Un invito a teatro: “Blume” vuol dire bocciolo

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Il 21 e il 22 ottobre al Teatro Parenti di Milano va in scena Blume, lo spettacolo realizzato da un gruppo di ragazzi socialmente emarginati, per andare oltre le differenze

Chi ha la fortuna di trovarsi a Milano il 21 ottobre potrà avere una rara esperienza, andare a vedere Blume (in tedesco, Bocciolo), al teatro Franco Parenti, un’avventura umana sotto forma di spettacolo. Gli attori sono ragazzi e ragazze che hanno in comune percorsi difficili fra i più disparati.  Questo evento è lo spettacolo finale del progetto In verdis, curato da Barbara Altissimo  e Liberamenteunico, che  hanno messo insieme giovani sotto i 30 anni, accomunati dall’aver vissuto l’emarginazione per ragioni diverse. Dice Barbara Altissimo:

Non ho voluto lavorare solo con i disabili fisici, abbiamo riunito ragazzi con disabilità materiali e psichiche, come vittime di bullismo affidati a cooperative, o ragazzi africani scappati da guerre e povertà. Un gruppo fluido, che ha saputo diventare un gruppo solidale, andando oltre la differenza, anche se sono fragili come vasi di cristallo. E hanno vissuto come un’avventura, attraverso il teatro, la conoscenza reciproca. 

Ognuno di loro è una storia che varrebbe un romanzo. Daniele, autistico, stava rannicchiato su se stesso e non voleva rapporti con nessuno. Poi è arrivata Michela, una ragazza down, e lui è come resuscitato, per stare con lei ha cominciato a partecipare, ad appassionarsi, ad interessarsi anche agli altri. Si è scoperto un talento teatrale che non avrebbe mai sospettato di avere, e in esso trova una dilettevole nuova  maniera di essere al mondo. Ora “interpreta se stesso”, ovvero crea, non si fa dominare dalla paura, ora è lui che la domina.

Il più giovane è Giò. Italiano, soffriva di depressione, era stonato dagli psicofarmaci. Era scettico sull’esperimento, ma poi ci è entrato dentro, e ha scoperto di possedere la più grande arma  contro la depressione: l’ironia. E tutto è cambiato.

E c’è Loveth, un miracolo di volontà e coraggio. Arriva coi barconi dalla Nigeria, sola, lasciando la famiglia, dopo torture e tormenti che noi, nelle nostre case protette non possiamo forse immaginare. Come la permanenza in un campo di detenzione in Libia. Eccola finalmente in Italia, decisa a non sprecare la sua occasione. Studia come una matta, e lavora, lavora, ora gestisce una gelateria. E poi la bella Sanah, dal Marocco. Dopo dure prove eccola con la famiglia in Italia. Tutti e tre salvi, insieme. Ma c’è il nemico in casa. Il padre è l’archetipo del maschilista assoluto. Quando Sanah aveva 10 anni ha buttato un secchio d’acqua bollente in faccia a sua madre. Qui l’uomo sente minacciato il suo ruolo di assoluto comando, con moglie e figlia è un tiranno spietato. Ma Sanah respira la libertà, ha il senso di inviolabilità della sua persona, finché lei e la madre si ribellano, e hanno hanno il coraggio di denunciare il padre.

Sanah vince la paura e vive la sua nuova vita di donna libera. Regalandoci uno dei momenti più belli dello spettacolo. 

Ma la via vita papà tu non me la rubi,

il mio viso, i miei capelli, le mani, sono mie e sono preziose. 

Tu papà, dentro di me, non ci sei e non ci sarai mai più. 

Per la mia vita, per la mia mamma. 

Questi ragazzi non ci invitano a teatro, ci invitano alla loro resurrezione. E la resurrezione è sempre contagiosa.

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