Tiziana Pasetti
Trama – Tutto comincia un martedì, a mezzogiorno, nel 2005, anni e anni dopo il tempo in cui il crimine è stato commesso. Stevo sonnecchia su una poltrona, sta guardando la registrazione di una partita di calcio della Premiere League inglese, quando il telefono squilla. A chiamare è Nataša, dell’associazione ex prigionieri, vittime civili di guerra e ricerca dei dispersi. Stanno chiamando perché hanno bisogno che attesti l’autenticità di un documento che appartiene a suo padre, morto, una dichiarazione su alcuni casi di crimini di guerra avvenuti negli anni Novanta nella regione croata di Brod-Posavina, al confine con la Bosnia ed Erzegovina: nell’estate del 1992 si persero le tracce di tre autobus diretti verso l’Unione Europea, a bordo c’erano dei bambini, non croati, non serbi, non bosgnacchi, bambini rom. Quei documenti dicono che il loro percorso si sia interrotto prima, che ad attenderli, venuti da ogni parte del mondo, ci fossero chirurghi e ordini specifici. Ordini di organi da prelevare e portare via.
Un assaggio – Muove la pistola a destra e sinistra come se, puntandola, cercasse delle risposte. E poi continua: «Assomiglia a un macello. Il paragone è di cattivo gusto, ma questo è un macello, un nastro trasportatore che porta gli esseri viventi alla morte. E tutto viene fatto con efficacia e professionalità. Secondo norme di produzione e un rendimento misurabile. Qual è la differenza tra una donna che compra due etti di manzo per il pranzo della domenica e un tipo che compra il midollo osseo per suo figlio? Nessuna, se entrambi hanno i soldi per pagarli. A loro non interessa da dove vengono quelle cose, ringraziano il loro Dio per la pietà ricevuta. Le loro coscienze sono pulite, le anime immacolate. Dormono il sonno dei giusti. Così doveva andare e così è andata. E di scemi pronti a morire per i propri ideali ce ne saranno sempre. Persuaderli ad andare in guerra, a uccidere, a odiare, è facile. È una macchina che funziona alla perfezione. E finché ce ne saranno di scemi così, convinti di compiere opere buone, tutto funzionerà. Questo non è caos, è un ordine perfetto». Poi inizia a farneticare, a saltare da una lingua all’altra, come se la sua voce venisse dai tempi di un’antica confusione. Dice che i bambini che vagano come forsennati per il magazzino abbandonato, sudici e spaventati, e guarda nel cancello oltre il quale c’è il bosco, oltre il quale c’è il nulla. Dice che in condizioni come quelle, anomale, dove l’attrezzatura non può essere opportunamente sterilizzata e dove manca sempre qualcosa, il lavoro può riuscire solo se il donatore è vivo e cosciente. Perché ogni organo rimosso deve rimanere funzionante. I bambini vanno legati a dovere, talmente forte da non potersi muovere, i lacci devono essere ben stretti e le schiene dritte. Con i bambini piccoli è più semplice, non serve così tanta attrezzatura. Poi bisogna tappargli la bocca per bene, perché le grida potrebbero distrarre i dottori, ed è l’ultima cosa che deve succedere.
Leggerlo perché – Perché per qualche settimana la stampa italiana si è occupata di una indagine della procura di Milano sul turismo di ‘caccia grossa, umana’, di un manipolo di brava gente italiana che durante il weekend andava a Sarajevo a scaricare lo stress della settimana ammazzando la gente. Stevo Grabovac, nella nota posta in conclusione, dichiara che alcune parti della storia che ha scritto sono basate su eventi e persone reali e il resto è frutto dell’immaginazione. Quale parte del romanzo appartenga alla finzione e quale no non è specificato. Leggerlo perché bisogna farlo. Bisogna.
Stevo Grabovac, Dopo la festa, Marsilio
Traduzione dal serbo di Marija Bradaš e Marijana Puljić
















