Nata due volte

Cuore
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Avevo 30 anni anni la mattina che rividi mia madre. I suoi capelli ancora color cioccolata con striature di caramello dolcissimo. Il sorriso con il quale mi aveva fregata tante volte. Le dissi che la odiavo. Ma solo lei poteva ridarmi la vita

Storia di Laura T. raccolta da Tiziana Pasetti

Smisi di avere ogni tipo di rapporto con mia madre il giorno in cui compii quindici anni. Era già accaduto qualcosa qualche tempo prima. Aveva avuto una storia con un altro uomo ma poi sembrava che le cose tra lei e mio padre fossero rientrate, che la nostra famiglia avesse superato quel momento di prova che aveva avuto ripercussioni tanto drammatiche sulla vita di tutti noi. Adoravo quella donna così sopra le righe, così folle, così diversa da tutte le altre mamme. Adoravo la sua vitalità e odiavo come la guardavano, e desideravano, gli altri. La odiai con ogni forza che avevo in corpo il pomeriggio che crollò davanti a tutti noi. Eravamo in salotto, era una domenica. Disse solo: «Pensavo di farcela, a morire in silenzio. Ma non posso più. Io voglio stare con lui».
Ricordo la reazione di mio padre, gli occhi quasi fuori dalle orbite dalla rabbia, mia sorella che gridava e cercava di trattenerlo, la sirena della polizia chiamata dai vicini. I due, tranne qualche breve periodo, non avevano mai smesso di sentirsi. Tutti i giorni che avevamo vissuto erano menzogna. Seguirono settimane tremende. Io e mia sorella fummo affidate ai nonni per evitare di finire nella spirale di violenza fisica e psicologica che ormai era impossibile contenere. Giunsero alla resa dei conti, tra ricatti, rinfacci e minacce. A dare una mano arrivò anche lui, il Grande Amore di mia madre, lo sfascia famiglie. Non riuscivo più a dormire, non mangiavo, a scuola mi rifiutavo di aprire bocca. Mi bloccai completamente. Pretesi di incontrare mia madre e chiesi che fossero presenti anche mio padre, il Grande Amore, i miei nonni e mia sorella. Guardai in faccia mia madre e le dissi: «Tu sei un errore umano, una bestia. Ti auguro tutto il male del mondo. Non voglio mai più vederti». Ricordo che soffocò un lamento. La vidi cadere tra le braccia del suo Grande Amore. Non la vedemmo più, né io né mia sorella.
In tribunale nessuno aveva deposto a suo favore, neanche i suoi genitori. Una fedifraga cronica, una madre snaturata. Eravamo andati avanti in tre: io, mio padre e mia sorella. Senza più nominarla. Una morte le avrebbe garantito un trattamento migliore. Avrebbe reso noi più liberi, di certo. Non avevo sue notizie, solo immagini. Quelle dei pugni stretti di mio padre, di sera, quando credeva di non essere visto. Di lettere tra le sue mani, che accartocciava e strappava con rabbia. Andai via dopo la maturità classica. Scelsi una città fuori dall’Italia. Mi iscrissi a Medicina. A casa, da mio padre e da quella sorella che quel giorno di tanti anni prima aveva perso ogni sorriso, ogni speranza, tornavo solo di rado, una o due volte l’anno. Sposai un mio collega, ebbi una bambina. Vissi anni di riscatto, felici.
Mia sorella veniva a trovarmi: con il tempo aveva recuperato la sua grazia, la sua bontà d’animo innata. Mi disse che aveva sentito nostra madre, che si erano incontrate, che le aveva spiegato tante cose. Le chiesi di tacere: «Se vuoi continuare a vedermi non la devi nominare». Papà aveva cominciato a convivere con una sua collaboratrice più giovane. Mia madre, quella strega, non ci aveva annullati. Cominciai a non stare bene. Sintomi lievi che sottovalutai a lungo, nonostante la mia professione. Poi accadde qualcosa. Ero di turno in ospedale e svenni. Soffrivo di astenia, nausea, vomito. Mi fecero delle analisi credendo che fossi di nuovo incinta. Invece no. Insufficienza renale cronica.
Seguirono giorni di rabbia feroce. La vita doveva smetterla di prendersela con me. Un medico sa cosa vuol dire una malattia. Lo sa. E la prospettiva della dialisi mi annientava. Mio marito, mia sorella, mio padre, erano meravigliosi. Facevano ogni cosa per aiutarmi e per rispettare i miei spazi, la mia dignità di donna e di medico. Sapevo che la soluzione migliore, per me, era il trapianto. Mio padre e mia sorella si sottoposero agli esami per la compatibilità. Mio padre non era idoneo, mia sorella sì, ma da bambina aveva subìto un intervento, quindi la mutilazione era altamente sconsigliata. Provò a insistere ma io opposi un no definitivo. Tra due sorelle non ci si scambia la vita. Fu lei, Gaia, a chiamare nostra madre, a raccontarle tutto. Seguì un grande litigio, ma lei mi tenne testa: «Figurati se ti lascio morire per un capriccio. Pensa a tua figlia, cretina».
Avevo trent’anni anni la mattina che la rividi. Lei ne aveva cinquantacinque. Non era cambiata. I suoi capelli ancora color cioccolata al latte con striature di caramello dolcissimo. Il sorriso con il quale mi aveva fregata tante volte. La psicologa che le teneva una mano sulla spalla mi indicò una sedia: «Siediti con noi, Laura. Parliamo un po’». Non volarono, le tante ore che rimanemmo a parlare.
Le dissi che la odiavo. Che mi faceva ribrezzo. Che mi aveva uccisa già lei, che la malattia era nulla, al confronto. Le dissi che Elettra le somigliava tanto. Le chiesi se le ero mancata. «Sei stata felice, mamma? Il Grande Amore si è preso cura di te? Mamma… mamma io non voglio morire» sussurrai tra le lacrime.
Furono giorni concitati. Gli incontri con la commissione medica per ottenere l’idoneità. Decine e decine di esami medici per entrambe. La ricordavo terrorizzata da ogni forma di malattia. Non fece mai una smorfia, invece. Mi teneva la mano, rideva, mi accarezzava. Dopo ogni esame – molti, invasivi, erano gli stessi – si alzava e veniva a coccolarmi. Mi raccontava di quanto fossero stati difficili i primi anni con il Grande Amore, di quante volte si era pentita di non aver lottato di più per poter vedere me e Gaia. L’operazione fu fissata. Una mattina di maggio. Diedi un bacio a mia figlia e uno a mio marito, abbracciai mio padre e mia sorella. Chiesi di poter salutare mia madre, prima di andare in sala operatoria. Entrai senza bussare nella sua camera. La vidi stretta tra le braccia muscolose del suo Grande Amore e quelle sottili di un’adolescente con i capelli biondi. Lui mi strinse la mano tentando un sorriso, lei mi si buttò tra le braccia: «Ciao Laura, io sono Maria, siamo sorelle. Che bello incontrarti, finalmente!».
Quando mi svegliai vidi gli occhi di mio marito, il sorriso di mio padre. Sentivo la mano di Gaia stringere la mia. Era andato tutto bene, mi dissero i medici. Solo molte ore dopo mi accorsi che sulla federa del mio cuscino mamma aveva fatto appoggiare il lenzuolino rosa con scritto Laura, quello che aveva avvolto il mio piccolo corpo il giorno in cui, un gennaio di tanti anni addietro, mi aveva, per la prima volta, messa al mondo.

Testo pubblicato su Confidenze 17/2015

Foto: 123RF

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