Carnia, fascino incantato

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Borghi di pietra, boschi silenziosi e montagne selvagge: a Forni di Sopra, nel cuore delle Dolomiti Friulane, si apre un mondo autentico e gentile, fatto di leggende, natura protetta e antichi saperi che resistono al tempo

I muri antichi in pietra e legno, murales di pittori “cantastorie” come Marino Spadavecchia, storie raccontate dai friulani di montagna, gente ruvida di un mondo ricco di accoglienza, condivisione, bellezza. È il fascino di Vico, frazione che, insieme ad Andrazza e Tartoi, compone l’abitato di Forni di Sopra, nella valle del fiume Tagliamento in Carnia, estremo lembo orientale delle Dolomiti Friulane.

 

NATURA PROTETTA

La bellezza salta all’occhio guardandosi intorno dalla stazione a monte delle seggiovie Varmost, il comprensorio sciistico con 13 km di piste fra cui la più lunga in Friuli, di 8 km. Appaiono maestose la cima del Cridola, le guglie dei Monfalconi, il Campanile di Val Montanaia e, all’orizzonte, in Veneto, il Pelmo, l’Antelao, il Civetta, le Tre Cime di Lavaredo. «Le nostre montagne sono sotto tutela a diversi livelli» mi spiega Graziano Danelin, direttore del Parco Naturale Regionale delle Dolomiti Friulane. «Sono infatti Parco Regionale dal 1996, sito d’Importanza Comunitaria Natura 2000 a livello europeo e Patrimonio Unesco a livello internazionale». Qui dunque la natura regna incontrastata e nell’area del Parco, di quasi 37.000 ettari, l’assenza di strade asfaltate, di impianti sciistici e di centri abitati fa di quest’angolo di Carnia uno dei più incontaminati luoghi di wilderness che il nostro Paese possa offrire. Una bellezza selvaggia e solitaria, accessibile a ciascuno secondo la sua capacità: gli ospiti sono incoraggiati a immergersi nella natura con un approccio lento e sostenibile, meglio ancora se accompagnati dalle locali guide alpine o naturalistiche, in grado di offrire un’esperienza indimenticabile e in tutta sicurezza. Con le ciaspole o gli sci si arriva dopo 800 metri di dislivello da Forni al rifugio Casera Tartoi, che viene tenuto aperto anche d’inverno nei week end. Per faticare un po’ meno, è possibile arrivare in quota con la seggiovia Varmost, e poi godersi 45 minuti di sentiero nel bosco. Nessun aiuto, invece, per la salita al rifugio Giaf, da farsi lungo la forestale o sul sentiero. Man mano che si sale di quota e si esce dal bosco le Dolomiti incantano lo sguardo.

PASSEGGIATE LEGGENDARIE

Non è però necessario essere esperti camminatori per poter respirare a pieni polmoni e andare in cerca di camosci, cervi, marmotte, aquile reali, galli cedroni. Si scoprono angoli magici sui prati e nei boschi di Piniei che conducono alla cascata del Cjalderon, un salto di 70 metri del rio Ghirei che d’inverno ghiaccia, luccicante come fosse tempestato di diamanti. Poco oltre, l’enorme ghiaione della val Rovadia si apre sulla cima dolomitica del Pramaggiore e conduce al rifugio Pacherini all’ombra del torrione Comici. Dall’altra parte della vallata, una passeggiata ai resti del Castello medioevale di Sacuidic, scoperti a fine ’800 dall’archeologo tedesco Alexander Wolf, racconta della sua distruzione, era una zecca clandestina, a opera dei nobili Savorgnan, signori dei Forni (di Sopra e di Sotto). Ma prima ancora del periodo Longobardo, di cui restano tracce di un cimitero e, andando ancora più indietro nei secoli, dei Carni, popolazioni celtiche arrivate dal nord nel IV secolo a.C. che portarono qui la sapienza delle erbe. Conoscenze che si mantennero, tant’è che Fortunato De Santa, prete erborista di Forni poi divenuto vescovo, a inizio ’900 non solo suggeriva rimedi ai fedeli, ma pubblicò un elenco delle piante medicinali che crescono qui, descrivendone oltre 1500 fra cui un particolare fiore da lui scoperto, la Primula Wulfeniana Schott.

OCCHIO AL FOLLETTO

Sacuidic affaccia sull’anello di Forni, 15 km a mezza costa nella magia del bosco, che guarda dall’alto le borgate. Nel silenzio rotto solo dai passi sul suolo gelato, ci si può illudere di vedere un folletto, lo Sbilf burlone e inafferrabile, dispettoso ma di animo romantico, dando credito alla locale versione della leggenda sull’enrosadira, il tingersi di rosa delle Dolomiti al tramonto. Si dice infatti che fu uno Sbilf ad aiutare il principe delle montagne che non riusciva a coronare il suo sogno d’amore con la principessa della luna poiché lui era accecato dalla sua luce, mentre lei era intristita dalla cupezza delle rocce. Il folletto tessé allora i raggi di luna per coprire le montagne, facendole diventare “pallide”. Proprio a Forni si può vedere davvero un particolare tipo di roccia Dolomia scura, com’era prima di essere ammantata dallo Sbilf: strofinandola, infatti, sa di petrolio e zolfo, sostanze di cui si compone.

LE MANI ABILI DELLE DONNE

Sembra che il folletto e le altre creature fantastiche abitino il bosco di Forni di Sotto, in località Drogne. Inoltrandosi, si entra nel Villaggio degli Gnomi, magico e divertente percorso fra testoline a funghetto occhieggianti dalle finestrelle e porticine che si aprono colorate nei i tronchi di faggi, abeti e sulle rocce coperte di muschio. Un lavoro minuzioso fatto con amore dalle donne di Forni per far divertire i bambini. Delle abilità manuali femminili di qui non c’è infatti da meravigliarsi: le si scopre nel Museo Etnografico di Forni di Sopra, dove si trovano telai e macchine per cucire, ma soprattutto indumenti di tutti i giorni come le scarpés, le pantofole fatte con pezze sovrapposte, riciclo di indumenti vecchi, i mutandoni, i corpetti e gli scaldini, gli abiti delle feste e gli eleganti ricami. Un commuovente “amarcord” dei tempi duri, quando gli uomini dal Friuli emigravano in Romania, Ungheria, Svizzera Germania, America, portando in giro l’arte della tessitura e le donne restavano, occupandosi di figli, animali, campi. Dopo una giornata di fatiche, la sera intorno al fuoco era dedicata al ricamo o ai lavori ai ferri, appendendo sui fianchi il gugjet, un piccolo cuore di stoffa o di metallo, nel punto esatto dove i ferri battono. Ne fanno ancora adesso di bellissimi le donne della famiglia Codazzi, che nel loro Ricamificio in centro a Forni di Sopra hanno riportato in vita l’arte del ricamo.

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Testo di Elena Bianco pubblicato su Confidenze 4/2026

Foto: FVG

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