Stoner di John Williams

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Uno dei quei romanzi che il lettore aspetta una vita intera

 

Le radici che legano e strozzano i passi. La formazione del carattere. L’amicizia. L’amore. Il senso del dovere o dell’incapacità a rischiare, a restare senza fiato durante il volo.

William Stoner è il protagonista di uno di quei romanzi che un lettore aspetta una vita intera.

Nonostante le origini contadine William avrà l’opportunità di studiare e diventare professore universitario; incontrerà una donna, Edith, si innamorerà di lei, la sposerà e avranno una bambina, Grace; avrà degli amici e dei nemici; si innamorerà ancora, forse per la prima e unica volta per sempre: Katherine il suo nome.

Il ribaltamento di un ceto sociale, il coronamento di tanti i sogni, un nuovo amore: succedono molte cose, al nostro William, altroché.

Poi è ovvio che la vita, il caso, il destino, mettano sul tuo tavolo delle cose. Le mettono lì. Poi sta a te. Decidere cosa farne, intendo.

Sul letto di morte il nostro Stoner “ponderatamente, con calma, realizzò che (la sua vita) doveva sembrare un vero fallimento. Aveva voluto l’amicizia (e l’aveva avuta, in fondo). Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta (la figura di Edith meriterebbe un libro a parte, come ha giustamente sottolineato nella postfazione Peter Cameron). Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità. Katherine, pensò. “Katherine”. Pensò che aveva quasi sessant’anni e avrebbe dovuto essersi lasciato alle spalle la forza di una tale passione, di un tale amore. Ma sapeva di non averlo fatto. Sapeva che non l’avrebbe fatto mai. Oltre il torpore, l’indifferenza, la rimozione, quell’amore era ancora lì, solido e intenso. Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Aveva sognato di mantenere una specie d’integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza”. 

Ancora. C’è anche lo spazio per rovinare – insieme, madre e padre – una figlia. Solitudine, alcolismo: non pensiamo mai che il futuro dei nostri figli fiorirà foglie morte grazie alla nostra distrazione sintomatica di scelte non osate ed esistenze trascinate.

Eleggete questo romanzo a vostro consigliere o giudice di pace al servizio di un diritto lieve e intransigente alla vita, a un accenno di felicità.

 

 

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John Williams, Stoner, Fazi

 

Confidenze