La voce più sexy del mondo

Cuore

Ecco la storia vera più apprezzata della settimana, da Confidenze n. 25

 

«Anna, quando parli incanti» mi diceva la mia amica Adalgisa. E un giorno decisi di mettere a frutto quel dono, prestandomi per necessità a un “gioco” che non mi piaceva. Mai avrei immaginato di incontrare l’amore vero in questo modo

STORIA VERA DI ANNA P. RACCOLTA DA IRENE ZAVAGLIA

 

Sono una di quelle donne che ha sempre detto: «Accada quel che accada, nella vita non mi arrenderò mai». E dopo essere diventata madre aggiungevo: «Per il bene dei miei figli sarei disposta a fare qualsiasi cosa, finanche jì‘mmócca o’riavolo». “Andare in bocca al diavolo”: come era in uso recitare nel rione di Napoli dove sono nata e cresciuta quando si voleva pronosticare una situazione complicata da cui difficilmente si sarebbe usciti. Ma ero giovane e felice, all’epoca. Guardare negli occhi la vita e tenerle testa è più semplice quando nessuna tempesta si è ancora abbattuta sulle acque calme della tua esistenza. Ero giovane, avevo sposato Antonio che lavorava in banca e quando camminavo in strada tutti si giravano a guardarmi.

«Anna, sei tanto bella! Persino la tua voce è bella: questa voce da usignolo con cui incanti le anime e che sembra la voce di un’attrice» mi adulava la signora Adalgisa. E di bellezza lei se ne intendeva, perché, oltre a preparare gli oroscopi che non fallivano mai, da ragazza aveva posato nuda per alcuni fotografi del centro che ancora esponevano le sue fotografie.

In verità, Adalgisa mi aveva anche fatto le carte: erano usciti la torre, il carro e l’impiccato. «Vedo un tradimento e decisioni che potrebbero portare a tristi conseguenze» aveva mormorato concentrata. Mi ero prodigata in tutte le forme di scongiuri che conoscevo. Adalgisa mi aveva osservato con circospezione. «Piccirilla, vivrai una passione che ti consumerà il cuore e, se non fai attenzione, pure le ossa».
L’avevo piantata in asso. Possedevo tutto quello che una donna può desiderare. Non mi serviva una maga che, seppur in amicizia, adombrasse con cattive parole la mia buona sorte.

Qualche tempo dopo, Antonio non tornò a casa. Telefonai in banca che l’orario di chiusura era passato da un pezzo. Nessuno fu in grado di darmi notizie. Chiesi ai parenti e agli amici: non lo avevano visto. Mi accollai i miei tre figli piccoli e andai a parcheggiarmi davanti all’ingresso della banca, aspettando che mio marito si facesse vivo almeno al lavoro. Antonio non si presentò. Arrivò, invece, il marito furioso di una dipendente che lamentava il mio stesso problema: la moglie sembrava essere sparita nel nulla. I due erano fuggiti insieme. Prova ne era il fatto che avevano presentato le loro dimissioni con tanto di regolare preavviso e che si erano preoccupati di prosciugare i rispettivi conti. «Sono rovinata» avevo mormorato stringendomi i bambini al petto. Antonio non mi aveva lasciato nulla. Come avrei fatto a sostenere le spese e l’affitto nel quartiere prestigioso dove mio marito aveva tanto insistito per vivere? Ebbi un mancamento. Il marito dell’altra smise per un attimo di sbraitare e accorse in mio aiuto. «Signora, stia tranquilla. Le prometto che li troverò e li ammazzerò con le mie mani».

Mi sembrò quasi comico con quel modo eccessivo di gesticolare e le promesse da paladino che, ne ero certa, non avrebbe mai mantenuto: aveva la faccia da brav’uomo, di quelli onesti che si fanno raggirare dai sentimenti ma che non torcerebbero un capello a nessuno.

«A me serve solo un lavoro, per poter andare avanti» farfugliai, esplodendo in un pianto disperato. Il direttore della banca mi fece portare un bicchiere d’acqua, il mio compagno di disavventura si avvicinò e mi appoggiò con affetto una mano sulla spalla. «Senta, gestisco un piccolo supermercato, le lascio il mio biglietto da visita. Mi contatti e vedrò di trovarle un posto». Si chiamava Stefano ed era il titolare di uno scalcinato supermercato in una zona che, pur non essendo troppo distante dalla mia, era già più popolare. Il fascino di Napoli è proprio nel numero indefinito di volti che questa città possiede: il luccichio dei quartieri benestanti, con le bancarelle, il mare e il Vesuvio che ti spia in lontananza, e pulsa indisturbato a pochi chilometri dai vicoli silenziosi e bui nei quali si dipanano povertà e violenza. Stefano mi offrì un lavoro part time come cassiera.

Non aveva necessità di ampliare il personale, ma mantenne fede alla parola data. Era la prima occupazione con cui mi cimentavo. Nella vita non mi ero interessata a nulla che non fosse Antonio a cui mi ero immolata a 16 anni, quando ero rimasta incinta del primo figlio. Fu un periodo difficile, durante il quale Stefano mi supportò con una dose massiccia di pazienza e l’amicizia dei miei nuovi colleghi mi consentì di sentirmi parte di una famiglia.

«Questo lavoro mi ha salvata, ma i soldi sono sempre troppo pochi, arrivo a stento a metà del mese» confidai ad Adalgisa che mi dava una mano con i bambini. «Domanda a Stefano se puoi fare degli straordinari. Ti vuole bene, l’ho visto nelle carte» mi consigliò. Sospirai esprimendo tutto il mio diniego. Anche io avevo notato un certo affetto intriso di rispetto da parte del mio titolare, ma ero sicura che si trattasse della compassione per l’amaro destino che c’eravamo ritrovati a spartire.

«Conosco una tizia che gestisce un centralino dove la sera si ricevono telefonate particolari. Pagano bene. Se volessi, con la voce che ti ritrovi potresti almeno provare» mi rivelò titubante la mia amica.

Sgranai gli occhi. «Che tipo di telefonate?». Mi spiegò che si trattava di un call center che gestiva una hot line, una di quelle linee telefoniche a sfondo erotico che venivano pubblicizzate sui canali televisivi minori soprattutto di notte. «Non è difficile, devi far parlare il cliente il più possibile: più quello rimane al telefono, più ti pagano». «Ho capito, ma io cosa potrei mai raccontare di erotico?» sbottai intimidita. Adalgisa rise di gusto. «Cara, io posso al massimo proporti per una prova, poi sarai tu a decidere».

Accettai. Non avevo alternative. O forse, un’alternativa ce l’abbiamo sempre: ma tocca percorrere tutte le strade prima di comprendere quale sia quella giusta.

I locali del call center altro non erano che le stanze vuote di un vecchio appartamento attrezzate con 10 postazioni telefoniche. Le ragazze che ci lavoravano erano tutte agghindate come se avessero dovuto prendere servizio in strada. La donna che gestiva il posto, una matrona corpulenta e vistosamente truccata, mi scrutò con aria dubbiosa. «È assolutamente vietato scambiare i propri dati personali con i clienti,

per il resto inventati quello che ti pare» mi raccomandò. La prima sera fu un fallimento. Erano gli anni a cavallo tra i primi timidi segnali del materiale pornografico offerto tramite Internet e l’esplosione della rete virtuale a portata di tutti che ci sarebbe poi stata di lì a breve. Se me l’avessero chiesto prima, non avrei scommesso un solo centesimo sul numero altissimo di telefonate che arrivavano su quelle linee erotiche a pagamento: primo, perché non credevo che così tante persone avessero voglia di sprecare le loro nottate in quel modo, secondo, perché il costo delle chiamate era altissimo. Mi bloccai alla terza telefonata, non potevo concepire le oscenità che mi venivano propinate senza ritegno da voci maschili di ogni età.

Chiesi consiglio ad Adalgisa. Ero decisa ad andare fino in fondo.
«Devi studiare» esordì la maga scartabellando in un cassetto e sottoponendomi una pila di libri. Temetti volesse rifilarmi la lettura di giornaletti porno o qualcosa di simile.

«Questi sono romanzi erotici, quelli classici, i più belli. L’eros è eleganza, mistero, sensualità. Prima devi acquisire il linguaggio giusto e dopo potrai creare un personaggio tuo. Non devi essere volgare, mia cara, basta solo che tu riesca ad accarezzare con la fantasia l’anima dell’uomo a cui parli. Lo so bene io, che, pur posando nuda, mi vestivo di puro e intrigante incanto…» disse consegnandomi alcuni titoli di autori a me sconosciuti. Del primo romanzo di Anaïs Nin che lessi mi rimase impressa una citazione: “Quando in una donna l’erotico e il tenero si mescolano, danno origine a un legame potente, quasi una fissazione”. Fu quello il mio punto di partenza, il dogma da cui prese il via la mia trasformazione nella voce erotica più richiesta della hot line. Al telefono smisi di ostentare e di spingermi nei terreni paludosi del mero elenco anatomico e degli atti indecenti da perpetrare. Imparai ad andare oltre, provando a conoscere ogni persona con cui mi ritrovavo a parlare e insinuandomi successivamente nelle sue fantasie senza abbandonare mai una dimensione di accesa e sensuale dolcezza. Il risultato fu che la maggior parte degli uomini con cui interagivo richiamava chiedendo esplicitamente di me. I miei guadagni salirono alle stelle e il successo in quell’ambito mi cambiò profondamente. Incominciai a sentirmi più disinibita e sicura anche nella vita di tutti i giorni. Il rapporto con il mio corpo mutò: spesso mi accarezzavo davanti allo specchio e venivo pervasa da una strana nostalgia, qualcosa che somigliava al timore di veder sfiorire le mie forme senza che un amore ne avesse mai veramente goduto.

Non scoprii mai come, ma Stefano lo venne a sapere. Mi chiamò nel suo ufficio e mi pose davanti a un ultimatum: era anche disposto a concedermi un contratto a tempo pieno, ma, o lasciavo la hot line o non mi avrebbe consentito di continuare a lavorare nel suo negozio. Mi licenziai.

«Tu non ti rendi conto in che giro ti sei cacciata, Anna. Quell’ambiente è pericoloso. Ti supplico di ripensarci». Fui irremovibile.
Qualche sera dopo, la centralinista mi passò la telefonata di un cliente che chiedeva di me. Era lui, era Stefano. Malgrado si fosse presentato con un nome diverso, non avrei potuto confonderlo con nessun altro. Ebbi la tentazione di liquidarlo, poi decisi di prestarmi al gioco. Iniziò a chiamarmi tutte le sere e a rimanere al telefono con me fino a ricoprire quasi il mio intero turno. Non avevo idea del perché lo facesse o del capitale che stesse spendendo, ma, in ore e ore di telefonate nelle vesti di finti estranei, ci conoscemmo a fondo, instaurando una sottile danza della seduzione durante la quale si dipanò sulle ali dell’immaginazione il nostro primo bacio, le carezze scambiate in riva al mare e i brividi che, nell’esplorarci con la fantasia, ci toglievano veramente il respiro. Stefano era diverso dagli altri clienti, con lui riuscivo a provare delle emozioni che esulavano dalla donna inesistente che avevo minuziosamente creato.

Una notte presi la parola e lo invitai ad ascoltarmi in silenzio. Avevo fantasticato per tutto il giorno pensando a lui. «Stefano» mormorai pronunciando finalmente il suo nome, «stasera, in una casa che non è casa mia e neppure casa tua, noi stiamo insieme. C’è una penombra rischiarata dalle luci sottili e tremolanti delle candele profumate che io stessa ho acceso. Tu mi guardi dal divano con gli occhi ridenti di vita. Vengo ad accoccolarmi accanto a te. Allunghi una mano e mi accarezzi i capelli. Le tue dita percorrono la forma della mia testa, rincorrono l’incavo della nuca, mi sussurrano di dolcezza e di desiderio. Le nostre fronti si sfiorano, si strofinano in un turbinio di pensieri e di sguardi, tanto che le labbra non possono non correre alle tue palpebre che si abbassano, rubando un primo e tenero bacio alla mia bocca. L’hai sentito il mio bacio lieve? È lo stesso bacio che scende a scandagliarti gli zigomi, le guance e il sorriso spezzato da un sospiro profondo. Ma bramo di più, agogno di bere alla tua bocca. Ed eccole, le tue labbra, vogliose e delicate, che si incollano alle mie, che fanno faville, che si lasciano mordicchiare fino allo spasmo. Ho le gambe raggomitolate contro il tuo petto, le tue mani si dissetano alla fonte delle mie curve piene che premono contro i tuoi palmi. Stasera desidero esplorarti. È per questo che ti sfilo la maglietta. Devo accarezzare la pelle intorno al cuore e lambirne con la lingua ogni frammento, per fare mio il tuo battito che si perde contro la cassa toracica e scoprire fin dove tremano i tuoi fianchi ancora coperti…».

Mi interruppi per un istante. Ero davvero coinvolta, non fingevo.
«Continua, ti prego» sussurrò Stefano. Aveva la voce rotta dall’emozione.

«Ed è proprio contro il tuo cuore che appoggio la mia guancia, che mi concentro a carpire il tuo respiro, per poi scivolarti tra le gambe e circondarti con entrambe le braccia, mentre i tuoi baci piovono sulla mia schiena e i nervi irradiano al resto del corpo la consapevolezza imperante di essere viva.Voglio sentire il tuo desiderio crescere, voglio che tu rinasca intorno al mio soffio di commozione che ti implora, voglio assaporarti come non ho mai fatto. La tua faccia sprofonda all’indietro, ma subito torni a guardarmi. Le tue iridi si fissano nelle mie, diventano marea che si infrange contro la barriera in bilico tra gli scogli e la forza delle correnti che ci trascinano al largo. Mi afferri per ricongiungermi a te, alla tua bocca, alle tue braccia. Mi spogli a metà. I seni trovano terreno fertile andando incontro al tuo petto. Mi allontani per guardarmi meglio. Sei perso a contemplare la mia pelle candida che è promessa di una terra meravigliosa. Tra poco sarò tua, amore mio, il solo pensiero mi fa vacillare…».

Sentii un “click”. Il segnale che la comunicazione si era interrotta. Forse era caduta la linea, o magari Stefano aveva semplicemente chiuso, nauseato da una donna che vendeva parole d’amore a chiunque capitasse. Avvertii gli occhi bruciarmi di pianto. Era soltanto lavoro, dovevo farmene una ragione.

Fu, dunque, una sorpresa quando, uscendo, me lo ritrovai davanti all’ingresso del call center ad aspettarmi. Aveva in mano una candela ornamentale.

«Non so se è profumata» esordì porgendomela. «Ti prego, torna a casa con me. Con tutto quello che sto spendendo al telefono, potrei mantenerti come una regina. Non costringermi a chiamarti ancora. Trova il lavoro che vuoi, ma sii solo mia.

Solo mia. Il resto lo vedremo strada facendo». Lo abbracciai con trasporto.

«Ti va di essere la mia voce erotica?» mi sussurrò tenendomi stretta.
«Sì. Ho voglia di raccontarti tutto l’eros del mondo, almeno fino a quando tu avrai voglia di ascoltarmi» risposi sorridendo e pronta a iniziare una nuova vita. ●

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