Il futuro rubato

Cuore

“Il futuro rubato” di Mariella Loi, pubblicata sul n.38 di Confidenze, è la storia più apprezzata della settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Per due anni ci siamo desiderati con quella passione che non conosce ragione. Non gli ho mai domandato se mi ha amata più di tutte. Sapevamo che la vita è un soffio, ma chi ci pensava?

Storia vera di Eleonora P. raccolta da Mariella Loi

 

Marco lo avevo conosciuto a un party aziendale, uno di quegli eventi che organizzavamo un paio di volte l’anno per gratificare partner e clienti. Un’occasione di mondanità di cui in quel momento avrei volentieri fatto a meno. Il mio matrimonio stava crollando a picco, per disamore e stanchezza, senza una vera ragione che non fosse la noia. Mi aggiravo da tempo tra le stanze della mia vita senza sapere bene quale direzione prendere e nel dubbio rimanevo immobile. 

Quella sera ero particolarmente giù di corda ma quando si trattava di lavoro ero brava a fingere. Così insieme a un outfit elegante avevo indossato il migliore dei miei sorrisi ed ero andata alla festa.

Marco lo avevo notato subito per il modo insistente in cui mi guardava e non appena ne aveva avuto l’occasione mi si era avvicinato porgendomi un calice di prosecco.

Di lui mi era piaciuto subito lo sguardo magnetico, l’aria sicura di sé che trapelava da ogni suo gesto, il tono della voce simile alle note di una chitarra accordata con cura.

La festa era piuttosto affollata, allora per farci spazio mi aveva guidata verso la terrazza, da cui si godeva di una splendida vista sulla città illuminata. Mi feci incantare dalle luci e continuavo a guardare il panorama perché non avevo il coraggio di sostenere il suo sguardo. Quando finalmente mi voltai verso di lui, vidi che la mia scollatura sulla schiena non lo lasciava indifferente.

Provai un brivido in tutto il corpo, e forse perché da tempo non mi sentivo desiderata, lo sguardo di quell’uomo appena conosciuto mi scuoteva nel profondo.

Istintivamente gli guardai le mani, bellissime, con dita lunghe e affusolate: non portava la fede, mi chiesi se fosse sposato e mi scoprii a desiderare di non esserlo a mia volta.

Non avevo toccato cibo, per questo il vino non ci mise molto a darmi alla testa. Ridevo delle battute del mio interlocutore in modo controllato, senza scompormi, però intanto dalle movenze morbide dei miei gesti capivo che mi stavo lasciando andare.

Marco aveva 42 anni, io 44, era sposato anche lui, sua moglie viveva a Roma, mentre lui, per lavoro, andava in giro per il mondo.

“Roma è lontana” pensai, come se il suo matrimonio fosse il solo ostacolo a frapporsi tra noi e non fossi sposata a mia volta.

Lasciammo la festa insieme che era passata da poco la mezzanotte, al mio socio avevo detto che ero stanca, invece io e Marco continuammo la serata passeggiando per le vie della moda. E non bastò la brezza della sera a farmi rinsavire dalla sbornia, perché quando Marco provò a baciarmi, non solo non lo respinsi ma al contrario feci aderire completamente il mio corpo al suo. Rientrai a casa che erano da poco passate le quattro, non mi lavai e neanche mi struccai il viso, volevo continuare a sentirmi l’odore di Marco addosso. Mi infilai nel letto con fare furtivo e mi rannicchiai, sperando che mio marito non si svegliasse.

Il giorno dopo, in casa ero sola. Giovanni era partito per due giorni in montagna con i suoi amici.  Accesi lo smartphone e vi trovai un messaggio di Marco. “Ciao, sono libero tutto il pomeriggio, se vuoi possiamo vederci già a pranzo”. In allegato, una foto del ristorante, sulla terrazza dell’hotel dove alloggiava. Era sabato, feci un rapido calcolo, il tempo di rispondere: “Sì, ci vediamo per le 12” e un minuto dopo ero sotto la doccia.

L’hotel dove alloggiava era in pieno centro, e nel varcarne la soglia mi guardai intorno guardinga, apprestandomi a raggiungere Marco che mi stava aspettando direttamente al ristorante.

In ascensore, approfittai dello specchio per ravviarmi i capelli e mi chiesi se il vestito di seta a pois, che avevo scelto per il nostro incontro, fosse adatto. Non ci fu il tempo di ragionarci sopra perché in pochi secondi ero già arrivata al dodicesimo piano.

Quando le porte si aprirono, Marco era lì davanti all’ascensore, con un balzo felino fu lui a entrare e prima che potessi dire qualunque cosa, aveva già premuto il pulsante.

«Ho chiesto di servirci il pranzo in camera, così possiamo stare più tranquilli» disse e subito dopo mi diede un bacio che mise a tacere ogni mia resistenza.

 

Della stanza di quell’hotel non ricordo molto, mi rimasero impressi solo alcuni dettagli eleganti come i rosoni del soffitto, finemente decorati. Il pranzo ce lo servirono un’ora dopo, così come aveva chiesto Marco e per non turbare la nostra privacy, il cameriere lasciò il carrello all’ingresso della nostra stanza. Non mangiammo che alle cinque del pomeriggio, quando ormai sfiniti dalla stanchezza sentimmo il bisogno di dare riposo alle nostre membra. Guardavo Marco perfettamente a suo agio dopo la doccia e mi chiedevo come fosse possibile condividere una simile intimità dei corpi e dell’anima con un uomo conosciuto meno di 24 ore prima. Mangiammo con gusto, ridendo dei nostri vezzi alimentari e apprendere che adoravamo entrambi il salmone e detestavamo i crostacei ci apparì un’affinità elettiva, da aggiungersi a quelle appena scoperte tra le lenzuola.

«Devo andare» dissi, quando erano ormai le sei, timorosa per l’attaccamento che cominciavo a sentire verso di lui.

«Non ancora» mi rispose e nel farlo mi baciava sul collo, accarezzandomi i fianchi.

Dalla terrazza dove ci eravamo affacciati a prendere un po’ di fresco, rientrammo in camera. Senza che lo sapessi mi apprestavo a vivere la notte più intensa della mia vita. Diceva bene Julio Cortàzar quando scriveva che “la vita sta lì… alla portata del salto che non facciamo”. Per paura travestita da lealtà, ammantati di un rigore che neanche ci appartiene, se poi basta così poco per infrangerlo.

A questo pensavo la mattina all’alba, dopo aver salutato Marco in partenza per Roma, mentre mi avviavo lentamente verso casa. La città deserta e carica di silenzi accompagnava i miei passi, Milano così quieta non l’avevo mai vista e quella pace mi faceva stare bene.

A casa passai le ore successive adagiata sul divano, mentre le immagini delle ore trascorse con Marco continuavamo a passarmi davanti agli occhi: le sue mani sul mio viso, sul mio seno, il suo alito caldo dappertutto, il caldo umido dei nostri corpi appiccicaticci, avvinti in un abbraccio indissolubile.

Non ci eravamo detti che ci saremmo rivisti, nessuna promessa, nessun conto in sospeso tra noi, per questo mi stupì il messaggio che mi inviò nel pomeriggio: “Ho voglia di te e del tuo profumo d’estate”. Sorrisi e non trovando di meglio da dire, gli risposi: “Anch’io”.

Seguirono molti altri messaggi nei giorni successivi, poi fu la volta delle telefonate, affettuose e interminabili, dove c’era spazio anche per dirsi «mi manchi».

È forse meno amore, quello degli amanti o è solo più pudico, più prudente, più timoroso di svelarsi?

È amore che prescinde dallo status del possesso oppure è solo un frutto acerbo che non diventerà maturo? Difficile trovare le risposte quando il tempo è troppo prezioso per impegnarlo in altro che non sia vivere intensamente. Forse per questo, io e Marco non indugiavamo mai in quesiti inutili. Non abbiamo mai ceduto al tarlo della gelosia, consapevoli che fuori dalle stanze che hanno ospitato i nostri ardori, avevamo altre vite e impegni, dei quali io avrei volentieri fatto a meno, se solo lui me l’avesse chiesto.

Si possono amare più persone contemporaneamente? Io non credo, solo gli affetti possono coesistere, ma la passione non lascia spazio ad altro, non ammette intralci, della ragione, la passione se ne infischia. E non saprei dire se Marco mi abbia amata più di tutte le donne incontrate prima e più di quelle che forse ci sono state dopo. A lui non l’ho mai chiesto, e a volte forse è meglio non sapere. Solo una volta avrei voluto domandargli di sua moglie, se l’avesse mai amata, se l’amasse ancora, ma poi ho desistito per pudore. Sono tante le parole che bandimmo dal nostro vocabolario, nei due anni che passammo insieme, ma fra queste non ci furono mai  amore, dolcezza, comprensione. E che la vita è un soffio, noi lo sapevamo, anche se pensavamo, di tempo e fiato nei polmoni, di averne ancora tanto. Ottimisti e ingenui o forse innamorati e stupidi, come i protagonisti di un film in bianco e nero. Destinatari di un dono inaspettato, che la morte prematura di Marco ci ha sottratto troppo presto.

 

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