L’ospite inatteso

Cuore
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Vi riproponiamo online “L’ospite inatteso” di Annalucia Lomunno, pubblicata sul n. 37 di Confidenze, è la storia vera più apprezzata della settimana. 

 

Storia vera di Giuseppe L. raccolta da Annalucia Lomunno

 

Lui era semplicemente perfetto, benché amasse gloriarsi della sua inesistente imperfezione. Ed era strano che ci ripensassi all’improvviso mentre mia moglie era immersa nella vasca da bagno. Ma succedeva, e quest’immagine di lui che a lungo mi aveva tormentato, si imponeva di nuovo sfrontata, e con tutta la violenza che solo i pensieri dominanti sanno avere. Marco era stato il mio amico migliore, il mio peggior nemico, unico, inimitabile, cinico più di ogni altro al mondo.

Avevamo frequentato la stessa facoltà, ci eravamo laureati brillantemente in Medicina, e poi lui aveva deciso di mollare tutto per il jazz.

«Non voglio fare il dottore» disse, «Volo a Boston, al Berklee College of Music, ho vinto una borsa di studio. Voglio suonare il pianoforte tutta la vita». Io gli sorrisi, credendo che scherzasse. Invece faceva sul serio, e non mi parve neanche vero che fosse di colpo tutto così facile, che lui sparisse, e che io finalmente la piantassi di fingere entusiasmo per questa mia parte di eterno secondo.

Marco era un fuoriclasse, la sua presenza mi soffocava. Senz’ombra di dubbio sarebbe diventato primario, lasciandomi le sue dannatissime briciole. Lui non temeva rivali e aveva conquistato il cuore della ragazza più bella del corso di Medicina. E io per un tempo infinito non ero nemmeno più riuscito a guardare una donna, una donna che fosse attraente.

Evitavo con cura di prendermi cotte irriverenti e rimanerne inutilmente invaso. Quella ragazza mi piaceva tantissimo, ma aveva scelto Marco. Lui dopo poche settimane l’aveva mollata per rincorrere un sogno di cui non aveva parlato ad anima viva, non curandosi delle ferite che lasciava aperte. E io capivo che non bisognava farsi troppe domande, che era ingiusto sondare ogni stato d’animo, ogni reazione emotiva che le sue sconsiderate azioni provocavano. Mi seccava, mi dilaniava il fatto che fossi molto invidioso di un amico, e mi ritrovavo a pensare a lui, perché, dopo anni, Marco tornava nella mia vita con tutta la leggerezza sgraziata di un breve sms: “Sono in città, mi autoinvito a cena, non vedo l’ora di rivederti”.

Lo odiavo, e intanto vedevo mia moglie rimettere a lucido ogni millimetro della nostra casa. Mia moglie, Amanda. Il suo nome era tutto un programma, lo so, e io avevo imparato ad amarla sul serio, la adoravo.

Era generosa, avvolgente, e non avrebbe mai mugugnato per nulla. Era di una dolcezza infinita, era una su cui avrei potuto contare, credeva nei sogni, credeva nella realtà, in me. Non l’avevo mai tradita, e di colpo scoprivo sbirciandola in quella vasca da bagno, che era anche molto sexy. Io che avevo negato sempre quest’evidenza, mi rendevo conto che mia moglie, nuda, era davvero bella, armoniosa, luminosa, e che forse qualcuno avrebbe potuto portarmela via sul serio, e in fretta.

Avevo il cuore letteralmente in gola, e non sopportavo l’idea che lei fosse così eccitata all’idea di conoscere Marco. Ne avevamo parlato tante volte e speravo che lui continuasse a rimanere ignoto, quell’amico misterioso che fa parte delle leggende e che non si trasforma mai in verità. E invece no, lui era tornato, e io non avevo avuto la forza di oppormi alla sua invasione. Intanto vivevo male tutti i frammenti scomposti di quella giornata, e non c’era nulla che potesse placarmi. Intanto la sala da pranzo splendeva, e le nostre stampe di Mondrian, un po’ datate e sbiadite, avevano magicamente riacquistato forza e vigore. All’improvviso ogni cosa sembrava volesse dirmi quanto preziosa fosse la stessa esistenza della mia famiglia.

Ma Amanda aveva un’elettricità molto nuova addosso che mi offendeva, ed eravamo rimasti soli ad aspettare l’ospite indesiderato con una distanza emotiva che mi metteva paura.

E se io trovavo fin troppo stupefacente ogni dettaglio, lei al contrario pareva delusa dalla sua stessa casa. La tavola, a suo dire, era spoglia, inadeguata, non all’altezza di una cena che io avrei evitato volentieri. Amanda aveva contattato il catering più esclusivo della città, poi si era preoccupata anche di sbarazzarsi delle bambine, affidandole a sua madre.

Era come se si preparasse a un primo appuntamento galante, e io non la riconoscevo più, e detestavo che si sentisse così, detestavo questa frenesia sommessa che stentava a contenere. Era come se di colpo, mi mostrasse quanto insipido e inutile fosse il nostro matrimonio, quanto la annoiassero i nostri rituali e i nostri amici, e quanto fosse importante per lei quest’evento inatteso e dirompente e sconosciuto.

Le ore sono passate lentissime, disorientandomi, lei ha scelto una camicetta molto elegante, sbottonata più del dovuto.

Marco è arrivato puntualissimo con una bottiglia di vino bianco e una donna al suo fianco che mi sorrideva senza capire una sola parola mia. «È straniera», ha detto lui sicuro, con nonchalance, invadendo spavaldamente i miei spazi.

Non era cambiato affatto, e Amanda aveva uno sguardo bruciante e consapevole completamente folle. «La stappiamo subito» gli ha detto, con un cavatappi tra le mani, minaccioso come un’arma da fuoco.

E io ho avuto quella precisa e tagliente sensazione che solo pochi, rarissimi momenti, riescono a darti. Sarebbe successo qualcosa, ogni equilibrio era per me definitivamente perduto.

Lui ha dominato la serata, ovvio, e io potevo poco di fronte alla sua scontata irruenza. Le mie battute incerte e inconcludenti si scontravano con le sue esperienze, la sua musica, e questa fase nuova della sua esistenza che mi irritava più del dovuto. Marco divorava sushi con quella grazia virile che era soltanto sua, e intanto annunciava al mondo che chiudeva per un po’ con il jazz per ritirarsi in un vecchio casale di campagna. La sua fidanzata restava muta, e così pallida e insignificante, seduta sotto i nostri finti Mondrian, pareva fuori luogo, senza tono, senz’anima, dolente.

 

Mia moglie, intanto, era incantata dall’atmosfera che  il nostro ospite era riuscito a creare. Era talmente avviluppata dalle parole di Marco, che temevo potesse alzarsi a sorpresa dalla sedia per dire: «Resta pure qui stanotte e fammi tua». Assecondava i suoi discorsi, le osservazioni, le metafore, le intenzioni, le opinioni, tutto quanto. Marco era fatto così, fascinoso e vincente, con questa spiccata propensione per la seduzione. Io continuavo a tacere, a disagio, mentre bevevo un bicchiere dietro l’altro. Del mio lavoro lui non ha neanche chiesto, preferiva guardarsi in giro, focalizzare qualche particolare,  passare in rassegna ogni foto, le cornici, i ricordi di viaggio. Commentava, sorrideva, domandava con estrema superficialità date e luoghi, come per ricostruire una storia di cui gli interessava evidentemente poco.

Con Marco non sapevi mai se fosse sincero o stesse recitando un copione facile, lui non concedeva molto di sé, ma restava comunque il protagonista indiscusso. A un certo punto, come mi aspettavo, lui ha ribaltato i ruoli: ha fatto di  Amanda la regina. L’ha invitata a visitare le sue terre, ignorandomi. Ha usato il singolare, e io ho finto di non farci molto caso. Quando è andato via, mia moglie ha esasperato la distanza emotiva che aveva accompagnato tutta la serata. Ha lavato i piatti fino a notte fonda, poi è rimasta sola in quella sala da pranzo come se volesse ancora cercare qualcosa che la seducesse.

Ha evitato di raggiungermi in camera da letto, e io ho vissuto questi momenti come un castigo, come la punitiva dimostrazione dei miei limiti di uomo assolutamente privo di charme. Sono passati giorni, e poco alla volta mi è parso che ogni cosa potesse ritornare al suo posto, ma Amanda era irrequieta, e tra noi le parole erano ruvide come rocce. Forse stavo ingigantendo tutto io, ma sapevo che lei non avrebbe deluso le aspettative del mio migliore amico, che lo avrebbe raggiunto in quel casale, come poi ha fatto, e che molto probabilmente, in poche ore, si sarebbe celebrata la fine del nostro matrimonio.

Mi sono immerso nel lavoro, accumulavo visite, non dormivo più, provavo a non pensarci, ma l’immagine di loro due a letto insieme, era sempre lì, come un faro fisso acceso e umiliante. Lei era taciturna, impenetrabile, ma io sapevo che di certo, mentre io restavo chiuso nel mio studio, protetto da un camice bianco che mi costringeva a responsabilità ben più grandi, lei sarebbe crollata tra le sue braccia.

Un pomeriggio sono tornato a casa, e lei era lì, rannicchiata in una poltrona, piangeva. «Mi ha sfiorato le labbra» ha detto, «ma io ho provato disgusto, sono scappata». Non ho replicato. Ho guardato fuori e pioveva, ma il peggio della mia vita era ritornato invisibile, inesistente. Lui era stato sconfitto.

Ho abbracciato mia moglie e ho fatto l’amore con lei in un piacere non colpevole, indimenticabile. Mi mancava il respiro, e mi aggrappavo a lei, ai suoi battiti, alla sua tenerezza. Amanda non si è rivestita, e mi ha preparato il caffè. E in quel riconoscibile profumo, siamo andati avanti, come reduci da una guerra non nostra, ma vinta su tutti i fronti.

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