Agosto di Judith Rossner

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Un romanzo sul rapporto psichiatra-paziente, dove nessuno smette di essere esposto alle intemperie della propria esistenza

Vera Henley non era la madre della ragazza, ma sua zia. Sua madre si era suicidata quando Dawn aveva sei mesi, e suo padre era annegato l’anno successivo quando la sua barca a vela si era capovolta durante una burrasca al largo della costa settentrionale del Massachusetts. Dawn non aveva ricordi di nessuno dei due suoi sventurati genitori. Quando parlava dei suoi genitori intendeva Vera e – be’, Vera era lesbica da una vita e aveva vissuto, ancor prima della nascita di Dawn, in ciò che in sostanza era un matrimonio con un’altra donna, Tony (Antonia) Lubovitz. Erano Vera e Tony a cui si riferiva quando parlava dei suoi genitori, ed era stato il loro «divorzio» il fattore scatenante all’origine del suo primo incidente. Da quel momento in poi la vita era diventata confusa, perché se Dawn si era appena riferita a Vera chiamandola madre, in realtà l’aveva chiamata Papà durante i loro primi anni insieme. Tony era la donna delle due, si truccava, metteva i gioielli e le gonne, sebbene fosse sempre Tony che ogni mattina usciva di casa per andare al dipartimento di Matematica di un liceo del Vermont di cui era la direttrice a tre città di distanza dalla loro. Vera non lavorava e non aveva mai finto di essere diversa dalla persona che era. Tuttavia (e sul viso di Dawn affiorò un timido sorriso), si stava parlando del New England, e sua zia ovviamente non se n’era andata in giro a sbandierare che non era solo una vecchia zitella piuttosto atletica”.

Questo romanzo di 549 pagine edito in Italia da La Tartaruga a poche settimane dall’inizio del lockdown è stato pubblicato negli Stati uniti nel 1983. Sapete ormai come la penso: i libri arrivano puntuali come certi treni e in ritardo come altri ma, a ben guardare, sempre nel momento giusto. La puntualità è un concetto relativo. Quindi nessun mese come settembre è più adatto ad immergersi in un testo intitolato Agosto e quasi quarant’anni di ‘attesa’ sono il periodo giusto per far decantare una storia che oggi ci cade addosso come un vestito sartoriale.

In agosto, a New York, gli psichiatri (il romanzo è ambientato nella seconda metà degli anni Settanta) vanno in ferie e lasciano la città abitata da anime fantasmatiche, in crisi di ossigeno esistenziale. Chi è in terapia ha la mente intubata, un ausilio salvavita troppo spesso sottostimato da chi continua a relegare il disagio e la malattia mentale nell’area dei capricci o delle disforie caratteriali. Dawn, diciotto anni che hanno il peso specifico del piombo (due incidenti quasi mortali, un aborto, la fine di un amore con uno psichiatra, la sua famiglia sostitutiva frantumata, due genitori naturali defunti da recuperare e capire e accettare e accogliere nel proprio Dna), chiede aiuto a Lulu, donna splendida, donna scardinata, donna polifonica.

Le ascolteremo nel chiuso sconfinato dello studio di Lulu per un lasso di tempo importante, cinque anni di recupero di macerie e di nuove costruzioni per entrambe, un concerto di esistenze che si sfiorano, si intrecciano, si penetrano. In apertura, l’autrice scrive in una nota: “È utile ricordare che la psicanalisi descritta in questo romanzo assomiglia alla vera pratica analitica a cui il romanzo dà vita”. La Rossner sapientemente riesce a mostrare la distanza tra i tempi dell’esistenza giovane e i tempi clinici e la natura a specchio che sempre deforma l’immagine del terapeuta che non smette di essere anche soggetto umano esposto alle intemperie della propria esistenza.

Un testo delicato. Duro. Letteratura, intendo. Quella che lascia lividi che servono.

Judith Rossner, Agosto, La Tartaruga

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