Emergenza Covid: le meraviglie della fase due

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Dopo gli umani, la vittima più insigne del virus è il senso della realtà

Piccola premessa sull’andare a piedi  Mai preso la patente, non per scelta ma perché non sono capace di guidare, a scuola guida l’istruttore mi sconsigliò serenamente di dare l’esame, perché ero negata. I piedi sono il mio mezzo di locomozione. Niente sensi unici niente parcheggio, molto più veloci di quanto si ricordi chi sta sempre in macchina. Per chi non ha altri mezzi, il camminare è l’atto libero per eccellenza.

Nella fase due, da pedone è ancora un piacere andare per le vie di Roma. Non è più il bel deserto silenzioso della fase 1, ma il traffico è rado, e si può ancora respirare senza  cadere svenuti per lo smog. Sono molto contenti anche gli borseggiatori, e vanamente strilla una vecchia che è stata derubata: non si vede un poliziotto per le strade, li hanno tutti mandati al parco.

E che ci fanno? Obbediscono all’ordine di vigilare che i cittadini non trasgrediscano le regole della fase due. Ma la legge è interpretabile, un giovanotto s’è tolto la maglietta e sta fermo su una panchina in mezzo al prato, a 100 metri dalla signora col cane. Si avvicinano due tutori dell’ordine, e gli dicono che è in contravvenzione, Ma come, se sto per conto mio? Vede, gli spiegano loro cortesemente, anche un po’ imbarazzati per quelle strane disposizioni, è permesso andare al parco solo per fare attività sportiva, tipo footing o trekking o bici o cavallo, ma se sta qui seduto, fermo, l’attività sportiva dov’è?

Lui dice che sta facendo elioterapia e tira fuori un foglio “Guardi, ho anche l’autocertificazione”, c’è un così bel sole. I carabinieri sono comprensivi, un po’ imbarazzati perché anche loro lo trovano un po’ assurdo. Gli fanno il minimo della multa, e lo invitano a circolare. Il giovanotto circola, pensoso, e torna a casa. Adesso l’elioterapia se la fa alla finestra, almeno è gratis. E pure le passeggiate le consuma fra il salotto e la cucina, come nella fase 1, con una pazienza da galeotto. In fondo, uscire perché? E si ritappa in casa, tanto ormai lavora a distanza.

Prima non vedeva l’ora di uscire, ma ora se ne sta quatto quatto in casa, in fondo si sta così bene, nella tana. Si chiama “sindrome della capanna”. Quando uno non vuole più mettere fuori il naso. Vivere rinserrati ha i suoi vantaggi.

Il giovanotto ha un’amante sposata,  prima si arrabattava in ogni modo per vederla di nascosto, adesso allo smartworking ha unito il loveworking. Invece di scomodarsi a uscire si intrattiene con lei per via telematica appena la moglie esce. Dice che non è male, anzi sotto certi aspetti è pure meglio. L’onanismo è così comodo.

Ma i veri danneggiati sono quelli che sono caduti nella malìa oziosa delle serie di Aamazon, Netflix e via dicendo, stanno tutto il giorno appiccicati al tablet abdicando al quotidiano, e sono diventati degli invasati asociali. Una mia amica è stata immersa per una settimana a vedersi la serie della  Casa di Carta, versione spagnola e americana e ne ha cominciata subito un’altra, riconosce a malapena i suoi, tutto la disturba, vive coi suoi personaggi. Dopo gli umani, la vittima più insigne del virus è il senso della realtà.

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