Le parole della nostra storia di Giorgio Ieranò

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Un libro sulle parole che hanno matrice greca: la lingua europea più antica e nello stesso tempo la lingua meno morta di tutte

FILOLOGIA (Amare le parole) – Qualcuno ha definito la civiltà greca una ‘civiltà del logos’, della parola. Anche in contrapposizione alla ‘civiltà dell’immagine’ che dominerebbe nella nostra epoca. È una contrapposizione che spesso assume un sapore polemico. Gli antichi, loro sì che avevano rispetto per le parole e i libri. Noi invece siamo diventati superficiali, analfabeti di ritorno, schiavi delle immagini, vittime della televisione. Messa così, la contrapposizione è un po’ esagerata. Quella greca fu quanto, se non più della nostra, una civiltà delle immagini. Ciò che si vedeva contava quanto ciò che si diceva. Le figure degli dei e degli eroi, non solo quelle scolpite nei templi o dipinte sui vasi, ma anche quelle in movimento del thèatron, avevano anche nella vita quotidiana un’importanza centrale. La loro forza di suggestione, la loro potenza simbolica era comunemente riconosciuta. Ma, certo, apparteneva alla civiltà greca anche il logos, termine che significa sia ‘parola’ sia ‘ragione’. E, da un certo punto in poi, i greci, oltre a definirsi, con Socrate e Platone. ‘amanti della sophìa’, philòsophoi, iniziarono a chiamarsi anche ‘amanti del logos’, philòlogoi. Le due cose, anzi, procedono spesso appaiate. In diversi passi di Platone, philosophìa e philologìa sono sostanzialmente sinonimi: in entrambi i casi designano la passione per il ragionamento, l’amore per la dialettica”.

Nell’introduzione del suo saggio Ieranò inserisce due citazioni, una di George Bernard Shaw (tratta da Il maggiore Barbara) e una di Marguerite Yourcenar. Quest’ultima, nel suo Memorie di Adriano, scrive: “Ho amato quella lingua per la sua flessibilità di corpo allenato, la ricchezza del vocabolario nel quale a ogni parola si afferma il contatto diretto a vario della realtà, l’ho amata perché quasi tutto quello che gli uomini han detto di meglio è stato detto in greco”. Un libro sulle parole che hanno matrice greca: la lingua europea più antica e nello stesso tempo la lingua meno morta di tutte nonostante il luogo comune piccolo piccolo.

Ieranò ha preso cinque parole dell’anima (Psiche, Eros, Mania, Malinconia, Filosofia), cinque parole del sacro (Mistero, Eroe/Mito, Cristo/Vangelo, Cattolico/Chiesa, Teologia), quattro parole della cultura (Poesia, Teatro, Filologia, Scuola), quattro parole della politica (Politica, Democrazia, Tirannide, Economia), cinque parole nuove (Utopia, Telescopio/Astronauta, Xenofobia, Ecologia, Nostalgia) e un’ultima parola, Epidemia, e ne ha viaggiato la profondità dei significati, del senso, dell’evoluzione, del contesto. Le parole non sono elementi chimici, somigliano più alla natura, più alle cose dell’universo. Si formano, si adattano, spesso vengono dimenticate, poi tornano e un po’ sono le stesse e un po’ no. Le parole sono fonte di incomprensioni, sono materia di gioco, sono armi e sono ponti, sono vecchie e sempre nuove. Le parole hanno una storia, una storia lunga e complessa, materia di indagini lunghe e quasi da ‘giallo’. Nella sinossi si legge: “Ieranò ci guida alla scoperta di quella che non è affatto un’eredità racchiusa in uno scrigno prezioso di cui noi siamo i fedeli e pacifici custodi, ma un percorso accidentato e labirintico, in cui le parole greche sono state giocate su diversi piani e nei modi più imprevedibili”.

Parlare è un atto culturale, un diritto e una libertà che non devono farci dimenticare il dovere di conoscerle, di ricercarne l’anima, l’intimità, la non rara ambiguità.

Giorgio Ieranò, Le parole della nostra storia, Marsilio

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