Il diritto mite di Gustavo Zagrebelsky

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Alla vigilia del referendum del 4 dicembre un testo che ci spiega come le norme del diritto non possano essere mai né espressione di interessi di parte né formule immutabili

“Il pluralismo delle forze politiche e sociali in campo, tutte ammesse alla competizione per l’affermazione delle proprie istanze nelle strutture dello Stato democratico e pluralista, conduce all’eterogeneità dei valori e degli interessi espressi nelle leggi.

La legge – a questo punto della sua storia – non è più l’espressione pacificata di una società politica al suo interno coerente, ma è manifestazione e strumento di competizione e confronto sociali; non è la fine ma il proseguimento di un conflitto; non è atto impersonale, generale e astratto, coincidente con interessi obiettivi, coerenti, razionalmente giustificabili e generalizzabili, cioè, se si vuole, costituzionali dell’ordinamento. Diviene invece atto personalizzato (nel senso di proveniente da gruppi individuabili di persone e rivolto ad altri gruppi egualmente individuabili) che persegue interessi particolari.

La legge, insomma, non è più garanzia assoluta e ultima di stabilità ma diviene essa stessa strumento e causa di instabilità”.

Questo saggio non è stato scritto di recente, quindi è avulso da eventuali accuse di parte in vista del referendum di domani, domenica 4 dicembre. Le scelte attuali di Zagrebelsky non mi interessano e non è mio compito (in realtà non dovrebbe essere il compito di nessun giornalista e soprattutto gli opinionisti dovrebbero, avrebbero dovuto, andarci con i piedi di piombo) motivare le ragioni del sì o quelle del no. 

Quello che mi sta a cuore, e in questo il testo di Zagrebelsky rimane unico, è invitare ogni cittadino scolarizzato a chiudere i giornali e spegnere televisione e radio. Prendetevi un pomeriggio di tempo, è poco ma può bastare. Qual è il compito di una Costituzione? Cosa possiamo aspettarci e pretendere da essa? Giochi politici e chiacchiere da bar o da social soltanto?

Una riforma non è e non deve essere un gioco e neanche un tentativo, un forse. I cambiamenti incideranno in modo profondo, il sistema istituzionale del nostro Paese deve essere pronto a riconoscerne la portata ma siamo soprattutto noi cittadini a dover essere forti di una scelta e di una decisione ragionata, motivata.

La nostra Costituzione (di tipo rigido, a differenza dello Statuto albertino che l’ha preceduta) non è la lettura retorica che ne fa Roberto Benigni ma la legge fondamentale dello Stato. Da questa dipende tutto, i nostri diritti e i nostri doveri.

Risalire al momento della sua stesura, agli incontri e anche agli scontri di parti sociali e forze politiche diverse, contrapposte, può aiutare a capire meglio il nostro presente e a comprendere, contestualizzandole, le proposte di cambiamento.

Non invito al sì o al no. Nessuno dovrebbe farlo. Né i giornalisti né, per assurdo, i politici. Invito alla comprensione autonoma, non mediatica ma sociopolitica del sì e del no. È il nostro Paese. È  la nostra Storia.

 

Gustavo Zagrebelsky, Il diritto mite, Einaudi

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