Il kimono

Cuore

Ogni settimana, sulla pagina Facebook, le nostre lettrici votano le loro storie preferite. Ecco una delle più apprezzate del n. 7 di Confidenze

 

È bastato trovare in un cassetto la divisa da karatè di mio figlio per riaprire un capitolo ormai lontano del nostro passato, quando io e Giorgio abbiamo rischiato di perderci inseguendo ciascuno la sua chimera. Solo oggi però ho capito quanto mio marito mi amasse

STORIA VERA DI LUISA B. RACCOLTA DA SABRINA BERGAMINI

 

La cucina ripiomba nel silenzio appena mio marito spegne il televisore. Le notizie non sono certo confortanti. Le immagini che scorrono davanti ai nostri occhi ogni giorno raccontano una storia che non avremmo mai voluto vivere. Dopo tutti questi mesi siamo stanchi di statistiche, numeri, esiti di tamponi, esperti dell’ultimo minuto. «Esco in giardino. Ho ancora qualche pianta da sistemare per il freddo» dice all’improvviso Giorgio. Si alza da tavola lasciando a me,come ogni mattina, l’incombenza di rimuovere i resti della prima colazione. Rimango a lungo a guardare le tazze vuote prima di trovare la voglia di alzarmi e dare veramente inizio a questa giornata che si preannuncia la copia esatta di quella precedente. Prima che questo virus ci colpisse come una maledizione ero una donna di mezza età dall’agenda fitta di impegni: i nipoti da accompagnare al corso di danza il martedì, il tè delle cinque con Matilde e Grazia, le lezioni di pilates tre volte la settimana. E poi qualche cena con gli amici il sabato sera, uno spettacolo a teatro o un cinema la domenica pomeriggio. Cose semplici che però davano senso allo scorrere del tempo che ora, invece, si è come cristallizzato. Mio marito certo non mi aiuta con i suoi silenzi e le sue assenze. Passa tantissimo tempo fuori. La passione per il giardinaggio l’ha sempre avuta, ma se prima mi faceva piacere vederlo appassionarsi a qualcosa, ora mi pare che questo hobby non sia altro che un pretesto per stare il più a lungo in solitudine. So che è molto preoccupato per la situazione del mondo in generale e quella dei suoi figli in particolare, ma non saranno i suoi silenzi a salvarli da un possibile licenziamento o da un possibile contagio. Il suo senso di colpa per come è cambiata la nostra vita è tornato palpabile in questi mesi di crisi nei quali, ne sono certa, vorrebbe offrire sicurezza a me e ai suoi cari e invece non può. Mi alzo dalla sedia e inizio a sparecchiare la tavola, apro il rubinetto e sciacquo le tazzine sporche di caffè, lascio scorrere a lungo l’acqua fredda, poi mi asciugo le mani e mi dirigo verso la camera di mio figlio. Lorenzo ha lasciato questa casa sei mesi fa per iniziare un nuovo capitolo della sua giovane vita accanto a Sonia, la donna che gli è accanto dai tempi del liceo. Da allora praticamente non ho più messo piede nella sua camera se non per dare una rapida spolverata, ma è giunto il momento di aprire gli armadi, liberarli di tutte le cose inutili che lo riempiono. Mio figlio, infatti, si è portato via davvero pochissime cose, quelle veramente utili, mentre quelle accumulate in tanti anni e che non ha mai voluto buttare via, le ha lasciate qui dicendo che potevo farne ciò che volevo, regalarle ai più bisognosi per esempio. E sarà proprio ciò che farò. Ho riempito già un sacco quando aprendo l’ultimo cassettone dell’armadio, mi ritrovo tra le mani una scatola rettangolare. Mi siedo sul letto, curiosa di scoprire cosa ci sia al suo interno. Quando tolgo il coperchio, appare come per magia, da un passato lontanissimo, un kimono bianco, piegato con cura. E con lui, una miriade di ricordi fanno capolino con prepotenza nella mia mente, ricordi che per anni ho cercato di cancellare. Chiudo gli occhi. E tutto appare così nitido nella memoria che non sembrano affatto passati 27 anni da quella sera. Eravamo a cena, quando Lorenzo, improvvisamente, interruppe i nostri discorsi con una precisa richiesta. «Il nuovo insegnante di lettere è anche un maestro di karate, avvierà un corso nel nostro istituito dopo la scuola, voglio andarci, posso?» chiese con voce speranzosa.

Io sorrisi, piacevolmente sorpresa. Era la prima volta, infatti, che mio figlio, di sua spontanea volontà esprimeva interesse verso uno sport. Mio marito avrebbe desiderato vederlo correre dietro a un pallone su un campo da calcio e Lorenzo lo aveva accontentato per quasi una stagione intera, ma l’anno dopo non volle più saperne. Così era successo anche per il basket e per il tennis.

«Mi sembra davvero un’ottima idea» risposi prima che Giorgio potesse ribattere e subito mi alzai, proponendo di festeggiare la novità con una fetta di torta al cioccolato.

Così la settimana seguente, un martedì di fine ottobre, accompagnai Lorenzo alla sua prima lezione. Appena varcata la soglia del palazzetto sportivo ci venne incontro un uomo di circa 40 anni, magro, non molto alto, un naso pronunciato e un sorriso gentile. Si presentò porgendomi la mano e con mio figlio sottobraccio si allontanò verso un gruppetto di ragazzini eccitati e impazienti.

Fu allora che lo sentii. Il suo profumo. Un profumo che non avrei mai più dimenticato e che mi avvolse, in quel preciso momento, come un morbido abbraccio del quale, senza saperlo, avevo disperatamente bisogno.

Le lezioni si tenevano il martedì e il giovedì, e presto mi resi conto che tutta la settimana ruotava attorno all’attesa di quelle due ore in cui restavo a guardare gli allenamenti di mio figlio, in compagnia di altre mamme senza lavoro e con troppo tempo libero. Per la prima volta mi accorsi del vuoto che si era creato nella mia vita. Prima di sposarmi avevo un salone di acconciature ben avviato, ma una volta rimasta incinta avevo assecondato il desiderio di mio marito e mi ero dedicata solamente alla famiglia. Del resto non avevamo bisogno delle mie entrate, Giorgio aveva un’azienda nel pieno del suo sviluppo. Non potevo certo lamentarmi. Avevo una bella casa, una macchina a mia disposizione, un conto corrente a mio nome, vacanze al mare d’estate e una settimana bianca d’inverno. Mio marito era sempre più assente e impegnato con la propria attività, ma non potevo fargliene una colpa. Io desideravo salire quella famosa scala sociale, gradino dopo gradino, esattamente quanto lui. Tuttavia, per la prima volta, sentivo un certo vuoto farsi strada nelle mie giornate. E fu in quel vuoto che Alessandro, così si chiamava l’insegnante di mio figlio, riuscì a insinuarsi. Era un uomo libero da ogni legame sentimentale, con un matrimonio infelice alle spalle e una grande empatia verso i suoi piccoli alunni ai quali si dedicava con passione. In particolare avevo notato che tra lui e mio figlio si era instaurato un rapporto privilegiato che non era sfuggito nemmeno a mio marito. «Quello ha capito benissimo che il tuo punto debole è Lorenzo e lo usa per arrivare a te» mi disse una volta al termine della consueta lezione di karate a cui lo avevo pregato di presenziare. Le sue parole mi ferirono molto, tendeva a considerarmi sempre una sprovveduta, e inoltre non teneva conto del fatto che nostro figlio negli ultimi mesi, grazie a questo nuovo professore, aveva fatto notevoli progressi: la sua estrema timidezza si stava smussando, era riuscito a stringere amicizia con alcuni compagni di corso, a scuola era riuscito a recuperare in tutte quelle materie in cui faticava da sempre a raggiungere la sufficienza. Fu proprio al termine dei colloqui del primo quadrimestre che il suo professore, vedendomi così felice dei risultati, mi propose di festeggiare con un brindisi al bar accanto. Accettai con una certa riluttanza, non volevo dare adito a pettegolezzi, tuttavia dentro di me ero felice. Stare in sua compagnia era una boccata d’ossigeno. Parlavamo di tutto, tutto ciò di cui non parlavo con mio marito: arte, cinema, libri. Per Giorgio, tutto questo era una totale perdita di tempo. Alessandro invece sapeva ascoltarmi e sembrava comprendere molto bene le mie preoccupazioni per il rapporto sempre teso tra Lorenzo e suo padre. Mio marito lo considerava un debole, sempre al di sotto delle sue aspettative. Questa era la verità. Con nostro figlio ancora così piccolo, lui già buttava ombre sul suo futuro, pensava che non sarebbe stato in grado di prendere in mano le redini dell’azienda che lui aveva creato con enormi sacrifici, grazie a un innato intuito per gli affari e una buona dose di scaltrezza.

«Non ha la stoffa» mi diceva nel buio dell’intimità.
«E meno male, vorrà dire che la sua vocazione sarà un’altra, magari diventerà medico e scoprirà la cura per il cancro» rispondevo io, stizzita. Ma quelle parole mi ferivano, le sentivo dirette anche a me, Lorenzo mi assomigliava molto. Aveva ereditato da me quella timidezza che poteva essere un muro insopportabile, il carattere introverso, l’inclinazione a occuparsi dei più deboli, quella sensibilità estrema.

«Non devono essere visti come difetti, tutt’altro. Tuo figlio ha qualità straordinarie che vanno coltivate, la sua sensibilità va preservata. Ed essere buoni, non significa essere fessi, non dimenticarlo» mi disse Alessandro al termine di una delle nostre consuete chiacchierate.

I nostri incontri si erano infittiti nel corso delle settimane, dei mesi. Il tempo di un caffè, di una breve passeggiata al termine della scuola, piccoli attimi rubati alla vita ordinata di sempre che continuava a scorrere parallela. Gli piacevo? Sì certo, lo sentivo. Non ero la bella addormentata nel bosco che credeva mio marito. E a me piaceva lui. Mi piaceva quella gentilezza innata che andava a mescolarsi con una certa sicurezza nel modo di muovere le mani, il corpo, di mantenere la calma. Mi piaceva fermarmi a parlare con lui mentre mio figlio si faceva la doccia al termine della lezione, mi piacevano i suoi occhi che mi puntavano da lontano mentre insegnava ad assestare pugni e calci a quei piccoli soldatini divisi in file uguali. Mi piaceva essere corteggiata, in modo sottile, in punta di piedi. In fondo ero una donna di 36 anni, all’apice della sua bellezza. Una bellezza del tutto inutile, pensavo a volte. Mio marito sembrava darla per scontata. Come dava per scontate molte altre cose, del resto. Tuttavia non diede per scontato il fatto di poter perdere moglie e figlio in un colpo solo e seppe annusare il pericolo insieme all’arrivo dell’estate. Una sera mi fece trovare tre biglietti per una lunga crociera. «Quando ci siamo sposati non ci siamo potuti concedere nemmeno un solo giorno di vacanza. Questa sarà la nostra luna di miele. E Lorenzo si divertirà un mondo con tutte le attività che troverà a bordo» disse sorridendo a entrambi.

Il giorno dopo vidi per l’ultima volta Alessandro, anche lui alla vigilia della partenza: avrebbe raggiunto un gruppo di amici in vacanza nelle isole greche. Prima di salutarci mi diede un libro di poesie con la promessa che glielo avrei restituito a settembre. Mi sentivo come una ragazzina alla sua prima cotta, impacciata e un po’ imbranata. Alla fine lo feci. Gli presi il viso tra le mani e lo baciai. Tra noi non c’era mai stato nulla di più. E mai ci sarebbe stato. Non ero una donna che tradisce il marito, che lascia la famiglia. Quello era un addio. Lo sapevamo entrambi.

Al rientro dalla vacanza scoprii di essere incinta e nove mesi più tardi nacque Rebecca. A settembre Lorenzo si lasciò convincere dal padre a riprovare con il gioco del calcio, e io riposi nel fondo di un cassetto il kimono bianco. Alessandro fu assegnato a un altro distretto scolastico e non ci furono più occasioni di incontro tra noi. In fondo, senza nemmeno saperlo, aveva avuto il merito di salvare il mio matrimonio. Dopo di lui, infatti, mio marito smise di trascurarmi, e cambiò atteggiamento verso nostro figlio, cercando di assecondare le sue predisposizioni anche se non corrispondevano esattamente alle sue aspirazioni.

Passammo anni felici e prosperi. L’attività di Giorgio era in continua ascesa, il nostro tenore di vita cresceva di anno in anno. Fino a quando precipitammo dalle stelle alle stalle, come dissero in molti, quelli che vivono attendendo le disgrazie degli altri per riscattarsi da una vita meschina. La crisi del 2008 colpì duramente il settore edile, mio marito si scoprì esposto pesantemente con le banche. Per lui non ci fu altra soluzione che portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento. Ai cantieri fu messo un sigillo, la nostra casa insieme a tutte le altre proprietà fu venduta all’asta, le macchine di lusso vennero sequestrate. Il lavoro di una vita, la nostra esistenza stessa andò in fumo, si sgretolò come un castello di sabbia sotto ai nostri occhi increduli. Mio marito mi teneva sempre all’oscuro di tutto, non immaginavo che il nostro tenore di vita fosse ben al di sopra delle nostre possibilità, soprattutto frutto di fidi bancari concessi da direttori a cui non importava nulla se non di maturare interessi sempre più alti. Quegli stessi direttori di banca che non tardarono a chiedere rientri, a negarsi al telefono, a evitarci come la peste.

Scoprimmo abbastanza presto quanto possa essere cattiva la gente, soprattutto in una piccola città di provincia. Certo, i soldi un po’ ci avevano dato alla testa, questo non posso negarlo, non ci eravamo sottratti al cattivo gusto di esibire agli altri la nostra scalata inarrestabile.

Mio marito subì il colpo più duro. Aveva lavorato per 30 anni, la ditta era la sua seconda famiglia e tutto all’improvviso gli veniva portato via nel peggiore dei modi: da imprenditore di successo, stimato e rispettato si ritrovava a dover abbassare la testa di fronte alle meschine vendette di tanti. Provava un profondo senso di colpa verso i suoi dipendenti, verso di me, verso i nostri figli ai quali era stato sottratto un futuro di benessere a cui credeva avessero diritto a prescindere. La depressione lo sfiorò senza distruggerlo come invece avvenne a molti altri che arrivarono anche a gesti estremi; ogni volta che un giornale riportava la notizia di un suicidio sentivo un brivido percorrermi lungo la schiena.

Un giorno, Giorgio mi disse: «Dobbiamo andarcene. Ricominciare lontano da qui». Scegliemmo un posto vicino al mare. Una casa modesta, ma con un piccolo giardino. Grazie a una certa somma di denaro messa da parte in tempi non sospetti, riuscimmo a rilevare un’agenzia immobiliare. Imprenditori si nasce. Mio marito non sarebbe mai riuscito a restare con le mani in mano e gestire qualcosa di suo era l’unico modo per sottrarlo definitivamente alla malinconia.

Richiudo la scatola e la ripongo nel fondo del cassetto. Poi esco in giardino. Mio marito è chino su un grande vaso, le mani immerse nella terra.
«Indovina cosa ho trovato nella stanza di Lorenzo?». La mia voce gli arriva alle spalle, cogliendolo alla sprovvista. «Giornaletti sconci?» domanda con una risata.

«No stupido. Il suo kimono di karate, ricordi?». Finalmente alza gli occhi verso di me e mi guarda a lungo. «E come potrei dimenticare? Quel maestro stava per rubarmi la moglie. Però è strana la vita. Oggi ricordo quel periodo come uno dei più felici. Gli anni più gloriosi erano dietro l’angolo, tutto ciò che toccavo si trasformava in oro, sembravo il re Mida. Se solo potessi tornare indietro. Ho sperperato così tanti di quei soldi in cose inutili, soldi che ora potrebbero garantire un po’ di serenità ai nostri figli» dice con tono colpevole.

«È vero. Abbiamo buttato via tanto denaro in macchine di lusso, gioielli, pellicce, vacanze in posti sperduti. Sai la verità? Ci eravamo trasformati in due perfetti bifolchi arricchiti. Non sento la mancanza delle persone che eravamo diventate. Adesso però basta con i sensi di colpa. Ci sono cose che i soldi non possono comprare. La salute, per esempio. Questa pandemia lo sta dimostrando. E poi non ti sei mai reso conto di quanta ammirazione provano Rebecca e Lorenzo per te? Tu hai lasciato loro qualcosa di molto più prezioso del denaro. Con il tuo esempio gli hai insegnato una cosa importantissima, forse la più importante. La resilienza». Giorgio si sfila i guanti dalle mani e afferra le mie. Le bacia teneramente, gli occhi sono velati di lacrime che tenta di nascondere.

«Rientriamo in casa che qui fa freddo» mi dice cingendomi le spalle. Un forte vento fa tremare le ultime foglie. Dalla finestra le guardo danzare fino a toccare la terra fredda. Da quella stessa terra tra pochi mesi, nascerà un fiore. «Resilienza» dico sottovoce. Resilienza. ●

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