Un amore così grande

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Ripubblichiamo la storia di Gianpietro Ghidini, papà di Emanuele, il sedicenne morto nel 2013 dopo aver assunto droghe pesanti. L'uomo è intervenuto in questi giorni sulla tragica fine di Desirée

Due giorni dopo la scomparsa di mio figlio, una linfa vitale è iniziata a scorrere dentro di me. Ho compreso che dovevo dedicare la mia vita ai giovani. Emanuele avrebbe voluto così. E mi ha aiutato a ritrovare la strada

Ogni bambino credo abbia posseduto un pesciolino rosso e sia rimasto ore e ore incantato davanti a una boccia di vetro seguendo con gli occhi i suoi rapidi movimenti. Anche Emanuele aveva il suo pesciolino nel laghetto del nostro giardino e ricordo la sua disperazione quando nel 2003, in un pomeriggio di agosto afoso e opprimente, si accorse che il suo amico stava boccheggiando. «Papà, ti prego, dobbiamo salvarlo!».

Potevo mai deludere un bambino di appena sei anni? I suoi occhi dolcissimi imploravano il mio aiuto e così gli proposi di trasferire il pesciolino nel fiume distante poche centinaia di metri da casa nostra. Superate le iniziali e comprensibili perplessità accettò la mia proposta. E come padre gongolai nel vedere quel simpatico animaletto rosso riprendere vitalità nelle acque del fiume. Ma l’euforia durò poco. Purtroppo, un’anatra affamata afferrò il pesciolino portandolo via. Emanuele scoppiò in un pianto isterico mentre io non riuscii a trattenere le risate di fronte alla scena esilarante, non rendendomi conto che, in quel momento, si stava consumando un vero e proprio dramma. Eppure, conoscevo molto bene la sensibilità di Emanuele, amante della natura e degli animali.

Nonostante la sua tenera età aveva idee già chiare sul futuro. Il suo sogno era di curare le piante e di vivere in un mondo più pulito.

Chi poteva mai immaginare che a distanza di dieci anni tutti i suoi progetti, le sue ambizioni si sarebbero dissolti nel giro di poche ore? E chi poteva prevedere che tutto finisse in quel punto del fiume dove avevamo rilasciato il pesciolino rosso? Tante le domande alle quali non abbiamo saputo trovare risposta. Forse, avevamo abbassato un po’ lo sguardo su di lui convinti che a 16 anni potesse gestire i suoi spazi e la sua giovane vita.

 

Ma non esiste un’età giusta. Il dialogo e il rapporto di fiducia tra genitori e figli sono fondamentali per prevenire e risolvere i problemi a qualsiasi età.

Quella sera del 24 novembre 2013 lo squillo del telefono squarciò il silenzio della notte, e in pochi secondi una notizia devastante lacerò la mia anima.

Emanuele stava rientrando a casa da una festa durante la quale aveva assunto una pasticca di ecstasy. Prima di varcare la soglia di casa, decise con un amico di fare un giro in paese. E arrivato sulle sponde del fiume, in preda a un improvviso delirio, si è lanciato.

Mi sono chiesto mille volte perché. Perché Emanuele prima di compiere quel passo non ha pensato al suo pesciolino rosso e al suo papà? Cosa cercava? Protezione?

Arrivato sul posto volevo lanciarmi anch’io. Quali alternative mi venivano concesse? La morte di un figlio ti annienta l’anima. Un figlio vale più della tua stessa vita e con quel gesto, annullando me stesso, mi sarei liberato dai sensi di colpa, dagli errori, dalle incomprensioni e soprattutto da quel dolore atroce che mi stava spaccando il cuore a metà. Poi, qualcosa mi ha fermato. È stato il pensiero di perdere anche mia moglie e le mie figlie. E a un tratto, tante immagini si sono accavallate nella mente. Ho rivisto Emanuele bambino appoggiarsi al mio petto e addormentarsi sereno. Ho rivissuto le nostre lunghe passeggiate in montagna e percepito i suoi teneri abbracci e i suoi baci colmi d’affetto. Non potevo cancellare con un gesto vigliacco i meravigliosi anni trascorsi insieme e l’amore infinito del mio piccolo tesoro. Un’altra strada, un’altra possibilità avrei dovuto scorgere all’orizzonte.

I giorni seguenti sono stati terribili, credo di aver sfiorato la pazzia. Ma due giorni dopo la tragedia, in una visione onirica raccolgo tra le mie braccia Emanuele dal fiume. Al risveglio una linfa vitale, inspiegabile e inesauribile è iniziata a scorrere nel mio corpo. Come se l’energia di Emanuele fosse entrata in me. In un istante è stata chiara la mia missione: dedicare la vita ai giovani. E come in un film proiettato su un grande schermo ho visto papà Gianpietro parlare nelle scuole, negli oratori, nei teatri e in televisione.

Dovevo incanalare nel modo giusto il mio dolore e rivestire il ruolo di Emanuele, il meraviglioso ragazzo di 16 anni deciso a cambiare il mondo e a sostenere gli altri. Mi ero sbagliato sulla visione della vita basata sulla competizione, sul denaro e sul vincere a tutti i costi. Emanuele con quel gesto ha spazzato via i miei errori salvandomi da una esistenza misera e inutile. Si sono invertiti i ruoli: lui è diventato mio padre e io suo figlio.

Emanuele mi ha insegnato la forza del perdono. Non andava a dormire senza aver risolto i problemi con gli amici o con la famiglia, mentre io, mi ostinavo a covare rabbia e sete di vendetta. Stavo diventando ciò che non ero. E mio figlio è riuscito a rimettermi sulla retta via.

Appena dieci giorni dal tragico evento è nata l’associazione: “Ema Pesciolinorosso”.

Da allora, giro l’Italia in lungo e in largo incontrando tantissimi giovani. Ho conosciuto più di 250.000 persone. La mia forza sono loro. Grazie alla storia di Emanuele, molti adolescenti ritrovano la serenità e la speranza, e lo capisco dagli abbracci, dalle lacrime, dai “grazie” sussurrati amorevolmente. Cerco di inculcare ai ragazzi i valori della vita. Di non sostituire mai una passeggiata in compagnia di un amico con uno stupido gioco. Invito loro ad alzare gli occhi dal cellulare e a godersi un’emozione, un bacio, una carezza. Dico sempre di tenersi belli dentro e di azzittire quella vocina che ci vuole a ogni costo ricchi, intelligenti e famosi. È solo un’ombra cupa da scacciare.

Il dolore per la perdita del mio Emanuele non mi abbandonerà mai, ma ho imparato a gestirlo. La sofferenza contiene un’energia spaventosa. Un genitore che perde un figlio allontana da sé due delle più grandi paure: il giudizio degli altri e il terrore della morte. Emanuele mi ha liberato da queste assurde fobie e ora nessuno può fermarmi. Amando gli altri, donando conforto e calore rinasco interiormente. Si sa, una tragedia di tale intensità scava un solco nell’anima e tocca a noi riempirlo. Solo se lo colmiamo con l’amore, il perdono e la gratitudine potremo dare un senso alla nostra esistenza. ●

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