Settimana Europea della dislessia: la storia di Francesco Riva

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Su Confidenze n. 42 abbiamo raccontato la storia vera di Francesco Riva, 27 anni, dislessico, diventato attore teatrale e scrittore di successo

Sono dislessico dall’età di otto anni e ho trasformato il mio limite in un’opportunità. Porto a teatro uno spettacolo sulla mia condizione. Ai ragazzi come me dico che essere diversi non significa essere sbagliati

 

Storia vera di Francesco Riva raccolta da Valeria Camagni

 

Albert Einstein diceva:  Tutti siamo dei geni ma se si giudica un pesce per la sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, esso crederà per sempre di essere stupido”.

È una citazione che mi piace fare spesso nei miei spettacoli, perché Einstein è stato uno dei più grandi dislessici della storia dell’umanità e poi perché la frase riassume l’errore che si fa più di frequente quando ci si trova davanti a una persona dislessica.

Soffro di dislessia da quando avevo otto anni, l’età in cui mi fu ufficialmente diagnosticato questo disturbo. Lo chiamo disturbo e non malattia, perché la dislessia non è una patologia, è una condizione esistenziale da cui non si guarisce, è una parte di te che si può migliorare, tenere a bada, ma mai eliminare del tutto. Quando me la diagnosticarono mi costava un’enorme fatica fare attività anche banali come leggere l‘ora sull’orologio, mettere in fila i mesi del calendario. Si trattava di discalculia e dislessia.

In casa anche uno dei miei due fratelli (gemelli tra loro) soffriva dello stesso disturbo. A posteriori la mamma ci ha confidato che in certi nostri comportamenti un po’ si è riconosciuta e ha capito di aver avuto qualche campanello d’allarme, solo che allora non ci si faceva caso, questi disturbi non venivano diagnosticati, e spesso venivano scambiati per svogliatezza o difficoltà scolastiche.

Allora non esisteva ancora la legge 170 introdotta nel 2010 che “riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento” e i ragazzi come me rientravano sotto la legge 104 del 1992 che tutela i diritti delle persone con handicap. Questo significava che avevo diritto all’insegnante di sostegno, ma anche che venivo equiparato a persone con disabilità fisiche e mentali, una condizione ben diversa da quella di un ragazzo che fa fatica a leggere e a fare i calcoli.

In classe inevitabilmente i compagni mi prendevano in giro per le evidenti difficoltà che avevo soprattutto in matematica, e spesso mi sono trovato gli insegnanti contro. Alcuni non volevano darmi strumenti compensativi per  rispetto ed equità nei confronti degli altri compagni di classe, oppure  mi mettevano in un angolo a disegnare perché tanto, secondo loro, non sarei stato capace di fare di più. Altre volte invece ho incontrato docenti fantastici che hanno cercato di entrare in empatia con me e di prendersi a cuore la mia situazione, stimolandomi comunque a studiare e a farmi venir voglia di imparare.

Non è facile da spiegare a chi non l’ha mai provato, ma nei dislessici esiste un vero “dolore dell’apprendimento” perché è tale la fatica richiesta da generare uno stato di prostrazione generale.

Per me, quelli della scuola, non sono stati anni facili. La svolta è arrivata a 15 anni quando partecipai al saggio di fine anno. Avevo iniziato a fare teatro da poco e mi ero già molto appassionato perché vedevo che recitare mi aiutava a esprimere me stesso, a incrinare quel guscio di diffidenza e paura verso altri nel quale tendevo a chiudermi. Lo spettacolo teatrale della scuola fu un successo, ottenni i complimenti di tutti i compagni di classe, persino di quelli che durante l’anno mi prendevano in giro. Da lì in poi non ho più smesso di recitare.

Oggi mi sono diplomato presso l’European Academy of Theatre and Cinema di Roma, trasformando la mia  tesi, un monologo sull’esperienza scolastica di un bambino dislessico, in uno spettacolo dal titolo: “DiSlessiA… Dove Sei Albert?” che ho portato in giro per tutta Italia finché non è arrivato il Covid a fermarci. Un tour dedicato al più grande dislessico della storia, Albert Einstein, che non ha bisogno di presentazioni per far capire quanto la dislessia non abbia a che fare con il quoziente intellettivo. E dallo spettacolo teatrale è nato anche questo mio secondo libro, perché scrivere è l’altra parte della mia anima, anche se mi sento più attore che scrittore. Il libro non parla solo dei problemi della dislessia (come il precedente  Il pesce che scese dall’albero, Sperling&Kupfer), ma si rivolge più in generale a chi ha vissuto un disagio a scuola, a tutti i ragazzi che per un motivo o per un altro si sono sentiti diversi.

Giacomo, il personaggio, è un bambino con una dislessia non diagnosticata, che a scuola viene bollato come studente svogliato e poco intelligente. Alla fine è proprio grazie al suo limite, se Giacomo vede ciò che gli altri non vedono, riesce ad andare oltre all’ostacolo e immaginare la bellezza. Non è un caso se l’ho chiamato così, il mio è un tributo a Giacomo Leopardi e alla sua poesia L’infinito, ma è anche un invito a trasformare gli ostacoli in occasioni per essere persone diverse.

A me è successo così.

In questi anni ho seguito diversi progetti per parlare della dislessia nella scuole, sia come autore teatrale, sia collaborando con alcune onlus, come  l’Associazione Italiana Dislessia, e portando la mia esperienza di attore di teatro tra i ragazzi., Spesso da loro mi sento fare domande come: «Ma se sei dislessico riesci a trovarla lo stesso la ragazza?». Sono interrogativi che fanno sorridere, ma che danno l’idea di come attorno a questi disturbi ci sia ancora una visione distorta, un alone di ghettizzazione. Essere diversi non vuol dire esser sbagliati. Per esempio io ho una memoria visiva fenomenale che mi permette di fotografare con la mente le pagine che leggo e che in passato mi è tornata utile anche quando studiavo. Il mondo della scuola ha ancora molto da lavorare: negli anni si sono attrezzati per andare incontro ai bisogni educativi, si parla tanto, di disturbi dell’apprendimento ma mancano ancora le metodologie, c’è un grande lavoro da fare ancora sulla didattica.

Io ho avuto un riconoscimento di cui sono fiero: nel 2018 la Presidenza della Repubblica mi ha invito una lettera di encomio per il lavoro svolto nel divulgare maggiore consapevolezza tra i ragazzi su questo disturbo. Lo considero un punto di partenza.

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