L’odore del rosso cremisi

Cuore

L’odore del rosso cremisi, pubblicata sul n. 48 di Confidenze, è una delle storie vere che avete apprezzato e votato sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Non avevo mai dimenticato quell’aroma che Manuel mi aveva insegnato a riconoscere e che sapeva di Egitto. Il Paese che lui amava e che no avrebbe mai potuto lasciare. Mentre io sapevo solo che, senza di lui, non potevo vivere

Storia vera di Livia V. raccolta da Irene Zavaglia

 

L’aereo era atterrato in perfetto orario, 19.45 ora locale. Era già buio, un’oscurità punteggiata da centinaia di luci che sembravano galleggiare intorno all’aeroporto e oltre, fino a perdersi nello spazio del deserto. Mi bastò fare un solo respiro appena fuori dal portellone dell’aereo per ritrovare le emozioni che avevo lasciato in quella terra e per capire che una parte di me era rimasta lì ad attendermi. Tornava, familiare, l’aroma forte che aleggiava nell’atmosfera, un sentore di mandorle amare e di sabbia rossa bagnata che sentivo appartenermi. Non lo avevo mai scordato, quell’odore, me l’ero portato addosso, così come mi ero portata nel cuore Manuel.
C’eravamo conosciuti durante una vacanza a Sharm-el-Sheikh. Ero una turista, una come tante. Con alcune amiche avevo prenotato in uno dei resort più lussuosi. Volevamo distrarci, divertirci, toccare con mano quel mondo fatato e quelle meraviglie naturali di cui più volte avevamo sentito parlare.
Il Mar Rosso a novembre, quando in Italia iniziano i primi freddi e si fa sentire la nostalgia dell’estate, sarebbe stata la vacanza ideale.
Invece, appena pochi giorni dopo l’inizio del soggiorno, scivolai. Una caduta stupida, a bordo piscina: inciampai nel mio stesso asciugamano e caddi rovinosamente sul mio braccio sinistro.
Chiamarono il medico che prestava servizio all’interno del resort. Arrivò un uomo sulla quarantina, alto, brizzolato, con tipici occhi arabi, scuri. Si presentò senza camice, senza strumenti, senza qualificarsi. Mi soppesò l’arto per pochi secondi ed esordì: «È rotto, devo portarti in ospedale».
«Scusi?» mi ritrassi infastidita.
Il presunto medico riprese il mio braccio e azzardò un movimento delicato, ma deciso. Urlai di dolore.
«È rotto» disse sorridendo. «Puoi tenertelo così o posso portarti in ospedale e regalarti un’ingessatura».
Durante il tragitto per raggiungere la struttura ospedaliera rompemmo il ghiaccio. Manuel era nato in Italia: suo padre era italiano, la madre egiziana. Ecco perché, nonostante i suoi tratti marcatamente etnici, parlava la mia lingua correttamente e con un chiaro accento del nord. La storia dei suoi genitori era piuttosto comune: il padre aveva lavorato per un periodo ad Alessandria, si era innamorato di una donna egiziana, l‘aveva portata in Italia con non poche difficoltà per poi sposarla.
Avevano messo al mondo un figlio che doveva rappresentare il coronamento di quell’amore che tanto li aveva fatti tribolare. Lo avevano cresciuto con tutto l’affetto di un padre e di una madre devoti, garantendogli le migliori opportunità per il futuro.
Manuel aveva studiato in una prestigiosa università italiana e si era brillantemente laureato in Medicina nei tempi prestabiliti. Avrebbe potuto esercitare a Milano, visto che gli avevano prospettato numerose possibilità. Invece, un’inquietudine che non trovava pace lo aveva spinto a seguire il percorso inverso a quello dei suoi genitori, riconducendolo verso le sue origini. Un‘esigenza personale che non aveva niente a che vedere con la sua famiglia e con l’educazione che gli era stata data. Si era trasferito in Egitto e faceva il medico tra Il Cairo, Suez e diverse località turistiche.
«Faccio il medico perché è quello che ho sempre desiderato fare nella vita, aiutare le persone» concluse. Rimasi smarrita da tanta sincerità. Non ero abituata a una simile franchezza e a un’ immediata trasparenza d’animo. Di solito, nei primi stadi della conoscenza le persone innescano una sottile strategia per difendersi emotivamente. Manuel, al contrario, sembrava offrirsi senza filtri per quello che era, quasi orgoglioso del suo modo d’essere. “Sono questo” sembrava dire. “Nel bene o nel male, sono così”.
In ospedale si prese cura del mio braccio. Incrociammo diverse persone, addetti ai lavori e pazienti, che avevano nei suoi confronti un atteggiamento deferente, direi quasi di adorazione. Nel breve spazio di tempo necessario per fare la lastra e l’ingessatura, Manuel elargì sorrisi, pacche sulle spalle, parole di conforto. Guardai quegli scambi di convenevoli e provai disagio, forse perché avrei voluto far parte anche io di quel clima di familiarità. Manuel era bello, uno degli uomini più belli che avessi mai incontrato, senza considerare il fascino arabo che sprigionava.
Sulla via del ritorno rimanemmo entrambi in silenzio, ciascuno perso nei propri pensieri. Io riflettevo se era il caso di rientrare in Italia o se invece potevo rimanere, nonostante quel futile incidente avesse oramai compromesso la vacanza. Percorrevamo strade interne, differenti da quelle che avevo attraversate con le navette autorizzate del resort. Manuel mi stava offrendo la possibilità di vedere l’altra faccia di quella località dedita al turismo. Costeggiavamo strade polverose, costellate di piccoli centri con casupole, stracci appesi e bambini buttati sul ciglio a raccogliere chissà quale piccolo tesoro.
«Questo è un Paese che soffre» mi disse, come a commentare quello che stavo osservando. «Voi turisti non potete saperlo, vi limitate a godere delle piscine, del casinò, dei buffet stracolmi o delle gite nei sommergibili per adocchiare il corallo e i pesci rossi».
«Fermati, per piacere» gli chiesi senza sapere neanch’io perché.
Manuel accostò. Scesi dalla macchina e percorsi i pochi metri che mi separavano da una bambina che avevo scorto dal finestrino. Stava accovacciata tra la polvere, era chiaramente denutrita e aveva addosso una coperta lisa; aveva una ferita che sanguinava copiosamente da una caviglia.
«Livia, aspetta, non è come in Italia» Manuel tentò di farmi desistere. Ma ancor prima che me ne rendessi conto, ero china sulla bimba che mi guardava con terrore, quasi fossi un potenziale nemico arrivato per farle del male.
Gli occhi spalancati passavano veloci dal mio braccio ingessato all’uomo che mi accompagnava. Non feci in tempo a dire niente. La piccola si alzò di scatto, mi strappò la collanina dal collo e scappò via zoppicando vistosamente. Manuel la inseguì sotto il mio sguardo incredulo, riuscì a fermarla e le parlò a lungo, con dolcezza, nella loro lingua aspirata e cantilenante. Poi tornò verso la macchina e tirò fuori una scatola contenente dei medicinali. Disinfettò la ferita e le porse una confezione di compresse dandole una serie di raccomandazioni sulla cura da seguire. La bambina prese le medicine e sparì dietro a un muro decrepito di mattoni.
Manuel mi venne vicino. «L’ha azzannata un randagio. Qui anche i cani hanno fame. L’ho disinfettata e le ho dato un antibiotico. La collana gliel’ho lasciata, servirà più a lei che a te». Ero ancora sconvolta. «Qui non è come a casa tua» ribadì, severo. «La gente è stanca di essere così povera. Rimani, ti mostrerò la mia terra. Resta il tempo necessario perché il braccio guarisca. Ti leverò il gesso tra qualche settimana».
Rimasi e furono settimane intense. Manuel incarnava quel luogo. Non erano due cose distinte, un uomo e un posto da visitare, piuttosto l’uno sembrava fondersi nell’altro. Mi fece scoprire le città, il deserto, il mare. Mi volle accanto anche durante il suo lavoro per farmi capire quanto fosse difficile cercare di offrire una sanità migliore in realtà ancora arretrate. Con lui feci chilometri per raggiungere diversi villaggi e visitare gente che aveva bisogno e che di fronte alle sue attenzioni reagiva con diffidenza mista a gratitudine. Mi insegnò a distinguere tra etnie e culture diverse; mi instillò l’amore per quell’odore forte e acre, come di mandorle amare e sabbia rossa bagnata.
«Senti» mi incitò mille volte, «senti l’odore di questa terra così antica, così varia. Io lo chiamo l’odore del rosso cremisi. Lascia che ti appartenga, che prenda anche te. Questa terra merita molto più che briciole di turismo».
Quando ripartii, sentii come un insostenibile strappo. Il braccio nel frattempo era guarito. In aeroporto, prima di salutarci, Manuel mi prese il volto tra le mani e poggiò piano le sue labbra sulle mie. Bastò per creare un filo invisibile che ci unì e ci legò l’uno all’altra con un sentimento che non aveva ancora un nome. L’amore a volte rende concreto un sogno che non si aveva neppure il coraggio di sognare.
Trascorremmo il resto dell’anno tenendoci in contatto. Le telefonate e le e-mail con i racconti dettagliati delle rispettive giornate non fecero che acuire il desiderio di stare insieme. Pensavo che saremmo riusciti a trovare una soluzione che andasse bene per entrambi.
La seconda volta che ci incontrammo, Manuel mi venne incontro in aeroporto, mi sollevò da terra e mi strinse forte. «Mi sei mancata, habibi» mi mormorò a un centimetro dalla mia bocca. La stessa sera mi portò nel deserto. Cenammo con la gente del posto seduti intorno a un falò, con la musica dei beduini in sottofondo. Lo vidi sorridere e parlottare con l’uomo più anziano. «Vieni» mi disse prendendomi per mano. «Il capo ci sposa».
«In che senso ci sposa?».
Si chinò e poggiò con tenerezza la sua fronte alla mia. «Ci sposa… Un matrimonio che non avrà alcun valore legale, ma che varrà per noi. Vuoi sposarmi, Livia?». Mi strinsi a lui. «Certo che lo voglio».
La notte facemmo l’amore per la prima volta, immersi l’uno nel corpo dell’altra. «Ho paura» sussurrai.
«Di cosa?» chiese lui tenendomi tra le braccia.
«Di tutta questa felicità. Ho paura che svanisca così come è arrivata». Mi strinse con ancora più forza e mi amò con dolcezza e intensità.
Era l’inizio di un nuovo anno, il 2010, ed ero sempre più convinta che l’uomo e la terra che avevo iniziato ad amare mi avrebbero accolta con la stessa passione ogni volta che fossi tornata.
Nei mesi successivi chiesi continuamente ferie e permessi a lavoro pur di raggiungere il più spesso possibile Manuel, anche solo per pochi giorni. Alla fine fui costretta a proporgli di venire anche lui qualche volta in Italia. «Rischio di perdere il lavoro» gli spiegai. Ma lui sembrava restio.
«Livia, non posso partire adesso, succedono cose importanti, la gente ha bisogno di me, sta succedendo qualcosa nella nostra terra».
«Non è la mia terra. Se mi ami, pensa anche a me, a noi» gli risposi.
Ma non cambiò nulla nella gestione del nostro rapporto. Io facevo molti sacrifici e Manuel mi ricambiava con infinito amore e mi chiedeva di trasferirmi definitivamente in Egitto. Fino a quando, di colpo, non divenne sfuggente anche al telefono e mi chiese di non andare da lui per qualche tempo. Era il dicembre del 2010.
«Hai un’altra?» gli chiesi al telefono piangendo. Lui rimase per un attimo in silenzio.
«Non ho un’altra, Livia. Ti chiedo solo di rimanere in Italia per un po’, preferisco saperti al sicuro».
«Ma al sicuro da cosa?». Chiuse la comunicazione.
I primi di gennaio del 2011 partii lo stesso. Gli telefonai per avvisarlo quando ero già in aeroporto, pronta a imbarcarmi.
«Rinuncia, Livia» mi supplicò. «Per piacere, se mi ami, non partire».
Non volli sentire ragione. Arrivai nel tardo pomeriggio. Manuel mi aspettava in mezzo alla folla in un andirivieni continuo di trolley e agenti turistici con i cartelli in mano per richiamare l’attenzione dei nuovi arrivati. Mi accorsi subito che nell’aria c’era qualcosa di differente dalle precedenti volte, c’era più caos del solito e si percepiva una certa tensione.
«Lei, segua la fila, documenti alla mano» mi redarguì un uomo della sicurezza. Non afferrai subito. «Si sbrighi» fece ancora quello alzando il tono e dandomi una leggera spinta. In due falcate, Manuel fu al mio fianco e mi prese per mano. Parlò all’uomo in arabo con un tono di pacato rimprovero, facendo un gesto per mostrargli l’aeroporto affollato, come a raccomandargli di rimanere calmo, senza far agitare i presenti. Quindi si rivolse a me stringendomi in un abbraccio quasi disperato, affondando il viso nei miei capelli e baciandomi il collo.
Era dimagrito e aveva il volto segnato dalla stanchezza. «Manuel, che succede?» chiesi preoccupata.
«Non qui» disse lui. «Ti spiego quando siamo a casa».
Arrivati da lui mi raccontò che la situazione politica del Paese era degenerata, sulla scia di quanto era accaduto in Tunisia in dicembre. Lì una serie di proteste contro le cattive condizioni di vita, la disoccupazione e i rincari alimentari aveva scosso le città del centro-sud provocando violente repressioni, morti e feriti. Lo stesso stava avvenendo in molte città egiziane: erano previste manifestazioni per chiedere una riforma costituzionale e il cambiamento del regime politico. Lui era pronto a lottare accanto a coloro che non volevano più vivere in un Paese dove regnava la corruzione e le persone vivevano in miseria; i giovani della sua terra avevano diritto a un futuro migliore.
«Torniamo a casa» proposi di slancio. «Torna insieme a me in Italia, Manuel. Sposiamoci, viviamo felici».
«Il mio posto è qui, ma non posso costringerti a restare, Livia». Mi guardò con infinito amore e fui consapevole che mi avrebbe amata per sempre, anche se io non fossi rimasta.
«Allora rimarremo insieme» dissi stringendolo a me. «Lotteremo per questa terra, lo faremo in due. Non ti lascerò solo, sarò accanto a te per aiutarti in tutto quello che sarà necessario. Se dovremo manifestare, manifesteremo, se ci saranno feriti da curare, mi dirai come curarli, se dovremo guardarci le spalle, lo faremo l’un l’altro. E quando la calma tornerà, rimarremo ancora qui nella magia di questo Paese dove cresceremo i nostri figli».
Le nostre labbra si unirono suggellando quella promessa. Una lacrima caduta dagli occhi scintillanti di Manuel scese ad accarezzarmi il volto mentre un aroma forte, come di mandorle e sabbia rossa bagnata, ci avvolse infondendoci forza e coraggio. Era l’odore che quella terra sprigionava, lo stesso odore che a distanza di pochi giorni si sarebbe mischiato a quello del sangue degli innocenti che per far valere i loro diritti non avrebbero temuto di morire.
L’odore del rosso cremisi, lo avrebbe continuato a chiamare Manuel. Un odore che raccontava di storia, di civiltà, di sofferenza ma anche di amore.
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