Un taxi dall’aeroporto e si va in centro. Dal finestrino, un viadotto gigantesco, poi un boulevard bordato di palazzi di stampo austroungarico, negozi, uno scheletro di cemento (il Ministero della Difesa distrutto dalle bombe Nato nel 1999) e statue di impronta sovietica. Siamo in Europa, eppure Belgrado ha qualcosa di diverso. La prima impressione della regina dei Balcani mi accompagnerà per l’intero viaggio in Serbia. Tante contraddizioni, cortocircuiti urbanistici e un lacerante processo storico-democratico, tuttora incompiuto, fanno di Beograd una città speciale: la più popolosa dell’ex Jugoslavia, fra le più antiche del Vecchio Continente, intrisa di influenze turche, magiare, asburgiche, greche, macedoni e, nella notte dei tempi, romane. Qui vivono un milione e mezzo di persone, in un Paese che ne conta poco meno di sette, stretto tra otto stati (Ungheria, Bulgaria, Romania, Macedonia, Montenegro, Bosnia ed Erzegovina, Croazia), più un nono (il Kosovo).
DENTRO IL CUORE ANTICO
Belgrado, la città bianca, confonde chi ci arriva. La cosa migliore per capirne di più è partire dalla confluenza maestosa della Sava nel Danubio che fluisce verso il Mar Nero. È al centro di quell’unione di acque verdi e blu (ma inquinate), da ammirare salendo alla Fortezza, l’arcaica Cittadella circondata nella parte bassa dall’immenso Parco Kalemegdan, che batte il cuore dell’insediamento nato 2300 anni fa. Eccoci nel centro del centro, a Singidunum, villaggio che i Romani strapparono ai Celti e passato di mano in mano fino alla conquista degli Ottomani del 1521 che lo tennero fino al 1841 quando, già piegati dalla dominazione asburgica, i serbi ottennero il Principato poi Regno di Serbia dal 1882. Un crocevia strategico, distrutto ben 40 volte nel corso dei secoli. La mia guida riassume i più recenti travagli: dal 1992 quando, dopo la Jugoslavia di Tito, la Serbia si è avviata alla ratifica della sua indipendenza nel 2006 con sanguinosi passaggi con Croazia e Kosovo e l’intervento Nato che hanno lasciato il segno in tutto ciò che s’incontra. Tragedie belliche ancora nella memoria, ma il panorama indimenticabile dalla Fortezza chiama oggi ogni selfie possibile. A testimoniare il passato di Belgrado restano parte delle mura di cinta, una polveriera del Settecento, manufatti romani, reperti medievali, il giardino zoologico, un museo militare, torri fortificate, chiese, bunker. E la statua di Victor il prode, soldato a petto nudo che celebra la vittoria della Serbia su ottomani e Asburgo. E poi c’è “il pozzo” dove si dice sia sepolto l’oro della Banca Nazionale del Regno di Jugoslavia, nascosto perché sfuggisse ai nazisti (ovviamente, mai trovato!). In mezzo agli alberi, si trova invece, la strada per scendere all’area pedonale di Ulica Knez Mihailova, zeppa di negozi affollati, librerie, bar e boutique. Una passeggiata tra il neo-classicismo e i meravigliosi fregi Art Nouveau che compaiono sui palazzi svela alcune delle “stratificazioni” architettoniche: lo stabile che ospita Banca Intesa per esempio, tutto vetri e specchi, cela sottoterra un cimitero romano.
BRUTALE E ROMANTICA
Di tutt’altro stampo è Novi Beograd sulla riva sinistra della Sava. Già campo di prigionia tedesco, fu il fulcro della rinascita edilizia del dopoguerra. Ideato nel 1950, il quartiere, una città nella città, riprendeva i principi del funzionalismo dell’architetto francese Le Corbusier, vale a dire “abitare, divertirsi, lavorare e spostarsi”. Coordinate egualitarie perfette per lo stato socialista. Bisognava tirare su case per milioni di persone con i pochi materiali a disposizione dopo la guerra. La soluzione? I cosiddetti “blocchi” in calcestruzzo, senza decoro, che ospitano oggi migliaia di persone. Camminando tra questi monumenti al Brutalismo (movimento artistico attivo fino agli anni ‘70), si tocca un’altra faccia della capitale, l’ennesima. Tra i giardini e i casermoni (segnati da numeri dei “blocchi”) ci sono fontane, cinema, palestre e luoghi nati per la socializzazione dei condomini, che il tempo ha resi fantasmi di cemento. Siamo immersi in una location filmica, surreale, che stride con la calda allure del suo confinante: Zemun, un romantico villaggio quasi collinare, città autonoma fino al 1934 e oggi sobborgo. Dopo pochi passi sotto la straordinaria torre di Gardoš o del Millennio, eretta nel 1896 dagli ungheresi per celebrare i 1.000 anni dell’insediamento nella pianura pannonica, ti senti parte di un quadro. O forse di un libro? Case ottocentesche, botteghe, ristorantini, stradine acciottolate, tetti spioventi. Qui si può sorseggiare una bevanda sulla piazza Magistarski o mangiare lungo il Danubio, immaginando l’arrivo della principessa Sissi in carrozza.
METAMORFOSI URBANA
Siamo lontani anni luce dallo skyline dei grattacieli in vetro e acciaio spuntati negli ultimi anni lungo le rive della Sava, tra il Ponte Gazela ed il Ponte Branko. È in quella zona che ha preso forma la Belgrado waterfront, complesso multimiliardario dai cospicui investimenti russi (e non solo) che ha mutato il profilo del fiume costellato di slapovi, i barconi che animano la vita notturna. «Fino a qualche anno fa erano tantissimi, oggi li dismettono», mi spiega Eugenio che vive qui da anni. Certo, Belgrado si trasforma: si vede dal battello, nella quiete della domenica mattina, ti accorgi che gru e cantieri si susseguono. Esattamente come la sera prima: protagoniste le luci e le lanterne dei locali a Dorcol. Il vivace quartiere deriva il suo nome dal turco dort jol, ovvero incrocio, perché è chiuso in quattro, frizzantissime, vie. Una volta ci abitavano turchi, ebrei, greci, tedeschi e armeni, oggi qui si trovano l’unica moschea della città, murales, palazzi ottocenteschi e trattorie gourmet. Il posto perfetto per concludere il tour brindando alla città bianca e alle sue contraddizioni. ●
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Testo di Donatella Chiappini pubblicato su Confidenze 8/2026
Foto: Istock. Il ponte sul fiume Sava
















