La fotografia

Cuore
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La storia più apprezzata della settimana è “La fotografia” di Giovanna Sica, pubblicata sul n. 47 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Storia vera di Valeria S. raccolta da Giovanna Sica

 

Non ti è mai piaciuta questa mia mania di mettere le foto nei libri. «Ma perché non usi i segnalibro come tutti?» mi hai sempre rimproverato. Già. Perché non uso i segnalibro come tutti? Perché infilo fra le pagine fotogrammi della nostra vita? Forse, semplicemente, perché mi piace, quando riprendo in mano un testo, trovarci dentro qualcosa di noi che avevo lasciato ad attendermi fra quelle parole scritte. Di solito è una bella scoperta ritrovare ricordi ammucchiati a casaccio. La foto di noi due a Barcellona dentro Una donna spezzata di Simone de Beauvoir. Io e te che mangiamo la paella direttamente da una pentolaccia enorme. La foto con gli amici a Ibiza all’ultima pagina di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcìa Màrquez. Era l’estate del 1989, e quella fu la vacanza più indimenticabile della mia vita. In quei giorni folli e magici in cui ci sentivamo i padroni del mondo facemmo l’amore per la prima volta. Avevamo vent’anni. Avevamo tutta la vita davanti. Eravamo partiti con gli amici, la prima volta che andavamo via insieme, la prima volta che dormivamo assieme, anche se non proprio da soli visto che eravamo in tanti. Una mattina mi svegliasti che fuori era ancora buio, mi liberasti dal groviglio di braccia e gambe in cui ce ne stavamo appisolati in cinque in un unico lettone, e mi portasti al fresco, sul terrazzo. Aspettammo l’alba come si aspetta un miracolo e unimmo i nostri corpi con una solennità che si può concepire solo a vent’anni. Saremmo stati insieme per tutta la vita, non c’erano più dubbi. «Dimmi che sei solo mia» continuavi a ripetermi. «Certo che sono solo tua. Sarò tua per sempre» ti giurai. E non era solo l’ingenua convinzione di una ragazza innamorata; io credevo davvero di appartenerti. Poi c’è quella foto buffa del matrimonio, quella in cui  facciamo la linguaccia e mostriamo le fedi. Se ne sta acquattata in mezzo all’amore struggente di Anna Karenina per il suo conte Vronskij. Che vittoria, Arturo, ti avevo finalmente messo l’anello al dito. Eri mio, per sempre. Tua madre pianse per tutto il tempo della cerimonia, ma non per la commozione, noi due lo sappiamo bene. L’adorabile – si fa per dire – suocera era convinta che il figlio stesse passando un guaio a sposarsi con me. Che ero troppo bassa per te. Troppo insignificante. Troppo innamorata. E comunque troppo poco per un giovane bello e promettente come te. Ma a noi non ce ne fregava niente della malevolenza della tua genitrice, almeno quel giorno, almeno all’inizio, ci facevano ridere le sue battute velenose. Certo, poi la sua ingerenza è diventata insostenibile. Ventuno anni di matrimonio in cui mi è sembrato di averla sempre addosso. In casa mia. Nella nostra camera nuziale. Sul cuscino del letto, a spiarmi pure i sogni. E tu, tu non sei stato mai capace di farle capire che con me e i ragazzi avevi formato una nuova famiglia; che la nostra autonomia, la nostra intimità, andavano rispettate. Che le decisioni che riguardavano i nostri figli erano solo nostre. Che lei era una nonna e non una seconda mamma per i bambini. Che se io dicevo di no a un acquisto che giudicavo sbagliato, non doveva provvedere lei sottobanco. Che non poteva recuperare con i miei ragazzi il tempo che aveva perso con te perché lavorava da mattina a sera: quel tempo era passato, i miei figli non erano i suoi bambini, non competeva  a lei educarli, prepararli alla vita.

«Perché non ti trovi un lavoro? Posso stare io coi piccoli» mi suggeriva a volte tua madre. «Ce l’ho un lavoro, faccio la traduttrice» le rispondevo allora, piccata.

«Un lavoro vero, intendo. Qualcosa per cui la mattina ci si veste e si va in ufficio».

Ecco cosa le bruciava. Il fatto che io lavorassi da casa. Che mi gestissi gli impegni professionali a seconda degli appuntamenti dei miei figli. Che potessi permettermi di seguirli, di esserci sempre. Che avessi il tempo e la voglia di portarli a fare sport, alle feste degli amici, al mare. Una volta anche tu ti sei commosso aprendo un libro. È stato mentre cercavi un volume su George Best, il calciatore nordirlandese, te l’ avevo regalato a Natale di quell’anno. Non so cosa ti spinse ad aprire uno dei miei tomi che tu non manchi mai di definire “così pesanti”; in mezzo a quei fogli scovasti la foto del giorno in cui era nato Matteo, il nostro primo figlio. Io che piango e tremo e sorrido con questo neonato scurissimo attaccato al seno. La flebo ancora nella vena. I braccialetti uguali al polso mio e del piccolo. I nostri nomi e il peso del nascituro scritti sopra. Valeria. Matteo. 3.650 kg.

 

Mi mostrasti quella foto e dicesti: «Lo pensai già quella mattina che questo qui sarebbe diventato uno sciupafemmine. Tutto suo padre!». Tutto suo padre proprio per niente. Matteo è identico a me. Di te avrà preso la corporatura, l’altezza, ma dentro mio figlio è fatto della mia stessa materia. Forse Gianni, il nostro secondogenito, assomiglia più a te. Sì, forse lui sì, ha quella beata spensieratezza tipicamente maschile. Anche l’egoismo, se è per questo, che caratterizza molti uomini. Ma Matteo, no. Fortunata la donna che se lo prenderà, questo ragazzo mio. Bello come un corsaro e gentile come un principe. Intrigante come uno zingaro e affascinante come un poeta. Mio Dio, spero di non comportarmi come tua madre con la nuora che verrà. Spero di saper battere ritirata quando sarà il tempo per Matteo di farsi una famiglia. Ci sarò per come lui vorrà. Per come la sua donna vorrà. E amerò anche lei. Non so se ce la farò ad amarla quanto mio figlio, ma ci proverò, lo giuro. Se lui l’avrà scelta, io le vorrò bene e la rispetterò e sosterrò la loro unione cercando di non invadere mai i loro spazi. E poi, spero che i nostri figli ci diano tanti nipoti, ma forse sto correndo troppo coi pensieri se quei due stanno ancora al liceo!

Ho nostalgia di te ora, Arturo. Penso che chi siamo oggi sia scritto chiaramente in questa foto che ora stringo fra le mani. L’ultima foto insieme che abbiamo stampato. «Una foto bellissima» assicurasti tu quando te la mostrai. Certo, per te è bellissima perché eri venuto proprio bene, e questo per te conta, eccome se conta. Bellissima perché ti avevano appena approvato il progetto di un residence a cui tenevi tanto. Bellissima perché tua moglie ti guardava adorante come sempre. Un rettangolo con dentro facce abbronzate, bicchieri di prosecco, occhi scuri, occhi chiari, il mare, il fumo  di una sigaretta, che dico sempre che smetto e non lo faccio mai. Il ricordo di un momento preciso che ho scelto come segnalibro di un volume di più di seicento pagine, Here I am (nella traduzione italiana Eccomi, n.d.r) di Jonathan Safran Foer. Che guarda caso è la storia di un uomo e una donna sposati che non si sono accorti, troppo impegnati con le incombenze quotidiane e la cura dei figli, di aver lasciato che si accumulasse distanza fra loro. Una distanza che non si può più colmare stringendosi in un abbraccio.

È una foto di due estati fa. Eravamo andati a cena fuori per festeggiare il tuo compleanno. Il solito ristorantino sul mare. Il solito cameriere, Nanni, che sa a memoria che il prosecco non lo beviamo solo come aperitivo, ma durante tutto il pasto. E che negli spaghetti con le vongole ci vogliamo qualche pomodorino fresco, e poco ce ne importa se Osvaldo, il cuoco, sbuffa perché sostiene che non ci va niente di rosso coi frutti di mare. Tu sei in gran forma, e ti sei vestito proprio figo. Coi jeans chiari e la camicia blu attillata. I capelli ribelli intorno al viso fanno un po’ come gli pare mentre passi al telefono gran parte della serata. Anch’io non sono niente male, mi sono preparata con cura. Ho una gonna bianca molto vaporosa stretta in vita. E una canotta rossa che mette in mostra la mia schiena dorata. Per l’occasione ero andata pure dal parrucchiere, mi ero fatta ritoccare il colore – maledetta ricrescita – e poi giù con la piastra, capelli lisci e lucenti, come piacciono a te. Ma chissà se te ne accorgesti, quella sera, di tutto il lavoro che mi aveva fatto in testa Lino, il mio parrucchiere. Io dico di no. Ho nostalgia di te mentre osservo questa foto. Tu che guardi chi sta dicendo “cheese”; alzi in alto il calice e sorridi al flash del telefono. Ma che avevamo da sorridere e da brindare quella sera? Io guardavo te. Quasi in contemplazione. Come forse sono stata per tutto il tempo del nostro matrimonio. Capisci di cosa sto parlando, Arturo? Questa foto è emblematica del nostro rapporto. Sono stata sempre io a guardare te. Sempre io a seguire i tuoi voli. I tuoi successi, le tue partenze. Sono stata sempre in attesa dei tuoi ritorni. O di sentirmi finalmente all’altezza.

In tutti questi anni in cui sono stata tanto presa dalla cura della nostra famiglia, non mi sono accorta che eri tu quello piccolo, fra noi due. Quello che aveva mani solo per prendere e mai per dare. Quello che si metteva proprio al centro. Con le sue esigenze. Il suo lavoro. La sua voglia di libertà. Io e i ragazzi siamo sempre venuti dopo per te. Un corollario. Un’appendice alla tua vita  forse già piena e perfetta anche senza di noi. Se mi volto indietro, mi accorgo che non c’eri mai quando ci dovevi essere. Quando i ragazzi stavano male o se c’era da gioire per una vittoria scolastica, per il primo posto a un torneo sportivo. C’ero sempre soltanto io, tu avevi sempre cose più importanti da fare. Ti ho giustificato tutte le volte, con tutti. Il tuo è un lavoro impegnativo, mica come me che sono solo una stupida traduttrice. Io non creo nulla, traduco solo parole di altri. Tu invece inventi palazzi, chiese, fontane. Hai delle responsabilità verso tanti, ma mai verso la tua famiglia. Il senso della nostra storia è tutto in questa foto: io m’incanto ad ammirare te e tu guardi dritto davanti a te. Sorridi all’obbiettivo, non a me, a tua moglie. Sei bello, e lo sai. Ma forse sono anch’io una bella donna. Anche se questa foto spietata mi rivela che di profilo il mio ovale non è più perfetto. Che la mia faccia ha iniziato a cadere. Che sono sotto i cinquant’anni e non ho più tutta la vita davanti. Ricordi quella volta che Marilena, la mia amica Marilena, venne da me e mi disse di stare attenta, che correvano strane voci su di te? Io le risposi convinta che la gente è cattiva e invidiosa di chi si ama. Lei mi guardò come si guarda una stolta, ma non aggiunse altro. Ne parlai con te, ti riportai l’episodio sorridendo, ma in realtà avrei voluto mettermi a piangere. Tu mi appoggiasti quelle tue mani calde e rassicuranti sui fianchi e fissandomi dritto negli occhi sentenziasti: «Valeria, tu sai a chi credere. Marilena è solo una zitella invidiosa di te che hai un marito che ti ama e due figli stupendi. E poi, non te l’avevo mai detto per non ferirti, ma è lei ad avere una pessima reputazione. Si è fatta metà dei miei amici del calcetto solo nell’ultimo anno». E io non replicai nulla. Non gli dissi qualcosa tipo “la mia amica è single e può andare a letto con chi le pare”, ma stetti zitta e diradai le uscite con Marilena, ma non per quello che mi aveva detto, no, fu per come mi aveva scrutata, uno sguardo quasi compassionevole che non avrei retto ancora. E ora, eccomi qua, con questa stupida foto in mano. Ho deciso, Arturo, ti lascio. E te lo scrivo anziché dirtelo in faccia, ma non per paura che tu mi convinca di nuovo che mi sto sbagliando, che mi sto confondendo. Te lo scrivo perché voglio raccontarti tutto e non voglio essere interrotta, non voglio che la tua voce si sovrapponga alla mia, stavolta. Te lo scrivo perché non voglio discutere, non c’è niente più da discutere. È già successo tutto. Io ti ho già lasciato. Ho già sofferto. Ti ho pianto infinite notti, mentre tu non c’eri. So che se ora fossi qui tireresti in ballo i figli. «E ai ragazzi non ci pensi? Sai quanto ci staranno male se io e te ci lasciamo?». No, Arturo, ti sbagli, ai ragazzi ci penso sempre. Sono stati il mio primo pensiero la mattina e l’ultimo la sera da quando sono nati. Sicuramente gli dispiacerà che ci lasciamo, ma non quanto credi tu. Perché io e i ragazzi abbiamo sempre fatto famiglia in tre. Non abbiamo mai contato su di te. I ragazzi son cresciuti, sono diventati forti, strutturati. Sei tu che sei rimasto un bambino egoista. Tanti loro amici hanno i genitori separati, Matteo e Gianni lo sanno che a volte i matrimoni finiscono. Arturo, non c’è niente che puoi fare o dire ora per farmi restare. Non funzioneranno più neanche i tuoi occhi che non se ne vanno dai miei. E poi, prima che tu me lo chieda, te lo dico io, subito. Sì. Ho incontrato un altro. Oh, non ci sono andata a letto, non ancora, se è questo che ti preoccupa ora: tranquillo, il tuo onore è salvo. Però c’è quest’uomo che da mesi mi parla e mi guarda come forse tu non hai fatto mai. Mi stima. Mi tiene molto in considerazione. E poi dice che sono bella, talmente bella che non ce la fa a tenermi davanti agli occhi, che gli si impappinano tutti i pensieri in testa.

 

Ah, non è un architetto di successo come te, ma solo uno scrittore sconosciuto e squattrinato, di quelli che forse non sarà mai tradotto in tutte le lingue del mondo, ma che sa dire (e fare) cose semplici che mi fanno stare bene. E poi mi è venuta una gran voglia di pensare un po’ a me, di andare in quei posti in cui tu non hai mai voluto accompagnarmi. Forse sono più in gamba di quello che crediamo io e te. Voglio scoprirlo.

Ho nostalgia di te mentre ti guardo per l’ultima volta in questa foto. Ho nostalgia della ragazza che ero, quella che aveva il sogno di invecchiare accanto all’uomo che amava. Ma è solo un attimo.

Più forte è il desiderio di correre dentro il sole di domani, vedere che succederà con Alberto (così si chiama il mio spasimante), continuare a seguire i ragazzi e cominciare a fare piccoli passi indietro per permettergli di essere pienamente autonomi.

Ho voglia di scattare ancora tante foto. E di trovarmene, un giorno, una fra le mani dove ci sia un uomo che contempli me come io guardavo te la sera del tuo compleanno di due anni fa.

 

Confidenze