Una donna oggi

Cuore
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Abbiamo deciso di rendere disponibili online quattro storie vere, pubblicate sul n. 12 in edicola questa settimana, da poter leggere a casa durante l’emergenza Coronavirus. Ecco la prima

 

Ho un marito che amo e un bel lavoro. Per molti io e Luca siamo una coppia da invidia. Nessuno sa quante notti passiamo insonni, occhi negli occhi, sentendoci incompiuti. Perché non abbiamo figli?

STORIA VERA DI IRENE C. RACCOLTA DA MARIA ELEONORA RATTI

 

«Zia Ile posso dirti una cosa in segreto?». Certo Michi, quattro anni di meraviglia, la r di Irene ancora lontana anni luce. «Lo sai? Per me tu sei una mamma senza bambini». Trasecolo un po’, quasi svengo, invece avvampo e con voce controllata rispondo: «Grazie gioia, mi hai fatto un gran bel complimento». Non gli dico ancora la novità, non è il momento. Continuo a sbattere con forza le uova per la torta di mele, l’unica che posso vantarmi di  saper fare decentemente: questa sarà buonissima.

Io sono la zia grande, d’età ovviamente: i nipoti che mi circondano sono chi laureato, chi alle prese con la maturità, poi c’è lui, il pronipote adorato, figlio della mia altrettanto adorata nipote e giovanissima madre. Per lei sono sempre stata una zia anche un po’ sorella, dispensatrice di consigli a tutto tondo in fatto di amore, vestiti, capelli, film, viaggi; una Mary Poppins del weekend visto che alla mamma non sempre si può raccontare tutto, proprio tutto. Perciò chi meglio di una persona di famiglia che non farà mai la spia e non vanta gelosie di sorta, che è sempre dalla tua parte e della quale ti fidi ciecamente? Eccomi qui: io ci sono sempre stata per lei.

Lavoro tutta la settimana per un’azienda leader nel settore informatico e sono felice e appagata del mio lavoro per il quale, forse inconsapevolmente, ho reso meno viva la mia vita di coppia. Ma è tanta la mia soddisfazione che rimando sempre l’appuntamento con la maternità. Del resto Luca, mio marito, è d’accordo… Forse.

All’amata nipote offro tutto il mio supporto ben volentieri: succede soprattutto il sabato pomeriggio o la domenica mattina prima del pranzo di famiglia che ci vede tutti riuniti intorno alla tavola della nonna, l’“adorata” suocera che non manca mai di criticare il mio abbigliamento: gonna troppo corta, tacchi eccessivamente alti.

Già, i miei tailleur avvitati, firmati. Chissà dove va, cosa fa è il suo dubbio.

Abitando nell’hinterland di una grande città, ogni giorno mi sposto con i mezzi pubblici per raggiungere l’ufficio in centro. Ma chi me lo fa fare? Se lo chiede per prima mia suocera. Secondo lei, le donne devono fare le donne e sottintende, ma in modo piuttosto chiaro, che devono tenere bene la casa e fare figli. A me pare un pensiero vagamente da Medioevo e comunque anch’io, come tante altre lavoratrici, programmo come un robot il mio tempo concentrando le faccende domestiche alla sera, anche se, certo, senza figli.

Il viaggio quotidiano da pendolare, fatto molto presto la mattina, offre una buona dose di stimoli grazie alle chiacchiere con gli amici, a un libro sempre tra le mani e agli incontri inaspettati. Certo, la sera risulta un po’ più faticoso, dopo aver sgambettato sui tacchi tutto il giorno, magari interrompendo solo per uno yogurt a pranzo.

Ma ci sta, è la mia vita, adoro totalmente il mio lavoro visto che l’ambiente è sereno, stimolante e intorno a me ho gente giovane, fresca, con grandi sogni. E poi, del resto, al suo amato figliolo piaccio così, una piccola manager in carriera, come d’altronde è anche lui, imprenditore di belle speranze, parecchio dedito al proprio lavoro. Coppia da invidiare, apparentemente, ma nessuno immagina quante notti passiamo insonni, occhi negli occhi, mentre parlano solo i nostri cuori. Ci sentiamo incompiuti e lo ammettiamo solo tra noi.

La mattina ricomincia il solito giro come da copione.

Ma i figli? Questa è la domanda di rito, a tiro incrociato, di mamme e papà, oltre che di amici, fratelli, nonne e zie. A tutti rispondo che siamo molto impegnati e ci piace il nostro lavoro o che arrivano sempre nuovi impegni fuori città, o ancora che c’è di mezzo un corso di aggiornamento. E poi gli orari che fa mio marito. «Guarda che ore sono e non è ancora tornato».

Già, ma come si concilia un figlio con un’attività lavorativa impegnativa? Questo è l’eterno dilemma di noi donne. Si sprecano gli stereotipi su questo argomento che hanno però un sapore di verità: non si può avere tutto, come fare tutto e bene, i figli sono gioie e dolori. Così si delegano molti compiti ai genitori, o alle strutture, ma sempre con il cuore spezzato per non riuscire a gestire ogni cosa.

E poi, boom! Sono arrivati i 50 anni. Faccio una grande festa con amici, parenti, tanti regali e altrettanti sorrisi e baci per mascherare un senso di malinconia.

Guardo le amiche di sempre come fosse la prima volta: accanto a loro un compagno, un marito, e poi un figlio, due. Si vede che in quella coppia c’è magia, intesa, coccole e rimproveri, tanto che stento a inserirmi nei loro discorsi. Alla festeggiata, cioè io che resto in un angolo, si rivolgono solo complimenti per come riesco a mantenermi tonica («Beata te che hai il tempo di andare in palestra») o per il bel taglio di capelli e il colore ancora naturale. Ecco cosa vedono: una bella statuina, sicuramente diversa da loro. Sono donne con una professione di tutto riguardo (insegnante, architetta, chimica di laboratorio), ma quando si trovano tra loro parlano quasi esclusivamente di figli.

Sento Luca che racconta ai ragazzi le sue imprese di montagna. «Quando ero giovane come voi…».

Meno male che domani è lunedì e ho un report da discutere al consiglio di amministrazione, così tutto rientrerà nei soliti schemi.

Ma poi, ecco che riappare un ricordo. Mi ero prestata ad acquistare un test di gravidanza per la mia amica Elisa non ancora sposata e, visto che c’ero, ne avevo preso uno anche per me. Un’altra volta? Ma volevo proprio farmi del male?

Mentre attendevamo la risposta, cercavamo di stemperare la tensione facendo mille ipotesi. Di certo non le risparmiavo i miei sermoni per la sua libertinaggine, visto che era single, ma con troppi amici. Me lo potevo permettere perché eravamo amiche da sempre, due facce della stessa medaglia.

Finalmente arrivò il momento e l‘esito si rivelò negativo per tutte e due. Bene per lei, per il suo partner occasionale e anche per me. Poi ci addentrammo nei classici discorsi sull’avvicinarsi della menopausa, sicuramente responsabile di ritardi, vampate e giro vita in aumento.

In effetti questa settimana stento a chiudere la lampo della gonna, ma è normale, il fisico cambia con l’età, no? E se facessi il test? Questa volta Luca non sa nulla, cosa dovrei dirgli? È già successo di attendere insieme invano che il colore cambi. Già perché quando mi capitava di essere felice, allegra, amante della vita facevo subito il test perché ero convinta che l’apice della mia gioia l’avrei raggiunto così, diventando mamma. E per Luca era lo stesso. Invece poi passavamo la notte senza dormire e senza parlare.

Ormai l’ho comprato e lo faccio, è deciso.

Cosa? La lineetta ha cambiato colore? Che scherzo è? Fisso attonita, riguardo ipnotizzata: perché non riesco neanche a urlare per la gioia? Perché è troppa un’emozione così inaspettata. Alla fine riesco a urlare davvero, almeno Luca arriva in bagno e mi trova con questo aggeggio in mano. Lo guarda, mi guarda, ci guardiamo e scoppia un pianto liberatorio. Poi il dubbio: facciamo un altro test, magari questo è difettoso. Le mani tremano mentre aspettiamo il secondo verdetto che è… Positivo!

Ma ho 50 anni, posso permettermelo? È normale? E poi?

Nei giorni seguenti cerchiamo di mantenere la calma, ma prenoto visite, eco, analisi, controlli. Ci aspettano le attese estenuanti degli esiti. È un momento tutto nostro e stento a riconoscermi. Sento che la vita è bella e così il cielo, il mare, perfino lo smog e il traffico. Tutto è bello e perfetto  perché è arrivato questo dono inaspettato dal cielo. Voglio che sia protetto, accudito e nutrito d’amore ancor prima di nascere.

E adesso chi lo spiega a Michi che avrà un cuginetto?

Per ora, Luca e io abbiamo deciso di non condividere con nessuno questa magnifica realtà. Almeno fino a stasera quando chiamerò mia madre. ●

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