Luca Guadagnino, regista

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Lo conobbi vent'anni fa e ora che il suo ultimo film è candidato agli Oscar voglio raccontarvi il mio ricordo di lui

L’ho sempre saputo che un giorno mi avrebbero intervistato perché avevo conosciuto Luca Guadagnino. E corro a vantarmene su questo blog, ora che il suo ultimo film, Chiamami col tuo nome, ha ricevuto quattro nomination per il premio Oscar, e tutti parlano di questo giovane regista cosmopolita.  Il suoi film  Io sono l’amore, con Tilda Swinton, e The bigger splash, accolti freddamente dal pubblico italiano, sono poi esplosi come grandi successi in Usa e nel resto del mondo.

Lo incontrai al Film gay festival di Torino, un ragazzo in felpa pieno di ricci scuri,  bellissimo, con un senso dell’umorismo irresistibile. Come giurato del festival fece una piccola rivoluzione.

Il favorito per la vittoria era un film lacrimevolissimo, ma lui convinse la giuria a premiarne un altro, l’audace e sconvolgente La chatte à deux tetes di Jaques Nolot. Mi fece leggere il soggetto di Io sono l’amore. Era una storia di straordinaria potenza, sofisticata, e violenta come una tragedia greca. Ero abbagliata, provavo un desiderio infantile di metterci le zampe sopra, di entrare in tanta bellezza. Per collaborare alla sceneggiatura avrei dato un occhio. Ma non ci fu bisogno: me lo offrì semplicemente. E mi trovai in un mondo meraviglioso, rigoroso e cubista.

Più che sceneggiare, sono andata a scuola da questo giovane maestro. Era una situazione paradossale: per età potevo essergli nonna, ma da lui avevo tutto da imparare. Fra noi c’era un abisso di preparazione, sia filmica che musicale. E pure letteraria: Guadagnino non è un uomo, è un’enciclopedia. Con lui si studiava notte e giorno. Sapeva tutto quello che sapevo io, e io non sapevo niente di quello che sapeva lui. Mi istruiva nella modernità, tenendo un piede nel passato. Mi fece rileggere tre volte i Buddenbrook– un libro che non mi era mai piaciuto, ma che finii per amare, perché in trasparenza mi illuminava sul film.

Luca era amabile, generoso, e severo. Ed era una festa mobile, quanto si rideva! È uno dei ricordi più allegri della mia vita. La sua casa era una factory, un caffè parigino degli anni ’30, un convento, una sala da musica e un tempio della cucina. Lui, che è (anche!) un grande cuoco, passava dalla scrivania alla cucina, che sembrava quella di Riccardin dal Ciuffo, con le smaglianti pentole di rame appese al muro. Aveva già girato dei capolavori, come The protagonist  e Mundo civilizado, e aveva fin da allora una schiera di fedelissimi estimatori. Ora il suo cinema va nel mondo e credo che  Chiamami col tuo nome sia già un classico. Accidenti, è finito lo spazio. Di questo cantico d’amore parlerò in seguito. Rimane ancora una riga, per dire una cosa sola: durante il film ho pianto senza vergogna. (Continua la prossima settimana).

 

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