Tutto quello che so di Massimo

Cuore
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Riproponiamo sul blog la storia vera più apprezzata del n. 24 

 

Mi sono innamorata di lui da ragazzina, senza scampo. La cosa strana è che lui, con i suoi 17 anni rabbiosi, ha visto qualcosa in me. «Me ne vado, non mi spiace per nessuno. Solo per te» mi ha sussurrato prima di partire. Gettando un incantesimo sul mio cuore

STORIA VERA DI VINCENZA I. RACCOLTA DA ELENA VESNAVER

 

Ti vorrei mostrare il mio diario delle medie, che chissà dov’è finito, ma dovresti vederlo. Ogni due pagine c’era una foto di Massimo con una marea di cuori disegnati da me tutti intorno, cuori spezzati, cuori trafitti, cuori rossi, fucsia, viola. Adoravo il viola, adoravo Massimo.
Per capire devi immaginarmi la prima volta che vado a studiare a casa della mia amica Patrizia, devi immaginarmi che suono il campanello, Patrizia mi fa entrare e vedo questo ragazzo con le cuffiette ficcate nelle orecchie, due fantastici occhi blu, che occhi incredibili, e il ciuffo bruno che continuava a cadergli sulla fronte. Devi immaginarmi con i miei 13 anni del piffero.

«Mio fratello» aveva sbuffato Patrizia. «Massimo, saluta, dài, per favore».
Massimo mi aveva appena guardato e se ne era andato per i fatti suoi, insieme alle cuffiette nelle orecchie e ai suoi 17 anni rabbiosi che già facevano disperare tutta la famiglia, ma questo lo avrei saputo dopo.
Mi sono innamorata di Massimo come succede a quell’età, follemente, senza scampo e senza speranza. Anzi, no, la speranza c’è sempre, ma è piccolina, nascosta, vergognosa. È la speranza dei sogni a occhi aperti, che sono bellissimi e hanno una probabilità di realizzarsi pari allo zero.
Quanto ci ho sognato su Massimo, in quegli anni, come mi bevevo i discorsi che Patrizia faceva su suo fratello, anche le lamentele. A essere sincera erano solo lamentele.

E che non combinava niente a scuola e che i genitori erano disperati e che aveva brutte amicizie e che rispondeva male e che non gli interessava niente nella vita, niente di niente.

Invece io lo sapevo cosa interessava a Massimo, è stata la prima cosa che ho scoperto di lui.
Stavo tornando da non so dove, non mi ricordo. Non era tardi, cominciava a fare sera, sai quando a maggio la luce sembra voler restare ancora un poco e l’aria tiepida ti fa venire voglia di un gelato, ecco, io me lo sarei mangiata volentieri un gelato, ma poi non avrei cenato e mia mamma avrebbe brontolato che mi ero ingozzata di schifezze. Allora, niente gelato, però potevo bighellonare e guardare le vetrine, questo stavo facendo.

Ho sentito della musica e ho visto dei ragazzi fuori da un bar, doveva esserci un gruppo che si esibiva, così mi sono avvicinata. Erano bravi e da come applaudivano le persone ai tavolini non lo pensavo solo io. A un certo punto mi sono accorta che il tipo che suonava il basso era Massimo e mi sembrava che sapesse suonarlo molto bene.
Incredibile, Massimo era un musicista e sua sorella non me lo aveva mai detto.
Anche lui mi ha visto e ha fatto una cosa incredibile: mi ha sorriso.
E ora immagina me con i quaderni che mi ero andata a comprare, sì ora mi ricordo anche dei quaderni stretti al petto, e il ragazzo al basso che mi guarda e sorride, un sorriso che lo dovevi vedere, mica da tenebroso, mica da musicista che fa il figo, un sorriso luminoso, allegro, complice. Bello. Bello il sorriso, bello lui, belli noi, perché ho sorriso pure io.
Due giorni dopo sono tornata a studiare da Patrizia e Massimo andava in giro per casa come al solito, con l’espressione scontrosa e la musica sparata nelle orecchie. «Sei bravo» sono riuscita a sussurrargli in un momento in cui Patrizia era andata a prendere un libro.

«Non dirlo a mia sorella. Non dirlo a nessuno».

Poi era rimasto a fissare la punta delle sue scarpe da ginnastica.
«Grazie» e aveva sorriso. Che sorriso aveva Massimo, che sorriso che ti ribaltava.

È passato un anno, due, sono andata al liceo, Patrizia pure, siamo rimaste amiche, ma non le ho mai confessato che sapevo della passione di Massimo per la musica, anche perché a casa loro nessuno diceva niente. Non ho mai capito perché, ma sembrava un argomento pericoloso, su cui era meglio tacere e solo una volta ne avevo parlato con lui, o meglio Massimo aveva parlato e io non avevo capito niente, come potevo, ero troppo piccola. «Mio padre pensa ancora che farò l’università e diventerò avvocato come lui, ma appena posso, appena posso, vedrai».

Io avevo chiesto: «E tua madre?». E lui aveva fatto un gesto quasi di fastidio, ma tanto lo avevo capito da tempo che nella loro famiglia contava solo quello che diceva il padre e non era un gran padre, credimi.

Alla fine, sono arrivati quei 16 anni che mi hanno fatto sentire grande e quello che volevo di più era che Massimo venisse al mio compleanno.
«A parte che non verrà mai» mi ha smontato Patrizia, «ma sei sicura di volerlo? Non capisco perché».

Ovvio, Patrizia non capiva. Per lei il fratello non era altro che un buono a nulla, lei si beveva tutto quello che diceva il papà e io avevo provato a farle capire che magari, magari non era così, ma non era andata bene, avevamo litigato, quella volta e avevo capito che era meglio lasciar perdere. Però Massimo non lo avrei lasciato perdere, lo volevo alla mia festa, volevo che capisse, che cosa? Boh. Forse che ci tenevo a lui, che comprendevo i suoi segreti, che ero un’amica.

Quando mi ha detto: «Sì, va bene, dimmi a che ora», io non ci creduto e sono riuscita a balbettare qualcosa di incomprensibile che lo ha fatto ridere, ma ridere bene, non per prendermi in giro ed è stato fantastico pure quello, io con i 16 anni che stavano arrivando e lui che non lo sapevo ancora, ma, insomma, te lo racconto dopo.

È stata una bella festa e Patrizia non ci credeva che Massimo era là e mi aveva pure portato un regalino, un ciondolo a forma di conchiglia, guarda, questo, proprio questo e certo che lo porto ancora, non ridere.

È stata una bella festa, con la torta, le candeline e “tanti auguri a te”. E io ho soffiato, le ho spente tutte e mi parevano così tante, però le ho spente e poi gli applausi e gli amici e Massimo che mi ha preso da parte e ha detto: «Devo parlarti».

Siamo usciti e ci siamo seduti sul muretto al di là della strada.Vedevo casa mia, il balcone, sentivo le voci degli amici dalle finestre aperte, qualcuno che rideva, la musica e mi sembrava strano, solo che tutta la giornata era strana, perché mi sentivo adulta, ma anche piccola, impaurita dal futuro e pronta a partire per qualunque avventura. Giuro che in quel modo non mi sono sentita mai più. È bellissima quella

sensazione, vero? Bellissima.
«Domani vado via».
Non sono riuscita a rispondere niente, perché mentre parlava mi aveva preso la mano e la stringeva, la stringeva forte da farmi male e a me sono salite le lacrime agli occhi e non per le dita che stritolavano le mie, ma per la sua voce triste, per il suo sguardo perduto. Avrei voluto consolarlo, ma mai come in quel momento mi sono sentita una bambina incapace.

«Vado via», ha ripetuto piano. «Non mi dispiace per nessuno, figurati, so io qual è la mia strada. Solo per te, mi dispiace per te,Vincenza. Volevo dirtelo».

Ecco, il mio nome non lo sopporto, non mi piace, ma pronunciato da Massimo diventava quasi sconosciuto, affascinante. Avrei voluto
dirgli tante cose, che lo capivo, intanto, capivo perfettamente che se voleva andare era giusto, però sarei stata così sola senza di lui e certo, tra noi non c’era nulla, non poteva esserci, soltanto i miei sogni, ma mi dispiaceva non poterli fare più, perché se Massimo spariva, neppure i sogni erano più possibili. Quante cose avrei voluto dire, una montagna, ma non ci sono riuscita. Non ce la fai a fare nulla quando il ragazzo che ami da anni ti prende e improvvisamente ti bacia.
Sì, mi ha baciato. Mi ha baciato come non avrei mai immaginato, cosa potevo immaginare, poi, che ero una ragazzina, però quel bacio, me lo
sento ancora addosso, sai. Intanto perché era il primo che mi dava ed era anche il mio primo bacio vero, che quei bacetti umidi e appiccicosi che avevo ricevuto fino a quel momento, dati da ragazzetti ancora più spaventati di me, non contavano.
Il bacio di Massimo era il bacio che un uomo dà alla donna che comincia ad amare.

Ci passo ogni giorno davanti a quel muretto, quando vado a trovare i miei genitori lo vedo dalla finestra della cucina, se mi affaccio per fumarmi una cicca e quasi finisco di sotto per sporgermi, che se mia mamma sente odore di fumo, chi la sente, e il muretto mi sembra il panorama più bello del mondo, anche se era molto più bello con sopra due ragazzi che si baciavano e non avevano idea di quello che sarebbe stato il futuro.

Massimo è partito.
Voleva fare il musicista e nella sua famiglia non c’era spazio per certe stupidaggini, diceva suo padre, non c’era spazio per essere quello che si desiderava, dico io e allora non c’era scelta, toccava andare.
«Quell’idiota di mio fratello, ti rendi conto?».
Con Patrizia era inutile parlare, povera ragazza, anche adesso è tutta con suo papà, figuriamoci se ha mai provato a capire Massimo.
Insomma, ricapitoliamo. Massimo mi ha baciato ed è sparito. E due giorni dopo ho trovato un biglietto infilato nella cassetta della posta, anzi, l’ha trovato mia mamma appiccicato alla bolletta della luce e me lo ha messo sulla scrivania, vicino al dizionario di greco.

Massimo scriveva nervoso, tirato via, proprio come lui, però leggerlo era sentirlo parlare, era averlo davanti e mentre leggevo quel foglio, strappato da un quaderno di Patrizia ci avrei giurato, lo sentivo, lo vedevo con il ciuffo sugli occhi, arrabbiarsi perché la biro sbavava.

“Sei l’unica che non ho voglia di lasciare. Pensami. Se so che mi pensi va tutto meglio”.
Vedi, io non so cosa ho fatto perché lui mi scrivesse queste cose, non so cos’ero diventata per lui. Non si è mai pronti per i miracoli, non crediamo nel lieto fine nemmeno quando ci piomba addosso e quel biglietto, il bacio che ci eravamo dati, per me erano la cosa più simile a un miracolo che mi fosse mai capitata.

Pensami, mi aveva scritto, pensami. E come lo potevo dimenticare?
Gli anni sono passati. Non ho mai chiesto troppo a Patrizia di suo fratello e non solo per via che le dava fastidio, ma di sicuro io ne sapevo più di lei. Massimo mi scriveva, non spesso, ma ogni tanto mi arrivava una cartolina, quel tanto che bastava per farmi sapere quello che faceva, il musicista, appunto. Patrizia lo diceva come se fosse una cosa brutta.
Io, intanto, andavo avanti, facevo la mia vita, crescevo.

L’estate dei miei 19 anni ho fatto la prima vacanza da sola, con uno zaino pieno di roba, un sacco di raccomandazioni dei miei genitori e due amiche che avevano la mia stessa voglia di indipendenza. No, Patrizia non è venuta con me.
«Vado con i miei al mare. Chi ha voglia di stancarsi su e giù per i treni».

Patrizia stava diventando sempre più uguale a quello che la famiglia si aspettava da lei e forse non era più la mia migliore amica, però avevo provato lo stesso a farla venire, ma lei niente. Va bene, pazienza. Sono stati 15 giorni pieni di risate, imprevisti e tutto che sembrava nuovo come noi, bello come noi, che meraviglia.

L’ultima tappa è stata Firenze.

Avevamo trovato un albergo vicino alla stazione. Eravamo stanche, volevamo riposarci per non tornare a casa proprio distrutte. Il pomeriggio sono uscita per conto mio, volevo fare un giro, vedere il Ponte Vecchio, comprare qualche regalino. E Massimo era lì.

Sono uscita dall’albergo e lui era proprio davanti alla porta. Più grande, più magro, più bello, più strepitoso. Quei tre anni lo avevano fatto diventare diverso, anche se per me era sempre il ragazzo che mi aveva baciato sul muretto e che mi faceva brillare gli occhi.

«Ho chiesto a tua madre e mi ha detto che eri qui» ha sussurrato. «Avevo, non so, voglia di vederti».
Abbiamo camminato per tutta Firenze, quel pomeriggio e la sera e poi siamo andati a mangiare in un posto piccolo, nascosto, che sembrava una magia solo per noi e quanto abbiamo parlato, tantissimo.

Massimo era diventato quello che voleva, suonava, viveva di musica e gli sarebbe piaciuto farlo sapere alla sua fa- miglia, ma…
«Ma lo sai come sono fatti».

Abbiamo camminato ancora e io ho pensato “quanto vorrei che questa notte non finisse mai”.
Quando mi ha baciato, ho pensato “quanto vorrei che non mi lasciasse sola, non stanotte”.

Stava in un albergo tranquillo che si affacciava su una piazzetta alberata, senza chiasso, un solo bar che a quell’ora era chiuso, due lampioni e una panchina, potrei tornarci a occhi chiusi, sai? Ricordo la strada, la porta. Ricordo la sua stanza con la finestra grande, con gli scuri di legno che lui ha accostato e quel refolo di aria fresca e improvvisa che mi ha fatto rabbrividire.

Ricordo tutto, ricordo Massimo, ogni suo gesto e ogni sua parola.
Ricordo che ci siamo svegliati insieme e lo sguardo che ci siamo scambiati diceva tutto, c’era il mondo, in quello sguardo, c’era che fosse quel che fosse, noi eravamo lì, noi eravamo insieme, eravamo Vincenza e Massimo e niente poteva cambiarlo.

Lui è partito per la sua vita, io sono tornata a casa. L’unica persona a cui ho raccontato tutto è stata mia mamma, è ancora l’unica a saperlo.
Tante volte avrei voluto parlare con Patrizia, dirle di suo fratello, ma cosa?
Lei non capirebbe, i suoi genitori nemmeno e fatti due conti, ormai sono la sola a sapere tutto di Massimo.

Gli anni sono passati e mica pochi, bisogna aggiungerne a quei 19 che avevo quella notte a Firenze e sono cresciuta, diventata un’altra, io, quella che vedi. In questo tempo ho capito cosa mi piaceva e cosa no, cosa volevo fare e cosa proprio non mi andava. Ho studiato, ho trovato un lavoro, una casa mia, qualche amore che non è mai andato granché e ho continuato a sentire Massimo, a vederlo. In questi anni abbiamo continuato a incontrarci, a telefonarci. Lui mi racconta dei suoi ingaggi, quelli belli e quelli tanto per, io a seconda delle giornate gli confesso quanto adoro insegnare, o quanto me ne andrei subito, un lavoro qualsiasi e via, e lui ride e mi chiama bugiarda. Bugiarda come le volte che ho creduto di potermi innamorare di un altro e invece avrei dovuto confessare che con Massimo nel mio cuore e nella mia vita, di spazio non ce n’è. Sì, io e Massimo ci incontriamo ancora. Scegliamo una città, fissiamo due, tre, quattro giorni e ce li viviamo. Felici? Sì, molto. Per quanto? Non lo so.

Ma tutto quello che so di Massimo è che mi ama. È che ci amiamo.

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