Come dirti addio di Cristina Marconi

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Un'antologia di cento lettere su come dirsi addio

6 marzo 1855 – Signora, ho saputo che vi siete presa il disturbo di venire qui da me, ieri in serata, per tre volte. Non c’ero; e, per paura degli affronti che una tale perseveranza da parte vostra potrebbe attirarsi da parte mia, il saper vivere mi impone di avvertirvi: non ci sarò mai. Ho l’onore di salutarvi. FL”

Queste parole d’addio le scrisse in un biglietto Gustave Flaubert. Destinataria era una poetessa, Louise Colet, che con il romanziere aveva avuto una relazione lunga otto anni, relazione che Gustave definì poi, avvertendone ancora ancora viva la sensazione, “una lunghissima irritazione”. Da quanto si apprende nella nota introduttiva scritta dalla Marconi Gustave non sopportava più questa poetessa Louise e per mettere una distanza tra l’insistenza dell’innamorata e la sua pace attraversò la Senna (non è chiaro come: a nuoto? con un canotto? camminando sulle acque?) e si trasferì in un hotel. Sorda al rifiuto, la poetessa divenne una specie di stalker e, in mancanza di cellulari e whatsapp, invece di 3000 messaggi si recò tre volte direttamente nel rifugio del pover’uomo.

Perché tutti dovremmo leggere le cento lettere che la Marconi ha raccolto nell’antologia? Dovremmo leggerle per vaccinarci! Vaccinarci contro una pandemia seria e dalla sintomatologia lunga e altamente contagiosa: la malattia si chiama LAASU, Lagna Amorosa A Senso Unico, e si presenta in numerosi soggetti che escono da una storia d’amore vero o presunto tale. Nel libro della Marconi ci sono lettere d’addio che sono in realtà lettere d’amore: salutarsi in punto di morte o davanti a un plotone d’esecuzione merita un fiume o un rigagnolo di parole, questo sì. Nella maggior parte dei casi, però, siano lettere vere o tratte da romanzi, sono parole rivolte da chi è stato lasciato o vuole lasciare.

Adesso. Forse sono io che non ho più l’età o non ho più un cuore ma dico, e lo scrivo: basta! E brava, bravissima la Marconi e bravi, bravissimi quelli di Neri Pozza, a riempire un libro di lettere che, dopo le prime due, comincia a venirti la febbre tarasacca (non chiedetemi cosa sia, non lo so) e dici, di nuovo: basta!

Aggiungo: ai tempi delle lettere c’era un limite anche fisico e temporale alla numerosità. In fondo in fondo vabbè, erano pure – forse – sopportabili. Ma oggi il corrispettivo di queste auliche composizioni (a proposito, se soffrite di insonnia e prendete melatonina o roba più forte, interrompete tranquillamente: dopo quattro pagine parte lo sbadiglio, dopo sei dormite) sono i messaggi. Migliaia di notifiche, migliaia di vocali o zibaldoni, migliaia di “è l’ultimo messaggio che ti scrivo” e giù recriminazioni, sdolcinature da coma diabetico, minacce, bestemmie, cuoricini, “è l’ultimo messaggio che ti scrivo”, foto di tramonto, link di articolo da commentare, “ah, oggi è il compleanno di tua zia Esmeralda. Auguri di cuore da parte mia”, bestemmia, “comunque sei una persona stupenda”, cuoricino, “senza te non sono nessuno”, link a una canzone, “sei un/a bastardo/a”. Cuoricino. Pugno. Pistola. “Sto impazzendo!!!”

Ecco. Appunto. Di mille addii vive l’amore. Di nessuno la sua fine. Basta.

Cristina Marconi, Come dirti addio, Neri Pozza

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