Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

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Alberto Angela con il suo "Ulisse" ci ha portato alla scoperta della Sicilia di Il Gattopardo, il romanzo di Tomasi di Lampedusa, un classico da rileggere

“Le cinque dita di lui che s’incastravano nelle dita di lei, col gesto caro ai sensuali indecisi, il soffregamento soave dei polpastrelli sulle vene pallide del dorso, turbava tutto il loro essere, preludeva a più insinuate carezze. Una volta lei si era nascosta dietro un enorme quadro posato per terra; e per un po’ “Arturo Corbera all’assedio di Antiochia” protesse l’ansia speranzosa della ragazza; ma quando fu scoperta, col sorriso intriso di ragnatele e le mani velate di polvere, venne avvinghiata e stretta, e rimase una eternità a dire “No, Tancredi, no”, diniego che era un invito perché di fatto lui non faceva altro che fissare nei verdissimi occhi di lei l’azzurro dei propri. Una volta in una mattinata luminosa e fredda essa tremava nella veste ancora estiva; su di un divano coperto di stoffa a brandelli lui la strinse a sé per riscaldarla; il fiato odoroso di lei gli agitava i capelli sulla fronte: e furono momenti estatici e penosi, durante i quali il desiderio diventava tormento, i freni a loro volta, delizia. Negli appartamenti abbandonati le camere non avevano né fisionomia precisa né nome; e come gli scopritori del Nuovo Mondo essi battezzavano gli ambienti attraversati col nome di ciò che in essi era accaduto a loro: una vasta stanza da letto nella cui alcova stava lo spettro di un letto adorno sul baldacchino da scheletri di penne di struzzo, fu ricordata poi come la “camera delle pene”; una scaletta dai gradini di lavagna lisi e sbrecciati venne chiamata da Tancredi “la scala dello scivolone felice”. Più di una volta non seppero più dove erano: a furia di giravolte, di ritorni, d’inseguimenti, di lunghe soste riempite di mormorii e contatti perdevano l’orientamento e dovevano sporgersi da una finestra senza vetri per comprendere dall’aspetto di un cortile, dalla prospettiva del giardino in quale ala del palazzo si trovassero”.

Parto con un’affermazione. Non credo ci siano, a oggi, romanzi più attuali di questo. E non mi riferisco solo alla trama e alla figura del protagonista, don Fabrizio, ma anche a quella dell’autore stesso, alla storia travagliata del suo manoscritto, rifiutato dalle maggiori case editrici (Mondadori prima, Einaudi poi) poco prima della sua morte a causa di un tumore ai polmoni nel 1957.

Fu grazie a Giorgio Bassani, a quel tempo alla guida della serie “I contemporanei” per Feltrinelli, che il romanzo vide la pubblicazione l’11 novembre del 1958. Pochi mesi più tardi, dopo che Il Gattopardo si era trasformato in un vero e proprio caso letterario, vinse il Premio Strega. Da allora il successo di questa composizione architettonica in forma di parole non è mai venuta meno, trovando nel lungometraggio diretto da Luchino Visconti un compagno inseparabile.

Penso poi allo sfondo storico, un periodo di passaggio fortissimo e in parte avvertito e in parte no dai protagonisti narrati: il romanzo è ricamato intorno ai fatti risorgimentali, dividendo lo sguardo a metà, quello appartenente a don Fabrizio, preoccupato per i mutamenti, e quello entusiasta del nipote Tancredi. Penso anche a Concetta e ad Angelica, due donne che in modo diverso ma indelebile segneranno la vita di Tancredi, ma anche del tessuto sociale di stampo conservatore della terra dorata.

Penso alla lunga estate nella tenuta di Donnafugata, a quello che accade quando vecchia nobiltà e nuova borghesia si incontrano, al corto circuito che confonde la prima nella seconda e la seconda nella prima. Poi penso al fascino della scrittura, ai tratti spesso riccamente leopardiani che scorrono come un fiume in piena nel grande arazzo tessuto d ordito da Lampedusa: e questo no, non è attuale. Questo è qualcosa di più. È qualcosa che rende un testo eterno, classico.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli

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