La tua strada lontano da me

Cuore

Vi riproponiamo sul blog “La tua strada lontano da me” di Simona Busto, pubblicata sul n. 4 di Confidenze, è una delle storie vere più apprezzata da voi lettrici sulla pagina Facebook

 

Sono cresciuta con la nonna: mamma e papà erano assenti, lei è stato il pilastro che mi sorreggeva. Da bambina la credevo immortale. Oggi so che lo è davvero

Storia vera di Luisa T. raccolta da Simona Busto

La ricordo seduta lì, davanti al camino, con le mani strette l’una all’altra e i capelli precocemente ingrigiti che le sfioravano le orecchie. Aveva un volto minuto, esile, da bambola di porcellana, e grandi occhi dal colore indefinibile, qualcosa d’inafferrabile tra il verde, l’azzurro e il grigio. La piccola bocca dalle labbra sottili era sempre piegata all’insù in un sorriso timido e gentile. Io ero concentrata a coglierlo, tesa a captare ogni movimento del suo corpo che potesse farmi capire come si sentisse e per quanto ancora sarebbe rimasta con me.

«Luisa», mi diceva qualche volta, «prendimi quel libro, sullo scaffale in basso. Sì, quello con la copertina rossa. Ti va di farmelo ascoltare?».

Io subito agguantavo il volume e leggevo lentamente, con voce stentorea di bambina, quelle pagine di cui spesso non afferravo il senso.

Allora il sorriso le si allargava, e lei chiudeva gli occhi, reclinando il capo sullo schienale della sua poltrona preferita.

Spesso ci addormentavamo così, lei seduta e io stesa sul grande tappeto, con il romanzo che gli occhi della nonna non riuscivano più a leggere. Il fuoco crepitava nel camino protetto da uno spesso vetro, e la pace sembrava aleggiare sulla nostra casa come una promessa di beatitudine.

Toccava allora a papà raccogliermi da terra e adagiarmi sul letto. Poi tornava dalla nonna e le posava una coperta sul petto e sulle gambe. In più di un’occasione mi svegliavo dopo che mi aveva lasciata. Allora lo seguivo in silenzio, a piedi nudi. Mi piaceva guardare il modo in cui si prendeva cura di lei. Occuparsi della madre gli dava serenità e forse, ma l’avrei capito solo anni dopo, anche sollievo in qualche maniera.

Per un uomo come lui, che di professione faceva l’avvocato, non c’era spazio per i sentimenti, quasi neppure per le sensazioni. Mio padre tornava a casa e si liberava della corazza che ne faceva una sorta d’automa, per tornare a essere un uomo, a respirare emozioni. Mamma aveva la sua attività, e ne traeva beneficio. Passava poco tempo con me, e quasi non notavo più le sue assenze. Era su papà che potevo contare, e sulla mia dolce nonnina.

La sua presenza costante e quieta, i suoi piccoli passi instabili, che la portavano dalla camera da letto alla sala da pranzo e infine alla sua poltrona preferita accanto al camino, erano una rassicurante abitudine.

Non volevo che qualcuno me la portasse via. Non l’avrei mai voluto. Eppure quella malattia la stava consumando, troppo in fretta per me, troppo in fretta per noi.

Lei mi guardava e mi ripeteva spesso quelle parole tristi: «La mia strada è quasi finita, ma tu hai ancora tanto da camminare. Vedrai che sarà un viaggio bellissimo».

La prima volta che me lo disse i miei occhi si riempirono di lacrime. Lei mi strinse contro il petto in un gesto meravigliosamente protettivo. «Perché piangi? Questa è la vita. Non hai motivo di essere triste. Io sono vecchia, e non posso restare con te per sempre». Mi ritrassi, volevo guardarla negli occhi per essere certa che le mie parole la raggiungessero. «Non voglio che tu muoia».

 

Sapevo che era vecchia, o almeno di questo ero convinta. Per una bambina chiunque superi i vent’anni non può che essere vecchio. Solo più tardi avrei compreso che la malattia l’aveva colpita presto, e s’era cibata di lei in pochi anni, fino a ridurla solo pelle e ossa.

I primi anni della mia vita erano trascorsi quasi interamente con lei. Era nonna a venirmi a prendere a scuola. Era lei a cucinare quei deliziosi risotti di cui non avrei mai più assaggiato l’uguale. Con lei facevo i compiti, e con lei passeggiavo al pomeriggio per le vie del centro. Il gelato più buono era quello del negozietto artigianale che la nonna conosceva.

Con lei la vita era piena di sapori e profumi meravigliosi. Credevo che sarebbe durata per sempre.

All’inizio smise solo d’accompagnarmi nelle passeggiate. Poi venne una babysitter a prendermi a scuola, una sconosciuta dai capelli gonfi a cui non sapevo abituarmi. Poco alla volta la sua presenza divenne sempre più costante, finché non iniziò a cucinare e a seguirmi nei compiti.

Io non capivo, e ciò mi faceva infuriare. Soffrivo, perché mi sentivo abbandonata dalla persona che era sempre stata al mio fianco, dal pilastro su cui si reggeva tutta la mia vita. E il dolore si trasformava in cieca rabbia.

La vedevo spegnersi e avvizzirsi, vedevo i suoi passi farsi brevi e insicuri, eppure continuavo a non comprendere, e a sentire la terra che mi mancava da sotto i piedi. Avrei impiegato più di un anno ad aprire gli occhi sulla realtà.

Furono le lacrime della nonna a squarciare il velo, il giorno in cui non riuscì più a fingere che tutto andasse bene.

Le avevo portato il mio tema da leggere. Ero stata brava e l’insegnante d’Italiano mi aveva premiata. Volevo che anche la nonna fosse felice del mio lavoro.

Lei prese i fogli protocollo tra le mani. Non avevo mai notato quanto le tremassero.

Avvicinò il viso alla carta, strinse le palpebre, poi allontanò la testa. Scosse il capo, e la vidi ingoiare le lacrime. Mi sorrise ancora, ma c’era tristezza in quelle labbra appena tirate.

«Devo cambiare gli occhiali, Luisa. Chissà se ce ne sono di abbastanza forti». Sospirò. «Me lo vuoi leggere? Per favore».

 

Ripresi i fogli e li serrai tra le dita, incurante di stropicciarli. «Nonna, non ci vedi più?». Lei voltò il capo al camino. «Questa malattia mi sta portando via tutto». Mi accarezzò la mano con la punta delle dita. «Non dimenticarti della tua nonna quando non ci sarò più. Portami dei fiori qualche volta. Mi piacciono tanto i gladioli, lo sai».

Iniziai a piangere. Nonna mi strinse sul petto smagrito. «Sii felice. Voglio che la tua strada sia colma di gioie. Il viaggio sarà lungo, ma io ti starò sempre vicino». Le baciai i capelli grigi, divenuti sottili come fili di seta. Profumava di sapone e di fresco.

Con il passare degli anni le corse al pronto soccorso si fecero sempre più frequenti, il volto di papà sempre più teso, le assenze di mamma sempre più frequenti. Era come se mia madre volesse sfuggire a una realtà troppo difficile, per certi versi era bambina più di quanto io non lo sia mai stata.

Mi sedevo accanto alla nonna che ormai pesava meno di me, benché avessi solo dodici anni.

«Luisa» mi disse una sera con un sorriso radioso, «domani metti il tuo vestito con i fiori rossi. Voglio andare a prendere il gelato». Pensai che finalmente si sentisse meglio, e andai a dormire con il cuore leggero.

Il mattino seguente scoprimmo che se n’era andata nel sonno.

Indossai il vestito con i fiori rossi il giorno del funerale, perché lei non era nella bara, ma camminava accanto a me, come avrebbe fatto per tutta la durata della mia vita.

 

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