Nato da nessuna donna di Franck Bouysse

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Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, che racconta a più voci di esistenze perdute e del mistero che da sempre divide donne e uomini

“Ormai sono in manicomio da settimane. Le giornate passano tutte uguali. La sveglia è alle sette. Non ho più trattamenti, come dice il dottore. Mi portano al refettorio per la colazione, poi torno in camera mia. Dopo c’è la passeggiata, dalle undici alle dodici, il pasto di mezzogiorno, poi torno per il sonnellino. Posso uscire ancora dalle cinque alle sei del pomeriggio, e quando sono rientrata il dottore passa a controllare che vada tutto bene alla pancia. Mi ha spiegato tutto quello che succederà. La mia pancia è l’unica cosa che gli interessa. Io lo lascio fare. Me ne infischio, della mia pancia, come se quello che ci cresce dentro non mi appartenesse. La cena è alle sette, poi c’è Génie. Qui non è la follia degli altri che mi fa paura, è di non potermici rifugiare anch’io. In cortile ritrovo la donna che mi ha consigliato di dimenticare il mio nome. Dimenticare evidentemente è ciò che le riesce meglio, perché adesso fa come se non esistessi, non mi guarda e non mi rivolge la parola. Ma non posso dire che mi dispiaccia. In realtà vorrei che non cambiasse niente, che la mia vita si arrestasse per sempre in una giornata ripetuta fino alla morte, la stessa giornata senza sorprese”.
Senza sorprese. Viene da ridere, quasi, a leggere queste due parole, a leggerle insieme a Gabriel, nel diario scritto da Rose. Un diario raccolto in due quaderni scritti di nascosto all’interno di un manicomio e arrivati nelle mani del curato grazie ad una confessione avvenuta in tutta fretta e nella piena segretezza del rito. Viene da ridere perché nulla è ‘senza sorprese’, in questo romanzo che si legge tutto d’un fiato. È una sorpresa la forma, o sarebbe meglio dire ‘le forme’, letteraria, tante voci, tutte diverse, caratteriali, umorali, oniriche, poetiche, fangose, violente. E una sorpresa è la trama, una trama che corre in avanti e poi indietro e poi di nuovo avanti, fusione di passato e presente, montaggio da vertigine.
Rose ha quattordici anni quando il padre, Onésime, la vende. E insieme a Rose arriviamo al castello dove viene portata dal rozzo ma ricchissimo Charles. Ad aspettarla, in cime alle scale, la Vecchia Madre dell’acquirente. Rose dovrà cucinare. Dovrà pulire le stanze. Dovrà conoscere l’inferno. E dovrà partorire un figlio per un’altra madre.
Rose, e tutte le altre voci, racconteranno esistenze e segreti. C’è chi perderà la vita, chi fuggirà via, chi non potrà non restare, chi imparerà che la Parola è più forte e creatrice della mano e del progetto di un dio.
Leggetelo, vi dico solo questo, e aggiungo che Bouysse fa pronunciare a Edmond (Rose lo incontra la mattina dopo il suo arrivo al castello e di lui non voglio dirvi altro) una frase che toglie il fiato per l’esattezza letteraria e di contenuto, una vera e propria sentenza capitale non sul femminile e sul maschile ma sulla dualità che sempre crea distacchi e attriti e incomprensioni, sul senso dell’identità che divide e allontana – la letteratura è essa stessa Genere che racchiude infinite declinazioni e sfumature – e sulla forza di un’attrazione che ci fa correre l’uno verso l’altro e che da sempre in ogni ambito e in ogni scienza si cerca di definire: “È una donna. Il loro mistero non si può spiegare, noi uomini possiamo solo tentare di avvicinarci. (…) Quello che si aspettano, in fin dei conti, è mescolare il potere del sangue, mentre noi vorremmo solo possedere il loro. Non abbiamo gli stessi egoismi, ma possiamo farci lo stesso nodo al cuore”.
Franck Bouysse, Nato da nessuna donna, Neri Pozza

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