Mickey e gli altri sfigatti

Cuore

La storia più apprezzata dalle lettrici questa settimana è Mickey e gli altri sfigatti di Antonella Tomaselli, pubblicata sul n. 38 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Uno straccetto di pelo rosso dove spiccavano due occhi smeraldo. E un musetto da cartone animato. Era così quando lo vidi la prima volta. Lui è il primo di una serie di felici malconci che nessuno vuole. Io li aiuto tutti

Storia vera di Loreta Marcucci raccolta da Antonella Tomaselli

 

5 dicembre 2014. Era un giovedì. Notte piena. Dormivo. Mi strappò dal sonno un trillo insistente. Continuo. Era il telefono. Istintivamente guardai il nome che compariva sul display: Giovanni, un mio amico. Giovanni?! Cosa poteva essere successo? Allarmata, con l’adrenalina in subbuglio, e ormai ben sveglia, risposi con un «pronto» impastato d’ansia.

«Sono appena uscito da un locale e in mezzo alla strada, proprio davanti a me, c’è un gattino che trascina le zampe posteriori. Ha bisogno d’aiuto, ma non so cosa fare» mi disse Giovanni tutto d’un fiato. Dall’altra parte del telefono io pensavo in fretta: “Se strascica le zampe si tratta di una faccenda seria”. «Deve essere subito soccorso» gli dissi. Gli diedi l’indirizzo dei miei veterinari e Giovanni ce lo portò immediatamente. Loro – nel frattempo li avevo avvertiti – se ne presero cura all’istante e dissero al mio amico di tornare il giorno dopo per avere notizie.

Stop un momento, prima di continuare vi devo qualche piccola spiegazione. Scommetto che vi sarete chiesti: perché un ragazzo che nel cuore della notte trova per strada un gatto malridotto, telefona a Loretta? Domanda più che lecita. Ebbene, io mi occupo di tutti gli sfigatti. Li chiamo così. Sono quei gatti che, malati, spelacchiati, storpi e malconci, non vuole mai nessuno. E amici e conoscenti lo sanno. E quando hanno bisogno si rivolgono a me. Non rappresento un’associazione né un rifugio, sono semplicemente una gattofila, o una gattomane, se preferite. Mi piacciono tutti i gatti, fin da quando ero piccolissima e rubavo fette di prosciutto dal frigorifero per buttarle, dal balcone, ai tanti randagini. Veramente, mi piacciono tutti gli animali, ma loro, i gatti, sono la mia passione più grande. Me ne occupo da vent’anni. Intensamente. E tra tutti i gatti, gli sfigatti mi prendono il cuore ancora di più. Ma torniamo al mio amico e al trovatello. Le notizie erano pessime: il piccolo era stato investito da un’auto e la sua colonna vertebrale era spezzata in due punti. Le zampette posteriori erano completamente insensibili. Quel micino – era un cucciolone di circa sei mesi – se fosse sopravvissuto, che vita avrebbe potuto avere? I veterinari consigliarono l’eutanasia. Avrebbero potuto dargli subito la dolce morte perché era già anestetizzato dagli esami fatti in precedenza. Giovanni però volle prima sentire il mio parere e mi chiamò. Ero in un’ importante riunione di lavoro, ma mollai tutto e, incurante di chi mi poteva sentire, mi misi a urlare: «No! Non potete ucciderlo! Ha diritto a un tentativo, svegliate quel gatto».

«Ma chi si potrà poi occupare di lui? Io non posso, sto prestando il servizio militare» ribatté Giovanni.

«Lo terrò io» risposi d’impulso. Ecco, cominciò così l’avventura. Il mio amico portò il gatto in una clinica che gli avevo suggerito: là se ne sarebbero potuti prendere cura. Nel frattempo gli aveva anche dato un nome: Mickey. Era stato trovato il 5 dicembre, anniversario della nascita di Walt Disney, il creatore di Mickey Mouse, e quel gatto ce l’aveva proprio un faccino da cartoni animati. Lo vidi, per la prima volta, un paio di giorni dopo. Un cucciolotto. Rasato qui, là, su, giù. Un collare elisabettiano gli impediva di strapparsi la sfilza di tubicini infilati nel suo corpo. Le zampe posteriori come morte. Il nasino con un po’ di scolo. Insomma, uno straccetto. Uno straccetto di pelo rosso, dove però spiccavano due occhi di smeraldo. Spaventati. E arrabbiati. Appena mi avvicinai, mi soffiò. Ma io mi ero già innamorata. Me lo portai a casa il 24 dicembre, volevo che passasse il Natale con me. Fu un bel Natale.

 

 

Sopravvissuto all’incidente, Mickey però era sempre paralizzato e io dovetti imparare, dai veterinari, anche a “spremerlo”, per aiutarlo a fare i suoi bisogni. Da solo non riusciva.

Serviva una stanza tutta per lui, perché non era possibile, nelle sue condizioni, lasciarlo con gli altri miei gatti. Ma io non ce l’avevo. Mi aiutarono due splendide amiche che a turno tennero Mickey in casa con loro. Io mi presentavo per prendermi cura di lui, più volte al giorno.

Quando, lasciati i miei genitori, andai a vivere in un nido tutto mio, portai Mickey con me. Il tempo passava e io non mollavo. Lui nemmeno. Fisioterapia, un carrellino fatto apposta per lui, esami, terapie e dei tutori che gli metto anche adesso, quando lo lascio solo, per paura che possa cadere e farsi male. Intanto anche lui si era innamorato di me: per Mickey ero, e sono tuttora, la “mamma” che gli permette di vivere. Lui lo sa. Ma tenetevi forte, perché adesso arriva il bello. Nel mese di giugno del 2015, contrariamente a ogni previsione scientifica, il mio stupendo Mickey cominciò a reggersi sulle zampe. Sì, avete letto bene. Un miracolo! Prima la gambetta destra, poi la sinistra. Piano piano, oltre che a reggersi, cominciò a muoversi. Io lo aiutavo, come si fa con i bambini che imparano a camminare. Ok, la sua è una camminata un po’ strana. Ma cammina. E dietro le buffe faccette che mi fa quando mi vede, c’è tutto il suo amore per me.

I miracoli non sono finiti: non lo sa ancora nessuno ma ieri Mickey, per la prima volta, ha fatto una goccina di pipì da solo. Sulla traversina. E poi con la zampetta davanti, faceva dei movimenti per nascondere quella fantastica macchietta di urina. Non credevo ai miei occhi. Eppure era vero. E oggi l’ha fatto di nuovo. Mickey è un fenomeno e io sono al settimo cielo. Bisogna credere ai miracoli. Perché possono accadere. A casa mia ci sono tanti altri gatti, tutti sfigatti. Ce n’è uno a cui manca una zampa, un altro che è cieco, e via di questo passo. Poi c’è il reparto dove tengo gli affetti da immunodeficienza felina, accuratamente separati dagli altri. Dal terremoto del 27 agosto scorso, tutte le domeniche vado nelle zone colpite: porto cibo, acqua, coperte per i gatti che vivono lì. I cuccioli li ho fatti adottare da amici e conoscenti. I malati gravi li ho portati a casa mia. Quelli rimasti sono distribuiti in sette punti diversi, nei dintorni di Accumuli. Certamente è più facile occuparsi di un cucciolo bello e soffice come un batuffolo, ma… e tutti gli altri? Gli scarti? Ecco, quelli che le eutanasie le hanno guardate in faccia, con me hanno una possibilità in più. Do voce ai più deboli. E questo non vale solo per i gatti. Perché lo faccio? Non so. Sono nata così. E non posso comportarmi diversamente.

Dedico a loro tempo, soldi e lacrime. Però rientrare a casa ed essere accolta da Mickey che cammina e che fa le fusa come un trattorino, non ha prezzo.

 

 

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