Storia umana della matematica di Chiara Valerio

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Nel bel libro della Valerio è raccontata lei e gli uomini che hanno rincorso la matematica come si rincorre un amore

Tutto quello di cui Euclide parla, non esiste. Non esiste una retta senza spessore, e non esistono circonferenze perfette. L’immaginazione che Euclide, dal III secolo prima di Cristo a oggi, richiede a chi legge i suoi Elementi è più grande di quella necessaria a seguire le storie degli déi e degli eroi. (…) Il punto, come Euclide lo definisce, è ciò che non ha parti. Non si può attraccare al punto, afferrare il punto, circumnavigare il punto e nemmeno si potrebbe mettere un punto. I ragionamenti, i teoremi, le costruzioni e le dimostrazioni di Euclide si applicano solo a queste forme inesistenti e tutte le volte che da quel mondo di perfezione ho disegnato un triangolo o tracciato un segmento, quello che ho fatto – io, come tutti – è stato immaginare. Con esattezza e concentrazione senza mescolare uomini e cavalli, donne e pesci. Una immaginazione che non trasforma ma crea. Che non è metamorfosi, ma invenzione. (…) D’altronde i punti, soli o allineati stretti a formare rette o piani, sono gli elementi dell’unica grammatica che, oltre a descrivere e comunicare il mondo, ha permesso di costruire di costruire e gestire dispositivi che ci hanno mandato oltre le stelle fisse, e più in là. La matematica, e ci penso ogni volta che mi trovo davanti a un disegno su un muro, su un ponte o sull’asfalto di una qualsiasi città, è questa immaginazione che educa all’invisibile, dunque all’amore e ai morti, alle utopie e ai fantasmi e che ci ha portato lontano lontano, nel tempo e nello spazio. È questo esercizio di immaginazione che ci fa e ci fa rimanere umani e quindi, in fondo, poco importa che tutto quello di cui Euclide parla non esista, se siamo qui”.

La matematica. Ricordo che non aveva segreti, per me, alle elementari. E alle medie era il mio vanto, scrivevo temi che la professoressa leggeva ad alta voce e poi, non appena entrava la Cipressi Carla, correvo alla lavagna a dimostrare i primi teoremi, a scivolare – non nel senso di cadere – felice nei calcoli binari, a slalomare tra espressioni e albori algebrici. Poi, come spesso accade, abbiamo preso ad odiarci. Come sempre per colpa di un contratto, qualcosa che somigliava ad un matrimonio: si chiamava liceo scientifico. Per farla breve: mai studiata una pagina di matematica o fisica o chimica. Sono andata avanti con i voti stellari nelle altre materie e un tre fisso in queste e lo sguardo arcigno e snervato della Bisegni Gilda (le sue gambe e il suo seno e il suo nasino francese fecero sognare intere generazioni di studenti e forse anche studentesse tranne me, era il mio incubo). Poi mi sono iscritta svogliata all’Università. Mi sono detta ‘parto con un esame che di sicuro non passo così poi mi ritiro e cerco un lavoro e/o un marito noioso e miliardario’. Statistica. L’esame era statistica. Mi ero innamorata del professore, di lui sì. Claudio, si chiamava. Presi 30 e lode. A lui, alle sue parole pronunciate il primo giorno in aula in via Salaria 113 (nessun complesso, nella vita. Anche a 40 anni si può ricominciare) è dedicata la mia tesi che ha confermato quella lode. Tesi che è partita da una ipotesi certa: l’errore è la soluzione.

Non ci siamo più separati, i numeri, le lettere, i simboli e io. L’algebra è diventato il mio hobby, al posto della settimana enigmistica svolgo esercizi. Li adoro, amo la tensione perfetta di qualcosa che ha già una soluzione ma la nasconde, la intriga, la ‘corrompe’ ma poi la perdona. La più astratta delle immaginazioni ci ha regalato la possibilità di inventare e realizzare l’innaturale, l’esercizio del pensiero ci ha reso diversaMenti (avete letto bene, con la M grande e con la i finale) abili.

Nel bel libro della Valerio è raccontata lei e poi gli uomini che la matematica l’hanno rincorsa come si rincorre un folle e spesso irraggiungibile amore. È un libro romantico e saggio. E malinconico. Bello. Come sempre quando leggo di numeri, mi sono commossa. Come mi commuovo sempre quando ripenso a Gilda Bisegni che mi guardava disperata e mi chiedeva: “Ma come è possibile? Ami l’italiano, la filosofia e non ti accorgi che la matematica è la più armoniosa delle poesie?”.

Mi perdoni, prof. Ero cieca. Ma oggi lo vedo.

Chiara Valerio, Storia umana della matematica, Einaudi

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