Leggere al mare è una faticaccia

Mondo

Divoratrice di libri, in spiaggia non mi piace leggere. Fra caldo e onde anomale, infatti, trovo sia una vera faticaccia

Nell’articolo E tu cosa leggi quest’estate? (su Confidenze in edicola adesso), nove celeb svelano i libri che metteranno nella loro valigia delle vacanze. E visto che proprio in questi giorni sto preparando il bagaglio per un viaggetto in Grecia (sempre ammesso di riuscire a raggiungerla, viste le mille complicanze da Covid), ho cercato subito qualche spunto.

In realtà, pur divorando titoli come fossero bignè, per me la bella stagione non rappresenta un periodo in cui darci dentro più del solito. Quando arrivo in spiaggia, infatti, il caldo terrificante mi spinge nell’acqua fino al momento in cui le dita delle mani diventano a righine come quelle dei bambini. E appena mi stendo al sole, tutto mi viene in mente tranne che aprire un romanzo.

Il gesto, semmai, lo compio verso il tramonto, confidando in temperature vagamente sopportabili. Lo stesso, però, snobbo il comodo lettino e mi apposto a pancia in giù sulla battigia, in modo che almeno le gambe vengano rinfrescate dal mare (perché io e la canicola non andiamo affatto d’accordo).

Non ci vuole un genio per capire che dopo poche pagine mi ritrovo con i gomiti anchilosati, la schiena indolenzita e il collo rigido. Se a questo aggiungiamo che a fine giornata viene sempre un po’ di sonno (fateci caso: nel tardo pomeriggio in spiaggia dormono quasi tutti), ecco che il libro di turno si trasforma in un cuscino sul quale crollo come un sasso. Naturalmente, senza essere andata molto avanti con la storia.

Che magari riprenderei a leggere al risveglio. Peccato, però, che di solito la “resurrezione” avviene all’improvviso, per la solita onda un po’ più grossa delle altre (chissà perché, arriva sempre e puntualissima) che infradicia me e inzuppa il tomo che avevo sotto la testa. Quindi, sfogliarlo senza romperlo diventa impossibile.

Allora, lo adagio con cura sul lettino, sperando che asciughi in fretta. Cosa che effettivamente succede, anche se nel frattempo  le pagine diventano spesse e dure come il cartone. Tant’è che il volume più piccolo, se lo porto in spiaggia torna a casa mastodontico, con le dimensioni di una specie di Divina Commedia con Inferno, Purgatorio e Paradiso riuniti in un solo volume.

Allora, le soluzioni in spiaggia sono due. Puntare solo su edizioni super economiche da buttare via una volta finito di leggerle. Oppure, dedicare le ore in riva al mare ad altre amenità. E se negli ultimi anni io ho optato per la seconda, in vacanza prendo in mano un libro solo quando aspetto l’ora di cena. Ma, lo stesso, non riesco ad assaporarlo.

Basta che lo apra, infatti, per essere interrotta mille volte. Dal telefono che squilla. Dalla richiesta del doposole (che è sempre nello stesso posto ma, se tu stai leggendo, chissà perché gli altri non lo trovano mai). Dall’improvvisa voglia di scattare una foto (uguale a quella del giorno prima, ma il tramonto ci rende tutti Robert Capa). Dal momento di panico («Non avrò mica dimenticato il telo in spiaggia?»).

Tutto questo mi pare possa assolutamente giustificare il fatto che nella mia valigia delle vacanze infilo più riviste enigmistiche di romanzi. Anche se almeno un paio di volumetti, comunque, ci scappano sempre. Anzi, adesso che ho finito si scrivere, vado subito a cercare quelli giusti per la Grecia.

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