di Tiziana Pasetti
Trama – Era il 1976. Mezzo secolo è passato, ma sembra ieri, complice la velocità di questo ‘pezzo’ di tempo, da quando l’antropologo inglese Jack Goody affermò che è la poliginia (un uomo con più mogli, la forma più comune di poligamia) la forma più comune di legame famigliare e non, come si era e si è ancora portati a credere, la monogamia. “Nelle culture umane la monogamia è rara”, scrisse. In pochi gli dettero retta, presi a interpretare i messaggi sociali in modo poco storico e soprattutto senza alcun riferimento al relativismo culturale. Marzio Barbagli, professore emerito dell’Università di Bologna e membro della European Academy of Sociology, ha strutturato in maniera eccellente questo viaggio nella parte più sociale e culturale – quindi costruita e fragile – del piccolo gruppo chiamato ‘famiglia’, la coppia. Un viaggio che attraversa il globo – Asia, Europa, Africa, Americhe – e indaga i Tempi entrando nel vivo della connessione tra amore, momento – storico, economico, giuridico –, ovviamente latitudini. Chi e cosa decide con quanti individui gli esseri umani possono sposarsi o convivere? L’amore, gli ambiti o le norme sociali? Una sociologia ampia per una lettura splendida, curiosissima, illuminante.
Un assaggio – Il matrimonio è diventato sempre meno un dovere imposto dalla tradizione e sempre più una scelta libera e un viaggio di scoperta. A partire dagli anni Settanta il distacco dal sistema di formazione della famiglia monogamica è diventato ancora maggiore con la critica severa rivolta a due concezioni diverse eppure collegate. In primo luogo all’eteronormatività, cioè la convinzione che gli individui si dividano in due soli generi, maschile e femminile, che quello eterosessuale sia l’unico orientamento sessuale possibile e che l’unico tipo di famiglia accettabile sia quella formata da persone di sesso opposto. Al termine di un lungo percorso iniziato con la depenalizzazione degli atti erotici fra persone dello stesso sesso, gli individui con un orientamento non eterosessuale hanno ottenuto, in alcuni paesi occidentali, grazie alle pressioni esercitate dalle loro associazioni, un numero crescente di diritti a formare una famiglia, a sposarsi, a porre fine al vincolo coniugale, ad avere figli, adottandoli o ricorrendo a tecniche di riproduzione assistita o di gestazione per altri. In secondo luogo, il distacco dal sistema classico di formazione della famiglia è avvenuto criticando la mononormatività, cioè la convinzione che la relazione coniugale ideale, che il diritto dovrebbe tutelare, sia quella esclusiva, romantica e a lungo termine. Basandosi su questa critica è spuntato un nuovo sistema di formazione della famiglia, il poliamore, una forma di non monogamia consensuale, che permette di avere varie relazioni romantiche e intime, sia etero che omoerotiche, non sancite dal matrimonio, con piena consapevolezza di tutti i partner coinvolti, tendenzialmente egualitaria, nel senso che possono avere più partner sia gli uomini che le donne.
Leggerlo perché – La famiglia è un’idea un po’ così. Nulla è meno libero di un cuore da ‘normare’ e poco è più severo e condannato al fallimento di un desiderio recintato. Nulla è meno romantico di una coppia che vede riconosciuto il suo diritto ad essere gestita da regole e attese: a tenere insieme il ‘pasticciaccio’ sono gangli e nervi che spesso si infiammano e mandano in tilt il sistema. Ognuno non è libero a casa sua ed esistono infinite forme di non libertà. Oggi nel nostro Paese assistiamo a rigurgiti di idee antiche: la violenza tra uomini e donne che origina dall’incapacità singola di mantenere separato il diritto alla propria indipendente identità e volontà anche dopo aver detto un sì. Leggere come sono andate le cose, non solo in Italia e in Occidente ma ovunque, può aiutarci a comprendere quello che la scienza sociale ci insegna: siamo esseri culturali, anche in amore. La cultura cambia, cambia la struttura, cambia l’idea di eterno.
Marzio Barbagli, Monogamia, storia di una eccezione, il Mulino
















