Macchine celibi di Giaccardi e Magatti

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Una riflessione sulla rivoluzione digitale, un saggio che si pone la domanda: meccanizzare l'umano o umanizzare il mondo?

Tiziana Pasetti

Trama – L’entropia sociale del nostro tempo è figlia dell’automatizzazione del senso, non più monopolio dell’umano ma elaborazione digitale. La ricchezza semantica della comunicazione umana non esiste (quasi) più, a dettare le regole del gioco è la teoria dell’informazione, quella che rimbalza tra macchine senza l’azione ermeneutica che ai significati aggiunge (o toglie) il senso. Astrazione senza contesto e senza memoria: macchine celibi, appunto. Come siamo arrivati a questo punto? È stato un caso oppure la struttura delle società forti e ricche richiede questa rigidità robotica che toglie al tempo l’imperfetto e disfunzionale ritmo umano? Quando parliamo di AI, quando parliamo di attenzione ridotta e di trasformazioni educative, quando parliamo di deprivazioni che portano all’odio sociale, alla miseria simbolica – sangue che scorre nelle vene del tecnopopulismo – parliamo di un cambio di paradigma epocale che in molti danno ormai per irreversibile. I due autori, sociologi che dedicano questo saggio all’eredità lasciata da papa Francesco, auspicano una nuova politica dello spirito, una società pensante, “un percorso da riprendere, un mondo da rigenerare”.

Un assaggio – Come tutti i «farmaci», così anche il digitale mentre risolve molti problemi, ne crea di nuovi. Mentre è rimedio, allo stesso tempo è veleno. Nonostante i risultati straordinari raggiunti in questi anni, e quelli che ci permetterà di raggiungere in futuro, la digitalizzazione da sola non risolve – anzi per alcuni aspetti inasprisce – le contraddizioni dell’organizzazione sociale contemporanea. Mentre si annunciano nuove fantastiche innovazioni tecnologiche, il tradimento delle promesse di felicità e benessere è evidente per tanti. E il senso di deprivazione, non solo economica ma anche culturale e istituzionale, è avvertito soprattutto dai ceti popolari e dalle nuove generazioni: il cambiamento è incessante, le mediazioni sociali e culturali indebolite, la rabbia pronta a deflagrare. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: un mondo sempre più interconnesso ed efficiente che convive con l’esplosione della confusione simbolica, della frammentazione sociale, se non addirittura della violenza e della guerra. La maggiore libertà individuale, nei comportamenti e nei riferimenti culturali, crea un caos che per essere gestito richiede sistemi sempre più stringenti, e quindi disciplinanti. Ma ciechi al senso. Tutto è connesso, ma diventa impossibile intendersi. Tutto funziona, ma siamo travolti dalle crisi. Tutti siamo liberi, ma nessuno sa come cambiare le cose. L’unificazione del codice (digitale) convive con l’esplosione del caos comunicativo. Dove ci sta portando tutto questo? Guardiamoci intorno: mai la libertà ha trovato condizioni così favorevoli, eppure è fragilissima. In Occidente rischia di crollare; altrove, di essere soffocata. Viviamo meglio di due generazioni fa, Ma siamo soli o rinchiusi in gruppi ostili. La globalizzazione, un tempo euforica, si tinge di ombre, sfruttate da populismi ed estremismi. Lontanissimi dall’idea di autentico pluralismo, assistiamo a una polarizzazione tra posizioni estreme, incapaci di dialogare, che cercano di annientarsi a vicenda mettendo in discussione i presupposti stessi del vivere insieme.

Leggerlo perché – Il ritmo delle cose, come ha scritto e cantato Rkomi, ci corre nella gola
e ci spezza le parole. Assorbiamo modi, ne annulliamo altri più autentici, rimettiamo il nostro pensiero a quello di macchine veloci, sterilizziamo la vita alterando il senso della felicità. Leggere questo saggio che si pone la domanda “meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo?”, leggerlo in intimità con noi stessi e chiederci, con le parole del grande poeta Andrea Zanzotto, se è questo progresso scorsoio che ci ingoia o se siamo noi a ingoiare – distratti, bulimici – lui.

Chiara Giaccardi e Mauro Mugatti, Macchine celibi, il Mulino

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