriso, che di solito mi caratterizzava, lasciò il posto a una cupa  tristezza infinita.

Con la nascita di mia sorella, la prediletta di casa (la consideravo la mia bambola), sono cambiate molte cose nel corso della mia vita. Lei era sempre la prediletta, qualsiasi cosa facesse, nel bene e nel male, mio padre le trovava sempre una scusante. Ancora oggi, nonostante io sia riuscita ad avere un discreto successo nel mondo artistico, non conta: qualcuno, ai suoi occhi, è sempre stato migliore di me. Non parliamo poi di mio fratello: ai suoi occhi (da buon meridionale), lui ha sempre avuto una marcia in più di noi.

Per mio padre ero solo la figlia sgangherata, quella a cui anni fa, dopo che ero ingrassata molto a causa di una cura di cortisone, aveva detto: «Sei inguardabile».

Da allora, per i due anni che ho vissuto in quello che consideravo il mio nido, fine anni Sessanta, prima di sposarmi, ho costruito un muro di difesa, uscendo quando il ”bellimbusto” veniva a casa in visita. Penso sempre che se ci fosse stato mio nonno vivo, maresciallo di finanza, mi avrebbe sicuramente difeso più di suo figlio, il mio papà, sbattendo dietro le sbarre come uno schifoso pedofilo quell’essere ripugnante di mio cugino, perché le molestie sessuali sono condannabili come una qualsiasi violenza, soprattutto sui bambini.

Nel tempo, sono riuscita a superare tutto grazie a mio marito, il mio compagno  di vita da 47 anni, quello con cui sono cresciuta dai 19 anni in poi, quello che mi ha permesso di diventare donna, mamma e oggi nonna felice. Quello che mi ha sempre protetto da tutto e da tutti, facendomi sentire sempre la persona più importante del mondo e, soprattutto, quello che mi ha fatto superare il dolore del ricordo circondandomi d’amore.

Purtroppo gli incubi non ti lasciano facilmente e spesso mi capita tuttora di essere imprigionata in quello scompartimento e in quell’episodio doloroso, grazie al quale oggi soffro di claustrofobia, a detta di uno psicologo, mio amico e collega.

Mio padre pensò bene di non comunicare mai la notizia a mia madre, che lo venne a sapere molto tempo dopo. Quando mi vide, alla prima occasione, mi abbracciò dispiaciuta. Sicuramente non mi ha detto niente perché erano i suoi cugini, ma si è data una spiegazione della mia assenza ogni volta che avevo preferito declinare gli inviti alla presenza di quei parenti.

Ma non cambiò nulla comunque, quelle persone erano ai loro occhi più importanti di me. In tutti quegli anni erano stati loro molto vicini e questo sembrava avere il sopravvento su tutto. Oggi mia mamma non c’è più e quando vado a trovare mio padre, ormai ultranovantenne, ho sempre il terrore che suoni il campanello e che mi ritrovi davanti quella persona. Persino mia sorella ha accusato mio marito di non essersi mai fatto avanti, negli  anni, per un chiarimento. Come se spettasse a lui e non a chi mi aveva messo al mondo di proteggermi. L’unica promessa fatta alla mamma è stata quella di comunicare a mia cugina l’accaduto e il perché non volessi più vederli, dopo la sua scomparsa.

 

La violenza è solo un enorme stato di insicurezza e ignoranza. Contiamo sempre su mamme intelligenti, che sappiano insegnare ai figli maschi il rispetto e l’amore in tutte le loro sfaccettature, sia  verso le loro compagne,  sia verso le donne in generale.

Voglio comunque bene a mio padre e ai miei fratelli, perché è l’unica famiglia che ho, ma in loro presenza il mio cervello e il mio cuore mi impongono una difensiva costante dettata dalla delusione di avere avuto accanto persone indifferenti e poco sensibili al mio dolore, creando così, nel tempo, squarci nell’anima. La loro frequentazione di quella persona ancora oggi ne è la prova. Non mi è mai mancato niente in quella casa natale per quanto riguarda la parte  economica, vestiti firmati, lezioni di tennis,un liceo privato, fra i più cari della zona, ma forse, mi è mancata la cosa più importante di tutto: comprensione, disponibilità e protezione. Ma soprattutto una parte d’amore negato.

Avrò sempre i miei scheletri nell’armadio e spesso, quando di notte mi sveglio di soprassalto, vedo quella sparuta bimba con le treccine che mi tranquillizza, dicendomi di guardare al mio fianco, dove c’è il mio meraviglioso principe azzurro.

Questa è l’unica certezza della mia vita.

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