Dell’anima non mi importa di Giorgio Montefoschi

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Torna la Roma di Giorgio Montefoschi, città regina di ogni pagina dei suoi romanzi

A Sabaudia, una notte in cui Maddalena e Luca non c’erano e i Montuori erano andati a dormire, io e Stefano siamo scesi fino alla barca a vela tirata in secco per cercare una sua felpa che non si trovava e forse aveva dimenticato lì. Sulla spiaggia non c’era nessuno, si vedeva poco, quindi, a un certo punto, rimanendo distanti, ci siamo tolti tutti i vestiti e abbiamo fatto il bagno. Io ero imbarazzata di stare senza vestiti, però mi piaceva l’acqua sul corpo nudo. E quando siamo usciti, siccome avevamo in due un solo telo, preso dal gavone, Stefano si è avvicinato, mi ha asciugata, mi ha abbracciata, e anche quello mi è piaciuto. Intanto, Maddalena e Luca erano di nuovo a casa, così siamo risaliti su. Stefano non è più venuto. Nemmeno a Roma l’ho visto, perché è partito per Bologna e Milano. Poi, l’altro giorno, quando è tornato, eravamo soli in casa, mi ha baciata sulle labbra e io non ho saputo dirgli di no. Dunque, questa al momento è la situazione., motivo per cui ti ho chiesto se ci vedevamo: io sono tua moglie, tu sei mio marito, e se sei innamorato di un’altra donna, o sei soltanto disperato come non ti è capitato mai di esserlo, tanto da fare questa pazzia, non lo so; io, invece, pazzie non voglio farle; non voglio fare errori che potrebbero distruggere il nostro matrimonio. Quindi, ti faccio una proposta ragionevole: torna a casa”.

Carla sta aspettando che Enrico, suo marito, finisca l’incontro con un cliente. Da qualche tempo Enrico ha lasciato la casa in via Michele Mercati per un piccolo appartamento in via Scala, a Trastevere. Carla aveva vent’anni, quando si è innamorata di Enrico, lui venti di più. Si sono sposati, hanno avuto una figlia, Maddalena. Poi anche la giovinezza di Carla è diventata roba vecchia, abitudine, e nella vita dell’avvocato, sempre in viaggio di lavoro tra Roma e Milano, è arrivata una collega, romana di nascita ma meneghina per scelta prima d’amore e poi d’abitudine, Simona. La trama del libro gira intorno a questo: una tensione verso un futuro forse desiderato forse solo sognato, una difficile gestione di un presente scomodo, tentativi di fuga poco articolati. Enrico ha una ricaduta di un male, al cuore, che aveva già dovuto affrontare. Quale cura migliore di una meteora, o forse è davvero una stella, da afferrare a mani nude? Quale risveglio migliore di un ritorno a casa, di un amore che si rinnova?

La trama di questo ultimo romanzo appena uscito, per chi ha letto già Montefoschi, è come sempre a spirale, una spirale di silenzi e non detti, di azioni affaticate, di sguardi che si perdono, di lutti, di nostalgie. Non ci sono più – già da molti anni – le pagine dense dei tempi di La casa del padre, c’è meno indagine introspettiva, grande fiducia viene lasciata dall’autore alla comprensione e all’abilità del lettore. Montefoschi sembra dirci: “ci conosciamo, non perdiamo tempo a dire l’ovvio”. Quello che non manca mai è il motivo per il quale questo scrittore mi è tanto caro. Il motivo si chiama Roma, città regina di ogni pagina, centro di gravità permanente di ogni suo romanzo. La natura, gli alberi, le strade, i ponti, il fiume, i cieli dell’alba e quelli del tramonto, i ristoranti storici, le piazze, i musei, le pasticcerie, il ponentino e la tramontana che fa lacrimare gli occhi, Montefoschi ritrae ogni angolo come dal vero e ti cala dentro, senza forzare ma con decisione.

I libri hanno infinite funzioni, non ultima quella di farti tornare nei luoghi, rievocare profumi, straziarti l’anima. Montefoschi è il pittore e il fotografo e il narratore di una Roma eterna e sempre nuova. Giorgio è il ritrattista delle vite reali, quelle che restano incastrate fra i denti, quelle che inciampano, quelle che finiscono lasciando molto se non tutto in sospeso, dubbi, bugie, rimpianti.

Giorgio Montefoschi, Dell’anima non mi importa, La Nave di Teseo

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