La guerra contro le donne

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A Pordenone un uomo ha ucciso con cinque colpi di accetta la moglie e sgozzato la figlia di sette anni. È un bollettino di guerra e siamo tutti coinvolti, responsabili della prossima morte.

La mattina del 15 aprile, la notizia me l’ha data mio marito. A Pordenone è successa una cosa brutta, mi ha detto, orribile, una cosa che… Un uomo ha ucciso con cinque colpi di accetta la moglie e sgozzato la figlia di sette anni.

Il primo pensiero è stato che era un’altra, una delle tante, per qualche ora l’ultima della lunga fila, per qualche ora, perché poi se ne sarebbe aggiunta un’altra e poi un’altra, un’altra ancora; ma io, Touria, non sono riuscita a pensarla come una delle tante donne che muoiono ogni giorno ammazzate da uomini che dovrebbero amarle, né lei, né la piccola Hiba.

Forse per i begli occhi che aveva e che ti fissano tranquilli, tristi e pensosi dalle pagine dei giornali, forse perché frequentava la moschea insieme alla sua bambina e aveva tante amiche, forse perché lavorava e manteneva quel marito che la sfruttava, che, come diceva lei, la pelava come una cipolla e al quale passava i soldi e lui la picchiava lo stesso, prima un pugno in faccia, poi ogni volta peggio. Forse perché Touria era una donna che voleva una vita normale e niente di più.

Touria ha chiesto aiuto.

Ai Carabinieri, a un centro per donne maltrattate, alle amiche che le dicevano di andarsene; certo, non ha mai denunciato il suo aguzzino e allora è facile dire, facile ergersi a mente fredda e pontificare che doveva farlo, che la denuncia è la prima cosa, anche se lo sappiamo benissimo che non è così. Quante donne sono state ammazzate dopo due, tre, quattro denunce? E allora che differenza fa?

“Siete contenti, adesso?”. Ha gridato una delle amiche di Touria ai Carabinieri e alla polizia. Siete contenti di vedere questo?

Dalle facce non sembrava, nessuno era contento di vedere una giovane donna massacrata sul suo letto, il sangue sulle pareti, una bambina sgozzata nel sonno, sul divano accanto, i suoi disegni, il quaderno, una piccola borsetta di cui doveva essere stata tanto fiera; nessuno doveva essere troppo contento di raccogliere accetta e coltello, di scostare le lenzuola, di vedere in un angolo le ballerine rosa con la quali Touria andava a lavorare, ma queste sono cose che ti tocca vedere, quando non ascolti il pianto delle donne.

Noi donne abbiamo il diritto a essere libere e leggere, abbiamo il diritto a una vita come piace a noi e credetemi, è una vita incredibilmente semplice, vogliamo essere femmine, madri, mogli, sorelle, amanti, vogliamo essere quello che siamo, leggere storie d’amore, vestirci per una passeggiata, chiuderci in un laboratorio o un monastero e non per questo avete il diritto di massacrarci.

Inutile nasconderci dietro belle parole, femminicidio, raptus di follia, delitto passionale, no, questa è una guerra. Una guerra e siamo tutte e tutti coinvolti, uno per uno, responsabili della prossima morte, anche se non sarà nell’appartamento vicino, o non saremo noi.

Erano tante le amiche di Touria, tutte in strada, a piangere per lei e Hiba, con il velo, con i jeans, vecchie, giovani, bambine, piangevano di rabbia e dolore, una in faccia all’altra, dentro ai telefonini, senza pace e senza perdono. Questa immagine mi ha fatto sperare, donne che piangono, unite per due sorelle morte.

Dovremmo incominciare a sentirci così, unite, ma non per bruciare i reggiseni, per essere noi le prime ad ascoltare il pianto delle donne.

Non riduciamoci vi prego, come la gentile signora della porta accanto che, capelli raccolti e occhiali sul naso risponde soave al giornalista: “Che vuole, sono un’altra razza. Una donna con il velo che va a lavorare… lui si sarà sentito umiliato”.

La gentile signora non sa che, con quelle parole, ha inferto l’ultimo colpo a Touria e Hiba.

Confidenze