Una canzone per Francy

Cuore
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Una canzone per Francy, pubblicata sul n. 49 di Confidenze, è la storia più votate sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Mio figlio è nato prematuro e senza un reparto di terapia intensiva neonatale non ce l’avrebbe fatta. Oggi ha quattro anni, è un bambino allegro e gli piace cantare. Un giorno gli insegnerò Futura di Lucio Dalla, in fondo è la nostra colonna sonora

Storia vera di Mary Procaccino raccolta da Mariella Loi

 

Era l’estate del 2014 quando per la prima volta sentii alla radio Futura, la canzone di Lucio Dalla. Rimasi molto colpita dal testo e le sensazioni che mi trasmise l’ascolto di quel brano mi rimasero addosso a lungo. In quel periodo desideravo fortemente avere un altro bambino.

Valentino, il mio primogenito, aveva da poco compiuto quattro anni e io e Riccardo, mio marito, da tempo avevamo in mente di allargare la famiglia.

La mia prima gravidanza non era stata difficile, per questo nel pensare di avere un secondo figlio non temevo complicazioni.

Contrariamente alle mie previsioni, l’attesa di Francesco non è stata facile. Una minaccia di aborto alla sesta settimana mi ha obbligata fin da subito a osservare il massimo riposo, costringendomi per lunghi periodi a casa.

Chi ha avuto dei figli sa quanto siano grandi le preoccupazioni di una donna in gravidanza. Io cercavo di tenere a freno l’ansia e per un po’ ci sono riuscita, ma quando l’ecografia alla decima settimana ha evidenziato dei fattori di rischio, la paura è diventata la mia compagna di viaggio. Sono seguiti giorni non facili: gli esami che non andavano bene, l’attesa del responso della villocentesi, le ecografie che mostravano chiaramente che il bimbo non cresceva adeguatamente.

Con queste premesse, i medici dell’Ospedale Buzzi che mi avevano in cura, decisero di ricoverarmi. Ero arrivata alla trentesima settimana di gravidanza e dei primi giorni di degenza ospedaliera ricordo soprattutto i dubbi e le incertezze che mi tormentavano. Fra i timori, il più ricorrente era che il mio bambino potesse essere affetto da una malformazione e il solo pensiero di questa eventualità mi faceva soffrire terribilmente. Neanche con mia madre e con mio marito riuscivo a essere serena e a volte pur non volendo mi capitava di rispondere male anche alle persone più care.

In ospedale erano ricoverate altre donne che vivevano la mia stessa esperienza. Chi per un motivo, chi per un altro, avevamo tutte gravidanze a rischio e questa consapevolezza ci univa fortemente. Solo con loro riuscivo ad aprirmi e solo da loro mi sentivo capita. Certo in reparto c’era anche la psicologa che era molto disponibile, ma il mio vero supporto sono state loro. Paola, la mia compagna di stanza, Maddalena la giornalista, Cinzia che aspettava tre gemelli e poi Isabel, arrivata una notte di corsa in ospedale perché il suo bambino, a sole 24 settimane, non vedeva l’ora di nascere.

 

Dopo tre settimane di ospedale sono ormai pronta per tornare a casa, ho già preparato la borsa e salutato tutte, quando la mia ginecologa mi dice che non si può più rimandare e che il giorno dopo mi faranno il cesareo.

Io rimango lì come inebetita, guardo la borsa che tengo in mano e sono sopraffatta dall’emozione. Nelle lacrime che verso c’è un po’ di tutto: ansia, felicità, insicurezza, preoccupazione. Francesco nasce il giorno dopo, è il 22 aprile, sarebbe dovuto venire al mondo il 4 giugno.

Io sto male, ho la pressione altissima, i rumori mi arrivano un po’ ovattati, ma non abbastanza da non sentire che alla domanda di mio marito su come sta il piccolo, la dottoressa risponde: «Abbiamo dovuto rianimarlo. Adesso è in terapia intensiva neonatale».

Quelle parole continuano a risuonarmi nella testa anche dopo quando mi riportano in camera. Sono sotto shock, avrei bisogno di aiuto, ma non sono in grado di chiederlo. Mi chiudo nel mio silenzio, alimentato dal forte senso di solitudine che sento crescermi dentro. Vorrei tanto vedere il mio bambino, ma non è possibile.

Il giorno dopo riesco ad alzarmi dal letto e vado a conoscere il mio Francy. È piccolissimo, lo guardo ma non lo posso toccare. Continuo a osservarlo a lungo, mi chiedo se quel bimbo sia davvero mio figlio. È nato da un giorno e non ho neanche potuto tenerlo in braccio. Siamo entrambi soli, io con il mio dolore e lui chiuso dentro l’incubatrice che sembra una navicella spaziale. Alle mie spalle arriva qualcuno, mi danno il kit per tirarmi il latte. So già che sarà una tortura ma è l’unico modo per farglielo avere.

Non ricordo esattamente quanto tempo sia passato prima di poter prendere in braccio mio figlio. Ricordo solo che quando è accaduto io tremavo. Lui così piccolo che sembrava di carta, io talmente rigida che non riuscivo neanche a muovermi, tanta era la paura di fargli del male.

 

A una settimana dal parto io sono tornata a casa e lui è rimasto in ospedale. Certo vado a trovarlo tutti i giorni, il reparto di terapia intensiva apre alle nove e io a quell’ora sono lì da un pezzo.

Voglio fargli sentire la mia vicinanza, vorrei smettere di sentirmi una mamma a metà.

Poi un giorno quando arrivo in ospedale non lo trovo nella sua culla, per la prima volta gli hanno fatto indossare i vestiti e l’hanno messo nel lettino. È un percorso fatto di piccoli passi, quello che finalmente ci consente di portare a casa nostro figlio.

I primi problemi di salute compaiono quando il bambino ha tre mesi: bronchiti, broncopolmoniti ricorrenti. Al momento della nascita, infatti, i polmoni non si erano formati completamente e le conseguenze non hanno tardato a manifestarsi. Sono stati necessari diversi ricoveri, uno anche al Gaslini di Genova, e col tempo la situazione è migliorata. Mio figlio è nato prematuro. Senza un reparto di terapia intensiva neonatale, come quello che l’ha accolto appena nato, non credo che ce l’avrebbe fatta. Purtroppo la separazione forzata cui siamo stati costretti nei primi tempi ci ha privato di momenti preziosi. Ha tolto un po’ di empatia al nostro rapporto, smorzando l’attaccamento che si sviluppa tra madre e figlio a partire da quando te lo appoggiano sulla pancia, appena nato. Tra noi, purtroppo, questi primissimi momenti intimi non ci sono stati. Però Francesco oggi è un bimbo sereno e molto indipendente. Anche se ha solo quattro anni ha piena consapevolezza del suo stato, ricorda i suoi ricoveri, anche se non si direbbe a vederlo, quando giocando al karaoke, brandisce il microfono cantando a squarciagola Occidentalis karma. E noi siamo una famiglia molto unita, l’esperienza vissuta ci ha cambiato la vita. Conoscere da vicino il dolore mi ha resa prima debole e poi forte, ma anche più sensibile alla sofferenza altrui. In questo percorso non sono stata sola, ho avuto accanto una grande famiglia fatta di medici e infermieri che svolgono il loro lavoro con passione. Un ringraziamento particolare poi va all’associazione Ospedale dei bambini di Milano Buzzi onlus che ci ha assistito con competenza per tutto il tempo.

Ora il mio pensiero va a quelle mamme e a quei bambini che stanno vivendo il travaglio che abbiamo attraversato noi.

A loro vorrei dedicare i versi di Futura:Aspettiamo che ritorni la luce / aspettiamo senza avere paura domani”.

 

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